- Il Santo Padre indica ai diplomatici una via opposta a quella dei volenterosi: «Occorre sradicare ogni volontà di conquista». Poi fa chiarezza sulla famiglia: «È fondata sull’unione stabile tra uomo e donna».
- Incontro Papa-Vance, Parolin conferma: «Protocollo al lavoro, è una questione di tempi». Oltre al vecchio screzio sui migranti, la sintonia sulla carta riguarda Cina, aborto e lotta alle follie woke.
Lo speciale contiene due articoli.
L’incontro di ieri con il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede ha permesso ancora una volta di notare che Leone XIV sfugge a ogni tentativo di arruolamento come, invece, si affannano in molte redazioni, tentando di precettarlo per garantire che sarà una fotocopia di Francesco (ammesso che ciò significhi qualcosa), oppure, come ha fatto La Stampa, dipingendolo come Papa dal profilo «atlantista». Ieri il Papa ha rimandato al mittente tutti gli intruppamenti non richiesti. Ha parlato di necessità della pace, come ha fatto in ogni sua uscita, legandola però ancora una volta «alla pace di Cristo», quella che pacifica i cuori perché, ha detto, è a partire da qui che si sradicano «l’orgoglio e le rivendicazioni». Sebbene questo messaggio passi a fatica, il tentativo di arruolare Leone XIV come «atlantista» o fan dei cosiddetti «volonterosi», è un pio esercizio di un’altra chiesa, ma non quella del Papa. «L’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo», ha detto Robert Francis Prevost. E ancora: «Occorre smettere di produrre strumenti di distruzione e di morte», citando papale-papale proprio quel Francesco di cui ci si preoccupa che sia in continuità.
La via della Santa Sede è la via della diplomazia, senza essere chierichetti di nessuno, una via da percorrere, ha ricordato ieri il pontefice, «tramite il costante e paziente lavoro della Segreteria di Stato». Un passaggio apparentemente scontato, ma di un certo rilievo, perché denota che il Segretario di Stato e il suo ufficio nel nuovo pontificato ritroveranno quella centralità che le è propria, e che con Francesco era stata, invece, progressivamente depauperata a favore di realtà esterne, come ad esempio la Comunità di Sant’Egidio. L’Onu di Trastevere nei dossier internazionali sembrava quasi affiancarsi al lavoro della Segreteria di Stato, come nel caso del compito speciale che Francesco aveva assegnato al cardinale Matteo Zuppi sul fronte ucraino. In questa prospettiva di lavoro diplomatico, ha aggiunto poi Leone, «è necessario ridare respiro alla diplomazia multilaterale e a quelle istituzioni internazionali che sono state volute per porre rimedio alle contese».
Il messaggio non poteva essere più chiaro: «la pace» non è «una semplice tregua, un momento di riposo tra una contesa e l’altra». Occorre «sradicare le premesse di ogni conflitto e di ogni distruttiva volontà di conquista».
Non solo la parola pace, il Papa ha riflettuto anche su «giustizia e verità», così da indicare tre parole chiave per costruire un mondo riconciliato. Per edificare società «armoniche» è compito di chi governa adoperarsi «anzitutto investendo sulla famiglia, fondata sull’unione stabile tra uomo e donna», «società piccola ma vera, e anteriore a ogni civile società», ha affermato, citando anche Leone XIII. Un passaggio che rimanda a una priorità nel buon governo, qualcosa che effettivamente sembra discostarsi dal magistero di Francesco, ma si ritrova facilmente in quelli di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, che non temevano di parlare di «principi che non sono negoziabili». La stella polare del discorso di Leone resta fissa sulla dignità «di ogni persona, specialmente di quelle più fragili e indifese, dal nascituro all’anziano, dal malato al disoccupato, sia esso cittadino o immigrato». Al netto dei titolisti in astinenza, che ieri hanno ben pensato di ricordare che «diversamente da Francesco (Leone, nda) non cita le coppie gay», c’è questo preciso riferimento alla dignità della persona, qualcosa che già il documento Dignitas infinita, pubblicato sotto il pontificato di Bergoglio, collegava alla «dignità ontologica radicata nell’essere stesso della persona umana e che sussiste al di là di ogni circostanza».
In questa prospettiva va inquadrato anche il passaggio dove il Papa ha ricordato la sua storia familiare, che è quella di migranti. Chi vorrebbe il Papa anti Trump, tutto intento a anatematizzare le politiche dell’attuale amministrazione Usa sul tema, dovrebbe riflettere perché il Papa ieri ha giustamente parlato di dignità umana da preservare anche in queste politiche, ma non è arrivato a dogmatizzare un’accoglienza incondizionata. «Ciascuno di noi, nel corso della vita, si può ritrovare sano o malato, occupato o disoccupato, in patria o in terra straniera: la sua dignità però rimane sempre la stessa, quella di creatura voluta e amata da Dio». Su questa dignità da preservare, che siano politiche messe in atto da Trump o da Joe Biden, c’è da stare certi che Leone XIV non arretrerà di un millimetro.
Perché, e siamo alla terza parola ricordata ieri da Prevost – «verità» – «da parte sua, la Chiesa non può mai esimersi dal dire la verità sull’uomo e sul mondo, ricorrendo quando necessario anche a un linguaggio schietto, che può suscitare qualche iniziale incomprensione». Verità è la parola più abrasiva per un mondo in cui la «dittatura del relativismo» di ratzingeriana memoria non ha mai smesso di esercitare il suo potere. «La verità però non è mai disgiunta dalla carità, che alla radice ha sempre la preoccupazione per la vita e il bene di ogni uomo e donna», quindi, ha ricordato Leone XIV, non è una serie di formule e idee, ma nella «prospettiva cristiana» è «l’incontro con la persona stessa di Cristo». Così la verità non è una variabile a piacere, ma «ci consente di affrontare con miglior vigore le sfide del nostro tempo».
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