Russia, stoccaggi e mania verde. I tre sbagli Ue dietro il caro bollette
Il libro «Materia rara» analizza come il Green deal sia responsabile sia dell’inflazione sia della penuria di beni di prima necessità. Le forniture non sono più sicure e le riserve di gas rischiano di scendere al 4%.

Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto di Materia rara. Come la pandemia e il green deal hanno stravolto il mercato delle materie prime di Gianclaudio Torlizzi, firma della Verità, da oggi in libreria (Guerini e Associati, 19,5 euro). Prefazione di Lorenzo Castellani e postfazione di Giampiero Massolo.

Proprio il Vecchio continente si ritrova in una posizione di particolare vulnerabilità sul fronte energetico simile a quella vissuta negli anni Settanta. Una vera e propria situazione di crisi, quella che sta investendo il mercato europeo, che ha già iniziato a sfociare in fermate produttive non solo nel comparto dei fertilizzanti, indispensabili per garantire la regolare fornitura nel comparto alimentare, ma anche in quello siderurgico e metallurgico.

L’aspetto su cui occorre soffermarsi è che, a mano a mano che i piani di sviluppo in nuova capacità produttiva nel carbone vengono ridimensionati, il gas viene visto come la fonte energetica sostitutiva almeno nel breve termine, tanto da essere battezzato «il carburante della transizione». Secondo le stime dell’Iea, la domanda di gas naturale liquefatto (lng) crescerà del 7% rispetto ai livelli pre Covid entro il 2024 e poi del 3,4% annuo fino al 2035. In assenza di nuovi investimenti, stima la società di ricerca Wood Mackenzie, la domanda supererà l’offerta per 160 milioni di tonnellate nel 2035. Gli effetti sono già sotto gli occhi di tutti: nell’ottobre 2021 il prezzo spot del gas naturale in Italia supera i 100 euro al megawattora. Si tratta di un aumento di oltre il +1.500% rispetto ai livelli toccati nel maggio 2020. La dinamica valica ovviamente i confini di casa nostra, se pensiamo che anche il contratto Ttf, utilizzato come benchmark per il mercato europeo, ha prodotto dallo scorso mese di maggio un rincaro ancora più consistente del 2.220% e che riflette il drastico calo delle scorte fino al 20% al di sotto della media degli ultimi cinque anni.

Molteplici sono le ragioni che hanno determinato rincari così importanti che naturalmente si tradurranno in un pesante aggravio della bolletta energetica per consumatori e imprese. Oltre al forte aumento dei consumi, di cui abbiamo già parlato nel primo capitolo, ad aggravare la carenza di gas in Europa è giunto il minor flusso dalla Russia attraverso l’Ucraina. […] Il problema, insomma, è sorto nel momento in cui la richiesta europea sul mercato spot è aumentata. Una dinamica, questa, che, va detto, è anche figlia della liberalizzazione dei mercati energetici europei, che ha spinto i buyer europei a imporre a fornitori strategici, come la tanto vituperata Gazprom, di abbandonare il metodo di indicizzazione fino a quel momento basato sul petrolio. Va da sé che il nuovo metodo ha funzionato in un contesto di mercato caratterizzato dalla sovraofferta, ma sta risultando controproducente in una fase quale quella attuale caratterizzata dalla carenza di gas. Il sospetto è che la Ue mascheri il fallimento nella gestione del dossier energia, che ha avuto come risultato quello di anteporre il concetto di convenienza del prezzo a quello ben più strategico dell’energy security, additando Mosca come colpevole. Mossa tra l’altro poco intelligente, quella di inimicarsi il principale fornitore in una fase di mercato caratterizzata dalla grave carenza, come sanno i direttori acquisti di una qualsiasi azienda manifatturiera.

Non va poi trascurato il forte rialzo del prezzo delle emissioni di carbonio passato da 15 a 65 euro a tonnellata nel periodo marzo 2020-settembre 2021, che ha spinto le utilities ad aumentare i consumi di gas naturale a scapito del carbone. L’impennata del prezzo delle CO2 va inquadrata all’interno del piano sul clima Ue annunciato nel luglio 2021: ruota proprio nella graduale rimozione delle allocazioni gratuite concesse ai settori energivori al fine di stimolarli a procedere lungo la transizione ecologica. […]

Realmente preoccupante è il fatto che i depositi di stoccaggio europeo veleggiano attualmente intorno 71%, ben al di sotto non solo del livello prepandemico dell’84%, ma anche della media stagionale del 92%, aprendo così al rischio di un’ulteriore impennata dei prezzi il prossimo inverno, soprattutto nel caso in cui le temperature dovessero scendere ben al di sotto della media stagionale. In quel frangente, stima Bloombergnef, le scorte potrebbero assottigliarsi al 4%.

A peggiorare il quadro giunge anche l’estrema difficoltà incontrata dagli importatori europei nel fare affidamento sul mercato internazionale del gas naturale liquefatto, i cui prezzi sono esplosi al rialzo al pari degli altri beni energetici in ragione dell’ingresso sul mercato dei buyer cinesi attanagliati dalla carenza di carbone nel mercato locale. Il risultato, beffardo per gli zelanti fautori dell’agenda green, è che oltre a dover fare i conti con una grave restrizione sul lato dell’offerta, sono tornati in voga anche i consumi di carbone i cui prezzi spot in Europa hanno raggiunto a settembre i 200 dollari la tonnellata. L’aspetto poco rassicurante è che l’escalation di rincari che hanno investito il gas naturale, le emissioni di carbonio e il carbone si è presentata in concomitanza con il forte calo della produzione di energia eolica determinata dai deboli venti che hanno caratterizzato l’estate 2021, dando così il via all’impennata speculare dei prezzi dell’energia elettrica.

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