Assad perde anche Hama. Ora l’avanzata dei ribelli mette nei guai pure Putin
(Ansa)
  • La città siriana è vitale per i rifornimenti a Damasco e collegata a Tartus, dove i russi hanno una base. Mosca medita l’invio di uomini dalla Libia, ma non ne ha abbastanza.
  • Il ministro degli Esteri di Varsavia: «Il Cremlino inquina tutto con le sue bugie».

Lo speciale contiene due articoli.

Una nuova tegola si è abbattuta su Bashar Al Assad. Gli insorti hanno conquistato ieri Hama, costringendo le truppe dell’esercito siriano ad abbandonare la città. Si tratta di una vittoria significativa per i ribelli che la scorsa settimana erano riusciti a espugnare Aleppo. Hama ha un’importanza strategica non solo per quanto riguarda le linee di rifornimento dirette a Damasco ma anche perché, secondo Voice of America, il suo controllo isola de facto i centri costieri di Tartus e Latakia. In secondo luogo, la città ha anche un valore simbolico per gli insorti, a causa del massacro che vi si tenne nel 1982, quando l’allora presidente, Hafez Al Assad, ordinò di reprimere nel sangue una rivolta fomentata dalla Fratellanza musulmana. Ricordiamo che l’attuale offensiva dei ribelli siriani è principalmente legata a Tahrir Al Sham: un’organizzazione islamista storicamente collegata ad Al Qaeda.

Insomma, la Russia, che sta combattendo al fianco del governo di Damasco, è in difficoltà nel cercare di fermare l’avanzata dei ribelli, che si preparano probabilmente a puntare su Homs. E, per il Cremlino, emergono ulteriori segnali problematici. Martedì, Naval News ha riportato che la Russia avrebbe recentemente ritirato una nave dalla propria base di Tartus. «Sebbene non ci siano conferme, si ritiene che questo movimento della nave sia direttamente correlato alla situazione sul campo», ha riferito la testata.

D’altronde, Mosca è attualmente distratta dal conflitto in Ucraina e fa quindi più fatica ad assistere Assad: un Assad che è a sua volta azzoppato anche dalla debolezza politico-militare in cui versano l’Iran e i suoi proxy.

È anche per far fronte a questa situazione che, secondo fonti dell’intelligence ucraina, Mosca avrebbe intenzione di schierare i propri Africa Corps in territorio siriano. In particolare, l’Institute for the study of war ha riferito che Vladimir Putin potrebbe spostare i mercenari dalla Libia, sebbene il think tank ritenga che, qualora ciò dovesse accadere, non ci sarebbero militari sufficienti per consentire al regime di Damasco di ribaltare la situazione sul campo.

È evidente come l’eventuale coinvolgimento degli Africa Corps rischi di provocare un aumento della tensione anche nello scacchiere libico. Non dimentichiamo che alcune delle sigle di insorti attualmente impegnate nell’offensiva contro Assad sono storicamente spalleggiate dalla Turchia. Quella stessa Turchia che, a sua volta, sostiene il governo di Tripoli, che è rivale di quello di Bengasi: un esecutivo, quest’ultimo, gravitante attorno alla figura del generale Khalifa Haftar, che gode del sostegno dei russi. Ne consegue che, se i rapporti tra Putin e Recep Tayyip Erdogan dovessero peggiorare in Siria, le fibrillazioni potrebbero tornare a crescere anche in Libia.

Non a caso, ieri il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha annunciato imminenti colloqui tra Mosca, Ankara e Teheran sul dossier siriano. «Stiamo negoziando con i nostri partner turchi e iraniani per organizzare una riunione ministeriale questa settimana» ha dichiarato. Del resto, lunedì, il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, incontrando l’omologo iraniano Abbas Araghchi, aveva invocato il ritorno ai colloqui di Astana, per risolvere la crisi siriana. Nell’occasione, Fidan aveva tenuto una posizione articolata, assicurando la cooperazione della Turchia nella lotta al terrorismo e, al contempo, evitando di prendere totalmente le distanze dai ribelli siriani. «Gli ultimi sviluppi evidenziano la necessità di un compromesso tra Damasco e la legittima opposizione del suo stesso popolo», aveva detto.

Al netto dei negoziati invocati ieri da Antonio Guterres, il punto vero è che l’offensiva degli insorti strategicamente non dispiace affatto ad Ankara, che ha oggi meno interesse a tenere rapporti troppo saldi con l’Iran. Erdogan sa che Donald Trump ha intenzione di ripristinare la «massima pressione» su Teheran. Sa inoltre perfettamente che i proxy del regime khomeinista, da Hezbollah ad Hamas, sono stati recentemente decapitati da Israele. Il sultano, che è avvezzo alle rivoluzioni diplomatiche, si sta insomma riposizionando. D’altronde, a lui un indebolimento di Putin conviene sotto almeno due punti di vista. Primo: per guadagnare maggiore influenza in Siria. Secondo: per acquisire un ruolo centrale nella mediazione in Ucraina. Sì, perché, se lo zar non riesce a ribaltare urgentemente la situazione militare in Siria, rischia di vedere il proprio potere negoziale azzoppato al tavolo delle trattative sulla crisi ucraina. Tavolo che probabilmente si aprirà dopo l’insediamento di Trump alla Casa Bianca. Infine, ma non meno importante, non è escludibile un riavvicinamento tra Erdogan e lo Stato ebraico. Ieri, un funzionario israeliano ha riferito al Times of Israel che Gerusalemme non è affatto dispiaciuta della crisi siriana. «Per noi è del tutto chiaro che da una parte ci sono i jihadisti salafiti e dall’altra l’Iran ed Hezbollah: vogliamo che si indeboliscano a vicenda», ha detto.

La debilitazione di Assad e dell’Iran è anche funzionale al rilancio degli Accordi di Abramo, auspicati sia da Trump che da Benjamin Netanyahu. Dall’altra parte, attenzione. Trump ha senza dubbio interesse a sfruttare le difficoltà di Putin in Siria per avere più margine di manovra negoziale sull’Ucraina. Ma sa anche di non potersi permettere una Russia troppo debole, avendo lui intenzione di sganciarla il più possibile da Pechino. La sfida per la sua amministrazione sarà quindi quella di trovare un nuovo bilanciamento regionale tra Mosca e Ankara, cercando al contempo di includerle nella propria strategia anticinese.

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