Toni Capuozzo: «Abbiamo chiuso gli occhi quando Hamas si rafforzava grazie ai soldi del Qatar»
Toni Capuozzo (Getty Images)
Il giornalista più volte inviato in quelle terre: «Doha investiva qui in Occidente e intanto finanziava i terroristi. Che ora rischiano di diventare un modello anche in Cisgiordania».

Sarebbe in teoria impegnato nella presentazione del suo nuovo libro – Nessuno più canta per strada, edito da Biblioteca dell’Immagine – ma è di Medio Oriente che gli chiedono, ed è del «Medio Oriente di cui ci eravamo dimenticati e dove il conflitto non è mai finito» che vuole parlare. Classe 1948, a Toni Capuozzo l’etichetta di inviato di guerra è sempre stata strettissima. Esperto di crisi e conflitti internazionali, anche questo lo segue da anni. Gli dico che di video come quelli che arrivano da Gaza, con il sangue dei bambini, non ne avevo mai visti così tanti, e se sia possibile che tra qualche giorno ci anestetizzeremo. «Non ci si assuefà all’orrore», mi risponde lui che ne ha visti tanti da vicino, e «quel che sta accadendo ci fa capire che in realtà la guerra in Ucraina si combatte in punta di fioretto, rispetto a questa che è appena scoppiata La differenza fondamentale, è che tra Russia e Ucraina, ciascuna con dietro i suoi alleati, si combatte una guerra di Stati maggiori, Zelensky contro Putin. In Medio Oriente è una guerra di popoli, con le loro rabbie e i loro umori, che hanno la meglio sulle diplomazie».

Nel 2002 eri in quelle terre: ti rifugiasti nel convento di Santa Caterina a Betlemme e fosti tra i primi a capire che i palestinesi stavano facendo irruzione nella Basilica della Natività. Fu chiamato l’«assedio», durò 39 giorni.

«E io combattei una piccola e solitaria battaglia anche contro i colleghi giornalisti, perché quella vicenda fosse chiamata “occupazione”, e non assedio. Non c’erano i cattivi ad assediare un castello con dentro inermi affamati, ma un commando di miliziani che sparava dal tetto verso gli israeliani sperando che rispondessero con i cannoni sulla Basilica, così da far fremere l’opinione pubblica mondiale. Entrai, vidi coi miei occhi i resti di cibo da ripulire per terra. I media raccontarono però una storia diversa. Fu forse anche un fatto di pigrizia mentale, di adattamento della realtà ai propri pregiudizi e semplicemente di punti di vista diversi».

Si rischia anche oggi di non raccontarla tutta giusta?

«Allora non si parlava di Hamas, ma all’opera c’era comunque una organizzazione fondamentalista, Fatah. Oggi tutti si svegliano quando vedono da vicino l’orrore di Hamas? Penso che abbiamo volutamente distolto lo sguardo. A partire da allora, da più di 20 anni fa».

Hamas ha cambiato la sua faccia in questi anni?

«Innanzitutto è più ricca di quando è nata. I soldi arrivano dal Qatar, che finanzia il calcio e fa investimenti immobiliari pure in Italia e si mostra con una faccia smagliante. Hamas si è rafforzata così militarmente. E poi ha perso progressivamente il suo tratto sociale. Che però non va dimenticato».

Netanyahu sovrappone Hamas all’Isis. Concordi?

«Di fronte alla corrotta gestione palestinese, i dirigenti di Hamas si sono proposti come i puri, e hanno fatto attività assistenziale verso i poveri e gli ultimi. Vivevano anche loro come gli ultimi, ma ora con la scusa della sicurezza hanno case di lusso oltre confine. Ma questa base sociale, per cui sono stati votati dalla gente, quando lo Stato islamico non lo ha invece mai votato nessuno e si è sempre imposto con la forza delle armi, li differenzia dall’Isis».

Terroristi, in ogni caso?

«Sì, ma rischiano oggi più che mai di essere attraenti per i foreign fighters, una calamita ad esempio per i ragazzi palestinesi in Cisgiordania educati all’odio nelle scuole e dalle famiglie. Perché hanno fatto cose che i burocrati al governo mai hanno fatto. Rischiamo inoltre di sottovalutare la vocazione religiosa: amano la morte più di quanto amiamo la vita, perché la considerano un passaggio obbligato verso i piaceri dell’aldilà. È un’arma potente – in un confronto militare – avere un esercito che non tiene a sopravvivere. Credo il rischio maggiore oggi per noi occidentali sia quello di non capire questi mondi».

Logiche diverse?

«In Medio Oriente è la cultura, anche religiosa, che determina i fatti del giorno. La Bibbia non è un libro di pace e di amore, è un libro che ha dentro tanta violenza: basta leggerla. Il perdono lo abbiamo introdotto noi cristiani, con il Vangelo».

Vige quindi la legge dell’«occhio per occhio»?

«Il messaggio biblico comporta la proporzione nella risposta. Una non esagerazione. I popoli in guerra oggi, inoltre, non ritengono il vicino il proprio prossimo. La differenza è fatale».

