Il dl del governo sull’agrivoltaico manda in soffitta i no di Bonaccini
Stefano Bonaccini (Ansa)
  • Passa il pacchetto di incentivi, finanziati pure dal Pnrr, per chi accetta di installare impianti innovativi. La legge scavalca il piano del dem, pronto a pagare i contadini per lasciare campi incolti in nome del clima.
  • Alessandro Migliorini, manager di European energy, società che collabora con Maersk e Lego: «Si può creare una filiera industriale producendo idrogeno miscelato con la CO2».

Lo speciale contiene due articoli.

Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, ha firmato il nuovo decreto con gli incentivi all’agrivoltaico «innovativo». L’obiettivo è far installare almeno 1,04 gigawatt di sistemi agrivoltaici avanzati entro il 30 giugno del 2026, attraverso due misure: la concessione, a valere sui fondi Pnrr, di un contributo in conto capitale nella misura massima del 40% dei costi ammissibili e una tariffa incentivante sulla produzione di energia elettrica netta immessa in rete. Il contributo in conto capitale è finanziato attraverso appunto l’investimento del Pnrr, pari a oltre 1 miliardo di euro, mentre per la tariffa incentivante si stima un importo annuo di 21 milioni, a valere sugli oneri di sistema.

Il decreto si va ad aggiungere a quello sull’energia, pubblicato a dicembre, dove tra i vari provvedimenti è però previsto il contributo che i produttori di energia rinnovabile dovranno versare al Gse per incentivare le regioni a ospitare impianti appunto a fonti rinnovabili. Si tratta di un «obolo» annuo pari a 10 euro per ogni Kw di potenza dell’impianto (per impianti superiori ai 20 Kw), per i primi tre anni dalla data di entrata in esercizio. Risorse che saranno versate dal Gse all’entrata del bilancio dello Stato per poi essere riassegnate alle Regioni. Da una parte gli incentivi, quindi, e dall’altra una specie di tassa. Tutto questo, però, mentre il presidente dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, ha pensato di pagare i contadini per non lavorare. Ne ha scritto La Verità di recente: tra i vari bandi che la Regione ha infatti indetto per il sostegno all’agricoltura, ne è spuntato uno di sviluppo rurale (Sra26) che prevede il «ritiro dei seminativi dalla produzione». In pratica per gli agricoltori che accetteranno di rendere incolti i propri terreni per un periodo di 20 anni, si prevede un risarcimento dai 500 ai 1.500 euro a ettaro, il tutto al fine di «contribuire alla mitigazione dei cambiamenti climatici e all’adattamento a essi, anche riducendo le emissioni di gas a effetto serra». Insomma, viene chiesto agli agricoltori di sacrificare la propria azienda per mitigare il cambiamento climatico perché i fondi destinati sono complessivamente esigui e il pro quota annuale insufficiente. Invece di aprire agli investimenti di gruppi privati sul territorio in energia rinnovabile, viene spinto un sussidio agli agricoltori, peraltro con i soldi delle loro tasse. Soldi pubblici.

Da un lato la Regione si oppone all’installazione di impianti solari o di nuove tecnologie sostenibili perché dice che consumano il suolo sottraendolo all’agricoltura, dall’altra parte fa un bando per non far coltivare la terra ai contadini. In netto contrasto con il decreto varato da Pichetto Fratin sull’agrivoltaico che invece dovrebbe stimolare la ripresa dell’agricoltura legata alla produzione dell’energia. La confusione (anche se la nuove legge nazionale supera quelle locali) è alimentata dal fatto che una norma nazionale dice che le Regioni devono individuare le aree idonee per fare le rinnovabili e l’Emilia-Romagna ha creato un vulnus (tra l’altro anche in contrasto con quello che è stato sin qui l’atteggiamento molto «green» della sinistra di cui fa parte Bonaccini).

Il tutto penalizzando quella che è una delle leve di sviluppo non solo del Green deal ma della filiera agricola in Italia. L’agrivoltaico integra, infatti, il fotovoltaico nell’attività agricola con installazioni solari che permettono al titolare dell’impresa di produrre energia e al contempo di continuare le colture agricole o l’allevamento di animali. Stando alle stime di Italia solare, se si agevolasse lo sviluppo di impianti agrivoltaici anche solo sullo 0,32% dei terreni agricoli italiani, si riuscirebbe a soddisfare il 50% degli obiettivi del Piano energia e clima (Pniec). I vantaggi ci sarebbero anche per gli operatori agricoli: potrebbero reperire risorse finanziarie necessarie al rinnovo ed eventuali ampliamenti delle proprie attività; moltiplicare il reddito agricolo; disporre di un partner di lungo periodo per mettersi al riparo da brusche mutazioni climatiche; sviluppare nuove competenze professionali e nuovi servizi al partner energetico (magazzini ricambi locali, taglio erba, lavaggio moduli, presenza sul posto e guardiania, eccetera).

Quanto agli operatori energetici, potrebbero realizzare importanti investimenti nel settore di interesse anche su campi agricoli; acquisire, attraverso una nuova tipologia di accordi con l’impresa agricola partner, diritti di superficie a costi contenuti e concordati; realizzare effetti di mitigazione dell’impatto sul territorio attraverso sistemi agricoli produttivi e non solo di mitigazione paesaggistica; ridurre i costi di manutenzione attraverso l’affidamento di una parte delle attività necessarie. I costi possono arrivare anche al 30-40% in più rispetto a un impianto a terra ma la riduzione del consumo idrico grazie all’ombreggiamento da agrivoltaico può raggiungere anche l’80%.

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