Dal Sahel all’America Latina: il nuovo asse del male iraniano
Il presidente iraniano Ebrahim Raisi con il presidente dello Zimbabwe Emmerson Mnangagwa (Getty Images)
  • L’Iran non sta soltanto usando Hamas ed Hezbollah per colpire Israele ed espandere la propria influenza in Medio Oriente. Sta anche rafforzando la sua longa manus sul Sahel.
  • Non solo Medio Oriente e Africa. La pericolosa influenza di Teheran sta crescendo anche in America Latina.

Lo speciale contiene due articoli.

A inizio ottobre, il presidente di transizione del Burkina Faso, Ibrahim Traoré, ha ricevuto a Ouagadougou il ministro iraniano del Lavoro, della Cooperazione e della Previdenza sociale, Seyyed Soulat Mortazavi. Nell’occasione, i due hanno firmato un memorandum d’intesa per consolidare la cooperazione economica. Non solo. A settembre, il ministro del Petrolio iraniano, Javad Owji, aveva annunciato l’intenzione di realizzare una raffineria in Burkina. Inoltre, in estate lo stesso Burkina aveva reso nota l’apertura di una propria ambasciata in Iran.

In tutto questo, già l’anno scorso Teheran aveva rafforzato i propri legami con Bamako. Ad agosto del 2022, il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian, si era recato in Mali, dicendo che “i governi dei due Paesi stanno facendo molti sforzi per facilitare il lavoro degli operatori economici. Gli ostacoli esistenti saranno eliminati per accelerare le operazioni di cooperazione economica tra i due Paesi”. Per di più, lo scorso maggio, il Jerusalem Post ha riferito che la Repubblica islamica potrebbe presto fornire degli armamenti a Bamako.

È chiaro che l’espansione dell’influenza iraniana sul Sahel sta avvenendo sulla scia della politica russa in loco: non dimentichiamo d’altronde che Teheran è uno dei principali alleati mediorientali del Cremlino. Inoltre, a settembre, Mali, Burkina e Niger hanno siglato un patto di sicurezza, che prevede l’assistenza militare reciproca. Una serie di fattori che desta preoccupazione. L’Iran potrebbe infatti sfruttare la propria posizione nel Sahel per rafforzare la sua strategia mediorientale.

In particolare, Teheran potrebbe cercare di mettere sotto pressione il fianco meridionale della Nato e la stessa Unione europea: non bisogna infatti trascurare che il Sahel è uno snodo cruciale per i flussi migratori diretti verso le nostre coste. Flussi che potrebbero essere utilizzati come strumento di pressione, per l’appunto. Non è escludibile che gli ayatollah possano agire in questo modo per cercare di intralciare il sostegno occidentale allo Stato di Israele nel corso della crisi in atto. Una crisi che, secondo il Wall Street Journal e il New York Times, Teheran avrebbe contribuito a orchestrare, facendo leva su Hamas ed Hezbollah.

Tutto questo, senza trascurare che l’Iran non sta guardando soltanto al Sahel. A luglio, il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, ha effettuato un tour africano, che lo ha portato in Kenya, Uganda e Zimbabwe. Questo vuol dire che, nel continente, Teheran risulta oggi tutt’altro che isolata. Un problema evidente non soltanto per la sicurezza di Israele ma per quella dell’Occidente tutto. Si tratta d’altronde di una situazione che è stata favorita, soprattutto negli ultimissimi anni, dalla miopia dell’amministrazione Biden e della Commissione europea. Il network africano degli iraniani sta intanto crescendo. E rischia di farsi sempre più pericoloso.

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