Probabilmente Giuseppe Conte non avrebbe mai immaginato di diventare premier. Sicuramente non avrebbe scommesso di esercitare il ruolo in un dei momenti più caldi degli ultimi 20 anni. Unione europea in crisi, Cina in grande espansione e in cerca di nuove alleanze, infine Mediterraneo in ebollizione con Donald Trump pronto a esercitare il predominio statunitense, con la «delicatezza» che lo contraddistingue. Eppure, anche se molti lo considerano un neofita, Conte sembra incarnare due caratteristiche dell’Italia. Si muove ai tavoli con una certa facilità e con il background da avvocato. Senza mai impegnarsi fino in fondo sembra saper portare avanti trattative che per altre nazioni sarebbero impossibili. In gergo si dice tenere i piedi in due scarpe. Ed è ciò che l’Italia ha sempre fatto dai tempi di Giulio Andreotti. Adesso lo schieramento da gestire è un triangolo: Usa, Cina ed Europa. Il viaggio in corso a Pechino, in occasione del Forum sulla Via della seta, si sta rivelando un discreto successo diplomatico. Non ci sono in corso grandi accordi (previsto per oggi un memorandum tra Italgas e China State Grid), anche se nel complesso sono state siglate opzioni commerciali e industriali per 64 miliardi di dollari. Il successo dell’Italia sta però nell’aver aperto la strada al resto dell’Europa. Il ministro tedesco dell’Economia, Peter Altmaier, presente al Forum al posto di Angela Merkel a margine di un incontro ha fatto sapere che c’è una disponibilità di fondo purché valutata sotto la bandiera Ue. «I principali Paesi dell’Unione europea preferiscono firmare un memorandum d’intesa con la Cina come gruppo e non come singoli Stati», ha detto Altmaier, aprendo concretamente a una nuova strategia. Ok alla Via della seta purché la Cina apra il proprio mercato. Esattamente quanto Xi Jinping promise lo scorso marzo in visita a Roma. A questo punto si può dire che Conte abbia aperto la strada anche agli altri Paesi europei che dietro le parole ecumeniche continuano a nascondere la volontà di gestire anche la nostra politica estera. Basta vedere come è andata a finire in Libia dopo un quadriennio in cui la nostra politica mediterranea è stata di fatto appaltata alla Francia.
È veramente presto per dire se la mossa di Conte sia un successo, però la posizione degli europeisti sembra sempre più fragile. Anche l’idea che Trump possa punirci per aver aderito alla Via della seta è tutta da dimostrare. Certo, il vero nodo saranno gli appalti sul 5G, ma se sul tema Roma riuscirà a tenere il punto e rassicurare l’intelligence Usa, le probabilità che una volta scoppiata la pace tra Pechino e Washington, il nostro Paese possa godere di una posizione privilegiata con entrambe sono elevate. E a quel punto la scommessa potrà dirsi vinta. Certo, è un gioco pericoloso esattamente come quello in corso in queste ore attorno alla battaglia di Tripoli. Sempre a Pechino, il nostro premier ha incontrato il presidente della Russia.
Lavorare «insieme» a una «soluzione» della crisi libica. È quanto ha chiesto a Vladimir Putin nel corso di un colloquio «fitto e intenso». Il premier «ha espresso a Putin la sua valutazione dell’attuale situazione in Libia e gli ha chiesto di condividere le preoccupazioni al fine di lavorare insieme a una soluzione». Venerdì sera, in conferenza stampa il premier aveva spiegato che l’Italia in Libia non sostiene «un singolo attore», quindi Khalifa Haftar o Fajez al Serraji, ma ha una posizione «a favore del popolo libico», e considera comunque la soluzione militare «assolutamente non affidabile». Nonostante il grande supporto internazionale (dall’Arabia Saudita fino agli usa passando per Russia, Francia ed Egitto) Haftar non ha ancora sfondato. Sembra sempre più chiaro che si andrà verso un punto di caduta politico. Per i Paesi europei che hanno appoggiato il generale militarmente sarà difficile fare da mediatori, mentre non è da escludere che a Roma possa toccare il ruolo di paciere. Sempre che in questi giorni Conte non si sbilanci troppo verso Putin e Abd Al Fattah Al Sisi. Il primo passo per la mediazione si coglie dall’offerta di Conte di utilizzare i nostri militari presenti in loco per soccorrere sia i miliziani dell’Lna sia quelli del Gna. Cioè i due eserciti che si riferiscono a Tripoli e Bengasi. Un modo per avviare il dialogo anche con la parte di Haftar che nelle ultime ore accusa l’Italia di intervenire a favore dei militari di Tripoli. Il tassello mancante è il rapporto con l’Egitto. Nel bilaterale di ieri Conte ha simulato un attacco, dicendo di non essere soddisfatto della collaborazione sulle indagini della morte dello studente Giulio Regeni. Al Sisi ha garantito di non volersi far coinvolgere direttamente nel conflitto libico. Un modo – per entrambe – di affermare che Il Cairo non è ancora pronto a diventare la nazione leader del Maghreb.
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