Ci sono parole comuni all’orrore di ogni guerra. Vedo ricorrere in questi giorni: innocenza. Di civili, bambini, anziani. Sono le morti innocenti, la cosa che più ti colpisce in ogni conflitto?

«La prima parola che occorre usare e capire fino in fondo, di fronte a ogni guerra, è pietas, quella vera, che vale per tutte le vittime. Se una ragazza è violentata, non importa che fosse in minigonna. Se un bambino muore ed è a Gaza, è un bambino che muore. Punto. Ritengo osceno andare a cercare nelle vittime le ragioni del proprio essere vittime».

In modo smaccato o meno, si simpatizza per una parte o per l’altra.

«In un mondo iperprotetto siamo disabituati a toccare con mano l’orrore. È difficile raccontarlo, anche per i giovani colleghi inviati in quelle terre. Siamo portati a prendere parte, e in questo i social non ci hanno migliorato. Invece che essere davvero solidali con ogni vittima, senza badare al colore della pelle o da quale parte sta. L’orrore non può esser usato come clava, c’è chi tra i media locali lo fa».

L’Occidente può ergersi a baluardo di ragionevolezza?

«Non abbiamo diritto di dire ad Israele come rispondere, quanto reagire. Non lo abbiamo noi occidentali, amici di Israele, perché abbiamo chiuso un occhio sulle tante guerre umanitarie. Da Belgrado a Tripoli, da Mogadiscio a Baghdad, dal Donbass al Nagorno Karabakh, non siamo andati per il sottile, quanto a vittime civili. Non abbiamo niente da insegnare, niente da ammonire, nessuna ragione di stare con il ditino alzato. Nemmeno noi italiani».

In cosa allora si può sperare?

«Chi crede preghi, chi non crede speri che la rabbia sia contenuta, e che tutti pensino che ci sarà un dopo. Non può che essere così, d’altra parte. Che cosa si fa? Si cancellano 5 milioni di palestinesi? O si va dietro alla follia di Hamas, che per statuto vuole che Israele smetta di esistere?».

Due popoli in due Stati: utopia?

«A mio parere è l’unica soluzione, non un’utopia. Altrimenti resteranno sempre tensioni. Che la capitale poi sarà posta in un luogo o in un altro, sono dettagli ininfluenti».

Si muovono le diplomazie. Aiuteranno?

«Quanto farà il re di Giordania è importante, visto il gran numero di palestinesi che vivono nel suo territorio. Così anche l’Egitto. E le Nazioni Unite, che da troppi anni hanno chiuso un occhio su Hamas e non solo, e potrebbero ora cogliere l’occasione di restituire importanza a sé stesse».

L’Autorità nazionale palestinese non conta più nulla?

«L’Anp, per quanto esangue, invece di allacciarsi le scarpe per correre dietro agli stivali di guerra, dovrebbe prendere la palla al balzo per cercare interlocuzioni, perché c’è bisogno di palestinesi moderati. Detto tutto questo, il conflitto di questi giorni dimostra che ci siamo affidati in toto alle intelligence e siamo stati colti di sorpresa tutti, perché le voci sono state passate di bocca in bocca tramite bisbigli e biglietti scritti a mano, e le reti tagliate con un tronchesino. Diplomazie e servizi segreti poco possono, l’incertezza su quanto accadrà resta».

Temi che il conflitto possa estendersi?

«C’è da augurarsi di no. E alcuni segnali confermano che le parti in gioco abbiano chiaro il rischio. Hezbollah per ora sta facendo “il minimo sindacale”; Israele pur accusando l’Iran non ha mosso incursioni aeree sulle centrali che rappresentano una minaccia nucleare. Tutti sanno che è meglio circoscrivere il conflitto».

E i grandi? La Russia, per esempio, ha da guadagnarci da quanto sta accadendo?

«Sì, nella misura in cui si distrae l’Occidente dall’Ucraina. La Russia è molto legata a Israele: ci sono cittadine israeliane in cui si stampano giornali in cirillico e si parla russo».

E gli Usa?

«Gli Stati Uniti non sono la stella polare di questa porzione di mondo. Sono sempre convinti che l’azione militare sia l’unica risposta possibile e pure stavolta hanno mandato la loro flotta. Ma sono decenni che non riescono a fare in questi territori una politica diplomatica efficace. Hanno scelto la Cina come nemico, ed erano convinti che il prossimo fronte di crisi sarebbe stato Taiwan. Questa guerra li ha sorpresi».

L’Italia? L’Ue? Hanno invece possibilità?

«Ma quando mai. Siamo forse riusciti a dialogare in Libia? In Somalia? In Afghanistan? Nei Balcani? No, la risposta è sempre no. Siamo figli della seconda guerra mondiale e l’Europa conta molto poco».

Prevedi che spunteranno bandiere della pace sui nostri balconi?

«La mia unica bandiera è il tricolore, ma sventolare e dichiarare di appartenere a qualcosa non è mai stato un mio bisogno, né ovviamente il mio mestiere. La pace deve appartenere a tutti. Non è un distintivo né una coccarda».

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