- Dal caso di Riace a quello di Lodi, i progressisti si indignano fregandosene di quel che è previsto dalle nostre norme e su Mimmo Lucano hanno cominciato a parlare di «esilio», hanno raccontato la storia strappalacrime di un uomo cacciato dalla sua città.
- La criminalità africana ha trasformato la città in un bivacco. E le musulmane pretendono autiste donne sugli autobus.
Lo speciale contiene due articoli.
Avevamo capito che la legalità fosse una cosa di sinistra: vent’anni di antiberlusconismo ci avevano convinti che l’approccio disinvolto al codice penale fosse roba da reazionari, mentre loro passavano le serate declamando la Costituzione e salmodiando codicilli, ricordando le gesta eroiche delle Procure e citando interi stralci delle intercettazioni che hanno fatto la storia.
Era più o meno tutto vero, ma mancava una postilla: la legalità è bellissima, sì, a meno che non ci siano di mezzo gli immigrati. In quel caso le leggi si possono anche infrangere, perché al di sopra dei codici degli esseri umani regna sovrana l’etica umanitaria. Prendiamo Mimmo Lucano, uno che ama definirsi normalmente «fuorilegge» e su cui ancora pendono accuse molto gravi. Ma chi se ne frega, tanto erano infrazioni commesse «a fin di bene», no? Sui giornali, in questi giorni, abbiamo letto fior di editorialisti e politici che, in tutta serietà, discutevano sulla liceità di violare una norma «ingiusta». Il tutto, magari, sugli stessi media che sono sempre così attenti nel denunciare il pericolo eversivo e antidemocratico. Ma cosa c’è di più eversivo e antidemocratico di infrangere leggi a capocchia e pretendere di avere pure ragione?
Martedì sera, il tribunale del Riesame ha disposto la revoca degli arresti domiciliari ma ha imposto al sindaco di Riace il divieto di dimora. I giornali progressisti sembrava che avessero scoperto questa misura in quel momento: hanno cominciato a parlare di «esilio», hanno raccontato la storia strappalacrime di un uomo cacciato dalla sua città. «Mimmo come farà? Dove andrà a vivere», si chiedeva affranto il fratello Giuseppe. E tutti gli altri imputati italiani a cui viene comminato il divieto di dimora ogni giorno, com’è che fanno? Ma chi se ne frega, quelli mica sono nei guai per aver aiutato gli immigrati.
La stessa revoca dei domiciliari va letta nel più ampio contesto del procedimento contro Lucano: il Tribunale della libertà di Reggio Calabria, infatti, non ha ancora fissato l’udienza per la discussione del ricorso presentato dalla Procura di Locri contro l’ordinanza del gip che ha accolto solo parzialmente le accuse contestate al sindaco di Riace. Il ricorso della Procura, in particolare, mira a far contestare a Lucano anche i reati di associazione per delinquere, concussione, truffa aggravata, abuso e malversazione, che non sono stati accolti dal gip nella sua ordinanza di arresti domiciliari per il sindaco. La vicenda, insomma, è tutt’altro che chiusa.
Ma non c’è solo la questione Riace. Prendiamo la vicenda di Lodi. Hai voglia il sindaco, Sara Casanova, a ripetere che quei regolamenti comunali non se li sono inventati loro, che si trattava solo di recepire delle leggi dello Stato (nello specifico il Dpr 445 del 2000 e il 394 del 1999). Macché, Salvatore Merlo, del Foglio, ha scritto sui social che si tratta della «discriminazione attraverso un cavillo». Quando riguarda gli immigrati, la legge viene automaticamente degradata a «cavillo». Ezio Mauro, su Repubblica, ha creduto dio vedervi «una vera e propria procedura implicita di selezione, che si accompagna a una pratica sperimentata della discriminazione». Insomma, delle leggi razziali, in pratica. Del resto L’Espresso non ha paragonato l’Italia del 2018 a quella del 1938?
Per Mauro, l’obiettivo dei leghisti «è quello di discriminare, selezionare, distinguere, stanare, additare il nuovo fantasma italiano: il migrante, lo straniero. Separandolo, segregandolo, spingendolo in un mondo a parte, obbligandolo ad accettare condizioni speciali». E pensare che le leggi in questione volevano sortire esattamente l’effetto opposto: evitare che a dover dare prove di una determinata situazione di indigenza fossero solo gli italiani.
Nel frattempo, a Firenze, scoppia lo scandalo per il «coprifuoco» imposto agli ospiti dei centri d’accoglienza: una circolare del prefetto impone il rientro obbligato entro le 20 e il «controllo» dei pacchi che arrivano per posta ai migranti. Il presidente della Regione, Enrico Rossi, ha gridato ancora una volta alla Costituzione fatta a brandelli.
Le autorità spiegano che, in realtà, tutte le attività che il migrante ha già programmato dopo le 20, come la frequenza di corsi, il volontariato o l’attività sportiva, sono consentite attraverso il via libera prefettizio. La norma sui pacchi, poi, è così giustificata dalla prefettura: «In molti casi sono stati acquistati oggetti di valore, di un valore che, in teoria, chi dichiara di essere indigente, non potrebbe permettersi» (ma guarda un po’, tutto si tiene). Giova ricordare che non parliamo di villeggianti, ma di persone che sono prese in carico dallo Stato italiano e la cui posizione deve spesso ancora essere vagliata dalle autorità. C’è quindi una ragione se i controlli si fanno stringenti. Ma sono migranti, quindi ogni regola sa di razzismo e ogni legge odora di discriminazione.
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