- Dopo le esequie del generale, gruppi sciiti iracheni hanno colpito obiettivi Usa e annunciato altri raid per oggi. Teheran: «Taglieremo la mano a Washington». Mike Pompeo striglia i partner europei e ignora il nostro Paese.
- Matteo Renzi velava le statue per Hassan Rouhani, l’ex ministro degli Esteri Ue Federica Mogherini flirtava con gli iraniani. E Avvenire beatifica Qassem Soleimani.
- La Libia va verso la spartizione fra Mosca e Ankara. Roma sta a guardare.
Lo speciale contiene tre articoli.
Prima la Zona verde di Baghdad, dove ha sede l’ambasciata statunitense; poi la base di Balad; quella di Al Kindi, a Nord di Mosul; il commando di Nineveh, nel Nord dell’Iraq; infine, l’area degli ex palazzi presidenziali a Mosul. Mentre La Verità andava in stampa erano questi gli obiettivi colpiti in Iraq dalle forze alleate dell’Iran e in tutti questi luoghi è – o quantomeno era – presente personale statunitense. È almeno di una decina di feriti (tutti iracheni) il bilancio della risposta iraniana all’uccisione da parte degli Stati Uniti del capo della brigata Qods delle Guardie rivoluzionarie iraniane Qassem Soleimani e di Abu Mahdi Al Muhandis, capo delle milizie sciite irachene.
Sono stati registrati raid, probabilmente statunitensi, anche contro una base delle Unità di mobilitazione popolare (filoiraniane) al confine fra Iraq e Siria. Pare confermata la notizia che i pasdaran abbiano iniziato a evacuare il loro personale da Aleppo temendo raid aerei staunitensi. Smentita, invece, quella di un raid americano che avrebbe ucciso Shibl Al Zaidi, leader delle brigate Imam Ali, milizia delle Forze di mobilitazione popolare.
Secondo le prime ricostruzioni, dietro i cinque attacchi missilistici potrebbe esserci il ramo iracheno di Hezbollah. La milizia sciita alleata di Teheran, ieri, qualche minuto dopo i due raid missilistici, ha invitato le forze di sicurezza irachene a lasciare le basi statunitensi nel Paese, annunciando nuovi attacchi contro gli States per oggi.
È la vendetta promessa dall’Iran agli Stati Uniti: «L’America è il Grande Satana» e «Morte all’America», i cori scanditi durante i funerali iniziati ieri – nel quartiere sciita Al Kadhimiya di Baghdad – di Soleimani e di Al Muhandis, uccisi da un raid del Pentagono nella notte fra giovedì e venerdì. La salma del primo è diretta verso l’Iran, mentre il secondo verrà sepolto a Najaf dopo un passaggio nella città di Karbala. «Il sangue del martire Soleimani sarà vendicato il giorno in cui vedremo la mano malvagia dell’America essere tagliata via per sempre dalla regione», ha detto il presidente iraniano, Hassan Rouhani, incontrando i familiari del generale. Il quale, secondo il presidente statunitense Donald Trump, stava pianificando «un attacco contro diplomatici e soldati americani».
L’ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite, Majid Takht Ravanchi, ha parlato di «atto di terrorismo» e dichiarato che «sicuramente ci sarà vendetta, una dura vendetta». E ancora: «La risposta per un’azione militare è un’azione militare. Da chi? Quando? Dove? Si vedrà in futuro». Ma è probabile che almeno fino alla fine dei tre giorni di lutto nazionale proclamati da Khamenei l’Iran non risponda, se non tramite forze alleate (come nel caso dell’attacco missilistico di ieri). Quindi non prima di martedì. Il Dipartimento per la sicurezza nazionale di Washington ha già fatto sapere che il terreno più probabile per un contrattacco è l’universo cyber.
Il Pentagono ha dispiegato 2.800 soldati già in viaggio verso il Medio Oriente, la Nato ha sospeso le missioni di addestramento in Iraq, la coalizione Usa anti Isis ridimensionerà le sue azioni e molti Paesi occidentali hanno invitato i loro cittadini ad abbandonare l’Iraq. Intanto, il presidente Trump ha lasciato il dossier nelle mani della diplomazia dando la sua disponibilità per colloqui con l’Iran, stando a quanto riferito da Robert O’Brien.
Mentre la Cina dimostra vicinanza all’Iran, invitando gli Stati Uniti a «non abusare della forza», il ruolo di mediatore nella crisi sembra spettare al Qatar, il cui ministro degli Esteri, Mohammed Bin Abdulrahman Al Thani, ha incontrato ieri a Teheran il suo omologo iraniano, Javad Zarif. Ecco l’offerta, secondo i media statunitensi: un nuovo accordo nucleare in cambio della revoca delle sanzioni. A patto che Teheran non reagisca con violenza all’uccisione di Soleimani. È questa, la scommessa di Trump: la crisi economica interna all’Iran e le prossime elezioni che rischiano di mandare a casa i «riformisti» a favore degli ultraconservatori potrebbe spingere l’Iran a evitare una rappresaglia e sedersi al tavolo con gli States.
Tra i protagonisti di queste ore, sul lato a stelle e strisce, c’è anche il segretario di Stato Mike Pompeo, che per prima cosa sta coltivando i rapporti con Israele e con i principali alleati internazionali. Tra questi, però, si registra un vuoto: l’Europa. In un’intervista a Fox News, il capo di Foggy Bottom ha bacchettato gli alleati del Vecchio continente, a suo giudizio non «così disponibili» come avrebbero dovuto nel comprendere le ragioni che hanno spinto gli americani a uccidere Soleimani.
Pompeo ha raccontato le telefonate con i leader della regione per spiegare l’attacco: «Tutti sono stati fantastici. Ma le mie conversazioni con i nostri partner in altri luoghi non sono state altrettanto positive», ha dichiarato. Poi ha attaccato Londra, Parigi e Berlino: «Francamente, gli europei non sono stati così disponibili come avrei voluto che fossero. Gli inglesi, i francesi, i tedeschi, tutti devono capire ciò che abbiamo fatto, ciò che hanno fatto gli americani, che hanno salvato vite umane anche in Europa».
Manca il riferimento all’Italia. Infatti, né Pompeo né tantomeno Trump hanno sentito la necessità di telefonare al ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, né al premier Giuseppe Conte. Quest’ultimo ha seguito le indicazioni di un suo predecessore che molto ha scommesso su di lui: Massimo D’Alema, colui il quale in visita a Beirut (2006) si fece fotografare sottobraccio a Hussein Haji Hassan, deputato di Hezbollah. La soluzione dell’ex premier? «Una missione dell’Unione europea». E così ieri mattina una nota di Palazzo Chigi informava che il premier Conte è preoccupato per l’escalation e punta sul «ruolo fondamentale» e il «contributo determinante» dell’Unione europea.
Il che conferma un sospetto: i leader europei quando non sanno che fare invocano una missione europea. Che vuole dire tutto e niente, ma sempre più spesso vuole dire niente. L’abbiamo già visto con il flop libico.
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