- Piano in tre fasi, prime intese: Kiev nella Ue ma non nella Nato. Però in Ucraina si dovranno tenere le elezioni rinviate da un anno e che difficilmente il presidente può vincere. Intanto lui rientra precipitosamente in patria: l’inviato americano arriva in anticipo.
- Le due potenze a Riad per «normalizzare» le relazioni e trattare la pace. Marco Rubio sente anche Italia, Germania, Francia, Uk ed Europa, che dovrà sobbarcarsi la sicurezza ucraina. Russi soddisfatti: «Veniamo compresi».
Lo speciale contiene due articoli.
Il destino di Volodymyr Zelensky sembra essere racchiuso nel suo commento sui colloqui Usa-Russia a Riad: «Una sorpresa, lo abbiamo saputo dai media». Non lo hanno informato, non lo hanno coinvolto. Il «nuovo Churchill» fiuta il rischio di finire come il primo e più illustre: liquidato alle elezioni del dopoguerra. Solo che, a differenza di sir Winston, lui la guerra non la vincerà.
L’ipotesi che il voto in Ucraina possa rientrare nel negoziato tra Washington e Mosca l’ha fatta balenare ieri Fox news, secondo cui entrambe le capitali vorrebbero che i cittadini fossero convocati alle urne, sicure che Zelensky «abbia una chance molto bassa» di essere rieletto. Immaginano che alla gente non siano piaciuti il fiasco della controffensiva, la messa al bando delle opposizioni e i reclutamenti forzati.
L’intesa farebbe parte di un piano di pace articolato in tre fasi, sulla cui veridicità, tuttavia, mancano conferme ufficiali. Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, che ieri sedeva al tavolo con l’omologo americano, Marco Rubio, con Michael Waltz, il consigliere per la Sicurezza nazionale di Donald Trump e Steve Witkoff, l’inviato in Medio Oriente, lo ha smentito. In ogni caso, che la posizione del presidente in tuta mimetica non sia solida, lo si era intuito già in mattinata. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, aveva confermato che Vladimir Putin sarebbe disponibile a parlare con il contendente, ribadendo però che, in vista di una formalizzazione giuridica dell’accordo, bisognerà dirimere i dubbi sulla legittimità di Zelensky.
In effetti, quella del comandante in capo ucraino è una figura ingombrante, se l’obiettivo è una soluzione definitiva al conflitto. In più, il modo in cui egli si è tenuto stretto la poltrona ha destato perplessità anche negli Stati Uniti.
Ciò che ha consentito a Zelensky di evitare un nuovo voto – prassi, in realtà, non inedita per un Paese in trincea – è stata la continua proroga della legge marziale. Il suo mandato sarebbe scaduto il 20 maggio 2024. E la Costituzione, che garantisce un salvacondotto al Parlamento, non prevede invece la possibilità che il numero uno dell’esecutivo mantenga il potere a tempo indeterminato. Il presidente è autorizzato a dirigere una fase di transizione, che si estende dalle elezioni fino all’insediamento del successore. Nove mesi fa, il giurista Hryhoriy Omelchencko, già membro della commissione che, a metà degli anni Novanta, scrisse la Carta fondamentale, aveva indirizzato una missiva al comandante in capo, invitandolo a «non usurpare i poteri statali» e a dimettersi. Giusto un anno fa, durante la sua visita a Kiev, il senatore repubblicano statunitense Lindsey Graham aveva discusso con Zelensky della possibilità di indire una tornata elettorale. Intanto, Vitaly Klitschko, sindaco della capitale, aveva avvisato la classe dirigente sulla tentazione di imitare la Russia, «dove tutto dipende dal capriccio di un uomo». L’ex attore è stato lapidario sulle elezioni: finché si combatte, non ci si divide. La verità è che l’idea di sottoporsi al giudizio dei connazionali lo atterrisce: non avrà in mano grandi successi da esibire. Anzi, più ci si avvicina al momento decisivo della trattativa Trump–Putin, più lui è destinato a trovarsi in una posizione di debolezza e imbarazzo.
Di rospi, Zelensky ne ha ingoiati tanti: dai diktat sulle armi, fino a Joe Biden che gli intimava di spedire al fronte pure i diciottenni. Il nervosismo che sta lasciando trasparire in questi giorni è la spia di difficoltà ancor più gravi. Ne ha subito approfittato Lavrov. Il capo della diplomazia russa, ieri, ha detto che il presidente ucraino «va fatto ragionare»; un attimo dopo ha rincarato la dose, aggiungendo che lui «e tutta la sua squadra» meritano di «ricevere una bacchettata sulle mani». A una giornalista che gli chiedeva lumi sulla presunta intenzione di Mosca, paventata dal leader di Kiev, di utilizzare armi nucleari tattiche, il ministro ha risposto in toni canzonatori: «Dice molte cose, dipende da cosa beve o da cosa fuma».
L’ex comico, ieri, era in visita con la moglie da Recep Erdogan, per inaugurare la nuova ambasciata ad Ankara. Da lì, ha comunicato il proprio disappunto per essere stato escluso dal tavolo. Aprono un dialogo «sull’Ucraina e senza l’Ucraina», ha lamentato, per poi proporre colloqui «equi» che comprendano l’Ue, il Regno Unito e la Turchia. Nel frattempo, lo ha raggiunto un’altra notizia a sorpresa: l’inviato di Trump, Keith Kellogg, ha deciso di anticipare il viaggio a Kiev, dov’è atterrato ieri sera anziché domani. Un cambio di programma che ha trasformato Zelensky in una specie di trottola: nel bel mezzo del suo tour mediorientale, gli è toccato rinviare al 10 marzo la trasferta a Riad, prevista per oggi. Almeno, si è risparmiato l’ignominia di recarsi in Arabia Saudita ad americani e russi ormai ripartiti. Il presidente ha smorzato le polemiche: «Siamo onesti e aperti mentalmente, non voglio coincidenze. Ecco perché non andrò». Lo si nota di più se va e trova le sedie vuote, oppure se aspetta una ventina di giorni? Di certo, per lui sono meglio le bacchettate sulle mani che una batosta alle urne.
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