- La Corte costituzionale usa il caso Cappato per dettare al Parlamento la sua riforma del codice penale: lecito «a determinate condizioni» agevolare chi vuole uccidersi. E conclude: l’Aula dovrà comunque pronunciarsi.
- Pd, M5s e Leu hanno già presentato la norma per arrivare all’obiettivo sfruttando il parziale vuoto creato dalla sentenza di ieri. La dem Monica Cirinnà: «Il ddl riguarda solo pazienti terminali e coscienti». Ma prevede «quello che manca in tutti gli altri testi: il farmaco letale».
Lo speciale contiene due articoli.
La Corte costituzionale ha aperto uno spiraglio alla liceità del suicidio assistito. Al termine di una lunga camera di consiglio, iniziata alle 15.30 e conclusa poco prima delle 20, la Consulta ha individuato alcune condizioni di «non punibilità» di chi istiga o aiuta un paziente grave a morire. È una decisione di compromesso, a metà strada tra il rigore, legato al diritto naturale e ai valori su cui è nato l’Occidente cristiano, e la depenalizzazione di cui la tragica vicenda di Dj Fabo è diventata un simbolo.
Di fatto, la Consulta ha modificato l’articolo 580 del codice penale. Era chiamata a valutarne la costituzionalità, ha deciso di correggerlo. Così si legge nel comunicato diffuso nella serata di ieri dall’ufficio stampa della Corte: «In attesa del deposito della sentenza, la Corte ha ritenuto non punibile, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli».
Dunque, il 580 rimane ma emendato dalla Consulta. Esso prevede una pena da 5 a 12 anni per chi aiuta o istiga al suicidio. Ma in alcuni casi scatta una «non punibilità»: il proposito di suicidio dev’essere deciso liberamente e in autonomia dal malato; questi dev’essere tenuto in vita dalle macchine e deve soffrire di una patologia «irreversibile» che gli provochi «sofferenze intollerabili», comunque non tali da compromettere la sua capacità di prendere decisioni consapevoli.
La Corte aggiunge che attende «un indispensabile intervento del legislatore». Nel frattempo, la non punibilità deve essere subordinata «al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua»: la Consulta cioè arriva a disciplinare la modalità in cui l’aspirante suicida deve morire. Occorre inoltre che «una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale» verifichi sia le «condizioni richieste» sia le «modalità di esecuzione, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente». E mai la parola «esecuzione» suona così sinistra.
Così conclude la nota della Consulta: «La Corte sottolinea che l’individuazione di queste specifiche condizioni e modalità procedimentali, desunte da norme già presenti nell’ordinamento, si è resa necessaria per evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili, come già sottolineato nell’ordinanza 207 del 2018. Rispetto alle condotte già realizzate, il giudice valuterà la sussistenza di condizioni sostanzialmente equivalenti a quelle indicate».
In pratica, la Consulta si è sostituita al Parlamento, che ora dovrà riscrivere l’articolo 580 del codice penale seguendo le indicazioni della Corte. E già questo è un fatto clamoroso. Ma il paradosso è che, almeno nel comunicato diffuso dall’ufficio stampa della Consulta, non si accenna al destino giudiziario di Marco Cappato, colui che portò Fabiano Antoniani, Dj Fabo, a morire in una struttura specializzata in Svizzera. Non si parla del suo processo, che doveva essere il cuore del pronunciamento della Corte. Cappato resta così in bilico, in attesa di una decisione di un qualche giudice. Ma la campagna mediatica che verrà orchestrata a partire da oggi sfonderà quella breccia che la decisione di ieri sera ha aperto. D’altra parte, già 4.000 camici bianchi hanno dichiarato che praticheranno l’obiezione di coscienza e non indurranno la morte se venisse loro chiesto, come ha garantito il vicepresidente dell’Associazione medici cattolici italiani.
È una svolta clamorosa per l’Italia, che ha sempre punito con severità qualsiasi azione che potesse agevolare la fine anticipata di una vita. Compreso il gesto – che si vorrebbe fare passare come «pietoso» – di esaudire la volontà di un malato grave il quale ha perso la speranza e la forza di reagire, e chiede che venga posta fine alle proprie sofferenze. Dj Fabo era cieco e tetraplegico dopo un incidente stradale: un invalido gravissimo, aiutato dalle macchine nelle funzioni vitali, ma non un malato terminale. Cappato, tesoriere e portabandiera dell’associazione radicale intitolata a Luca Coscioni, non si è limitato ad aiutare il gesto estremo. Tornato a Milano, si è autodenunciato e si è fatto processare. All’atto di presunta pietà si è aggiunta la provocazione, l’intenzione di creare il caso e il caos normativo che è giunto all’apice nel palazzo della Consulta che ieri ha emesso il verdetto.
La Corte aveva già affrontato la vicenda un anno fa. L’orientamento emerso era chiaro: la legge in vigore è troppo punitiva. Ma i giudici costituzionali avevano scelto di soprassedere fino al 24 settembre 2019, due giorni fa, in modo che il Parlamento potesse intervenire nel frattempo. Un anno non è stato sufficiente. La vecchia maggioranza gialloblù non ha mai avviato il dibattito alle Camere. Ora l’aria è cambiata.
Il nuovo asse Pd-M5s vorrebbe smantellare pietra su pietra quanto costruito dalla componente leghista del vecchio esecutivo: l’essersi liberati di Matteo Salvini ha consentito la sterzata sulla gestione degli sbarchi e ora ha creato un clima non ostile a una rivoluzione normativa che contraddice il diritto naturale e uno dei valori su cui è fondata l’Italia e l’Occidente, cioè che la vita è un bene intangibile.
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