- Aveva detto: «Se si candida in Liguria, Toti lo batte dai domiciliari». Fece così pure con la Schlein: prima sostenne che sarebbe stata «la fine del Pd» e ora ci va a braccetto. Dal «se perdo il referendum lascio la politica», l’ex Rottamatore ha collezionato retromarce.
- Ugolini, un curriculum tra scuola e imprese. Richetti: «È un’ottima avversaria, sfida difficile».
Lo speciale contiene due articoli.
«Se si candida il mio amico Andrea Orlando, rischia di far vincere Toti anche dai domiciliari». Tre mesi fa, Matteo Renzi fu scoppiettante come sempre. Il Pd getta nell’agone l’ex ministro del Lavoro? Il leader di Italia Viva lo liquida beffardo. Non la spunterebbe nemmeno con il governatore ligure agli arresti casalinghi, vaticina. Dall’«Enrico stai sereno» al povero Letta, poi infiocinato per governare, è passata un’abbondante decade. Anni di fragorose cadute, contraddizioni plateali, frasi rigurgitate. L’ultima prodezza è sul candidato del brancaleonico centrosinistra alle prossime regionali. Il prescelto, alla fine, è proprio colui che non avrebbe vinto nemmeno contro l’azzoppato presidente. E tra i sostenitori, chi spunta? Matteo, ovvio. Che si dice pronto, nientemeno, a mollare la giunta genovese, guidata da Marco Bucci.
L’ex Rottamatore, del resto, ormai eccelle in retromarce. La disinvoltura è inarrivabile. I riposizionamenti sono fulminei. Con l’«amico» Andrea, la prima avvisaglia arriva un mese fa. «Su Orlando non metto veti». Bontà sua. Come rinunciare d’altronde allo strepitoso apporto elettorale dei renziani? Ma quando a Toti vengono revocati i domiciliari, Matteo non ha più remore. Dunque, può serenamente argomentare l’ultima giravolta: «Andrea Orlando è stato mio ministro. Poi, mio rivale. Su una marea di questioni mi sono scontrato con lui». La premessa, come sempre, serve a nobilitare la piroetta: «Se io non voglio veti, non ne metto. Siamo pronti a essere presenti in una lista riformista senza simboli di partito».
S’aggiunge alle prodezze verbali di una carriera da fuoriclasse. Il repertorio è sterminato. L’ennesimo ripensamento nasce con la partita del cuore, fra cantanti e politici. Fu galeotta. La foto dell’abbraccio con la segretaria del Pd, Elly Schlein, esemplifica. Lui con la mano a mezz’asta sembra sfottere un rivale. O, probabilmente, un compagno di squadra. Lei s’appende sognante al collo del predecessore. L’esultanza costella un’azione da manuale. Assist di Matteo e gol di Elly. Annullato per fuorigioco, purtroppo. Una storia, un destino.
«Renzi ha cambiato idea sulla linea del partito in ventiquattro ore» svelena l’ex fedelissimo, Luigi Marattin. Esagerato. È servita qualche, sofferta, settimana. Fino alla plateale capitolazione. Solito schema: l’iniziale presa di distanza anticipa la resa. «Con Schlein non siamo best friends» premette Renzi. Un po’ come con Orlando, ecco. Eppure, l’attimo impone il capitombolo definitivo: «Riconosco che ha vinto le primarie ed è la segretaria del Pd. E allora, caro popolo del Pd, se credi all’alternativa metti Elly Schlein nelle condizioni di costruire un’alleanza. Noi ci siamo. Non nel Pd, ma da alleati». Non ancora migliori amici, ma quasi.
La dichiarazione finale, come i grandi amori, è preceduta da una lunga lista di incomprensioni. Matteo non s’è mai risparmiato. Giugno 2023, due mesi dopo l’elezione di Elly al Nazareno: «Il petardo Schlein ha fatto recuperare qualche tessera in sezione e qualche copia in edicola. Ma fare politica richiede talento e coraggio delle scelte: l’armocromista non ti salva se non hai un progetto per il Paese». Renzi è scatenato: «Funziona per vincere le primarie, ma chi rappresenta la sinistra massimalista entusiasma la curva degli ultras e poi perde tutte le elezioni, anche quelle condominiali». Quella volta, però, l’insinuazione non resta impunita: «Diciamo che prima devo ricostruire il condominio, dopo che è passato lui» replica l’interessata.
Renzi è pure suscettibile. Non porge l’altra guancia: «Quando avrai preso alle prossime elezioni europee il 41%, portando in Parlamento persone come la giovane Schlein che altrimenti ci andava solo in gita scolastica, quando avrai vinto 6.000 comuni su 8.000, quando avrai ottenuto la possibilità di governare costruendo leggi che hanno segnato la storia del Paese, allora io sarò disponibile a venire in tv, darti ragione e scegliere il tuo armocromista. Fino a quel momento, abbi rispetto». E magari, Elly, studi un pochino: «Va a un gay pride alla settimana: sui diritti ha le idee chiare, sulla politica estera no». Insomma, «è più a suo agio con gli armocromisti che nei cantieri». A ottobre 2023, Matteo infierisce ancora: «Hanno cambiato idea sul jobs act, sul reddito di cittadinanza. Il Pd che cambia pelle rischia di perdere». Un dileggio dopo l’altro, s’arriva quindi a maggio 2024. Gli chiedono del sostegno della segretaria al referendum per abolire il jobs act. E lui pronostica: «Non penso che potesse farci un assist migliore per la campagna elettorale. Questa è davvero la fine del Pd». Invece a rischiare l’osso del collo è ancora Renzi, costretto adesso a rimangiarsi tutto e tubare con Elly.
Sono tornati a rifulgere pure i rapporti con Dario Franceschini, che Matteo non sopportava: «È lì dai tempi del governo D’Alema, pronto a spiegarci come va il mondo dopo aver perso tutto». Mentre sembrano definitivamente compromesse le tormentate relazioni con Carlo Calenda, l’altro dioscuro del defunto centrino: «È pazzo, ha sbagliato il dosaggio delle pilloline» avrebbe detto Renzi dell’ex alleato. Comunque sia, c’è poco da sorprendersi. Il peccato originale restano le promesse che precedono il referendum costituzionale del 2016. «Se non passa la riforma, finisce la mia storia politica». Parole ripetute fino alla nausea. Sembravano scolpite nella pietra. Invece, Matteo è ancora qui. Pronto al voltafaccia più sbalorditivo di una carriera già sensazionale: «Se la linea la dà Schlein, noi ci siamo».
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