Il paradosso Ue: è perfetta ma va ribaltata
Sergio Mattarella (Imagoeconomica)
Mario Draghi e Sergio Mattarella chiedono l’ingresso di Kiev saltando l’Aula e la solita «svolta» europea. Sempre imposta e mai discussa.

Nel discorso d’insediamento della sua rielezione, Sergio Mattarella ha ricordato – non era certo la prima volta – il ruolo «cruciale» del Parlamento, «luogo dove la politica riconosce, valorizza e immette nelle istituzioni ciò che di vivo emerge dalla società civile». A fronte di «poteri economici sovranazionali» che, spiegò destando stupore, «tendono a prevalere e a imporsi, aggirando il processo democratico», il presidente scandì: «Occorre evitare che i problemi trovino soluzione senza l’intervento delle istituzioni a tutela dell’interesse generale: questa eventualità si traduce sempre a vantaggio di chi è in condizioni di maggiore forza».

È interessante paragonare queste parole con il testo della risoluzione approvata dall’Aula dallo scoppio del conflitto ucraino e con i recenti discorsi dei due contendenti al Quirinale di pochi mesi fa: Mario Draghi e lo stesso Mattarella. Il documento bipartisan licenziato da Camera e Senato dopo l’invasione russa impegnava infatti il governo «ad assicurare sostegno e solidarietà al popolo ucraino e alle sue istituzioni attivando […] tutte le azioni necessarie a fornire assistenza umanitaria, finanziaria, economica e di qualsiasi altra natura, nonché – tenendo costantemente informato il Parlamento e in modo coordinato con gli altri Paesi europei e alleati – la cessione di apparati e strumenti militari che consentano all’Ucraina di esercitare il diritto alla legittima difesa e di proteggere la sua popolazione». Subito oltre, «a raccogliere l’aspirazione europea dell’Ucraina, rafforzando in ogni campo la cooperazione Ue-Ucraina». Come si può facilmente notare – e come è forse doveroso – non si esplicita un «sì» all’ingresso nell’Unione europea.

Due giorni fa, al Parlamento europeo, il presidente del Consiglio ha spiegato: «Vogliamo dare nuovo slancio ai negoziati con Serbia e Montenegro, e assicurare la massima attenzione alle legittime aspettative di Bosnia Erzegovina e Kosovo. Siamo favorevoli all’ingresso di tutti questi Paesi e vogliamo l’Ucraina nell’Ue».

In una sede meno formale ma altrettanto significativa (agli studenti delle scuole ambasciatrici del Parlamento europeo, ricevuti al Quirinale), ieri Mattarella ha detto che «All’inizio (nella Comunità europea, poi Ue, ndr) c’erano sei Paesi, ora siamo numerosi, ne aspettiamo altri: ci sono altri che attendono di entrare, e che è bene che entrino nel tempo».

Non è ovviamente qui in discussione il merito della posizione diplomatica sull’ingresso di Kiev (che peraltro sembra star bene perfino a Mosca) o su altri Paesi, né tanto meno il giudizio sull’aggressione russa, ma il metodo con cui si legittima e forma la posizione del nostro Paese su questioni così delicate, a maggior ragione nel mezzo di una guerra che di fatto ci coinvolge direttamente. È ovvio che due delle prime cariche dello Stato abbiano – ci mancherebbe – la titolarità a parlare su queste faccende, ma il punto è sempre la consequenzialità tra queste parole e lo sviluppo decisionale, che già vede una compressione evidentissima della rappresentanza parlamentare. Tale compressione, come detto stigmatizzata più volte dallo stesso capo di Stato, avviene spesso con la fattiva collaborazione del Parlamento stesso, a più riprese impaurito e fragile: ma non può essere una ragione per incoraggiarla per via istituzionale.

Né è un caso che tale processo avvenga sistematicamente facendo riferimento all’Unione europea. Anche ieri Mattarella si è inserito con la sua autorevolezza nel filone di chi, nella crisi ucraina, vede l’occasione di una «svolta» profonda e decisiva per le istituzioni comunitarie. L’inquilino del Quirinale ha auspicato «unità» (totalmente assente sulla articolatissima pratica dell’embargo degli idrocarburi russi) e superamento dell’«inerzia» dell’Ue. Draghi aveva appena espresso la necessità di rivedere i Trattati e superare il diritto di veto. Il segretario del Pd ha di recente proposto una confederazione per incoraggiare l’ingresso di nuovi membri. L’impianto retorico sul tema risente di una contraddizione tanto insuperabile quanto inespressa: la dimensione europea è contemporaneamente inefficace e incompleta, perfino sbagliata in prospettiva (si veda il Patto di stabilità, ormai espressamente giudicato inapplicabile perfino dal segretario al Tesoro Usa, Janet Yellen), eppure inevitabile, non negoziabile, da imporre se necessario nel presente. Chi sindaca qui e ora alcuni punti dell’assetto comunitario è invariabilmente tacciato di sovranismo, populismo, putinismo, impresentabilità varie; eppure puntualmente i massimi sostenitori a prescindere dell’Ue ne sottolineano difetti strutturali da superare con slanci eroici, come teorizzava Jean Monnet, legati ai peggiori momenti di crisi (del debito, del Covid, di Kiev).

Purtroppo non se ne esce. E perdersi nel giochetto degli anti o pro non fa che occultare il problema più grosso: l’Ue è un paravento sotto cui ammantare, nel tempo, tutto e il suo contrario, ostacolando se non occultando la dinamica politica che dovrebbe portare al centro del dibattito le domande più semplici e difficili in una democrazia: cosa è giusto fare? Cosa conviene fare? Chi lo decide?

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