Scempio di Desirée. Ora Boldrini & C. fanno le vittime
 e minacciano querele
ANSA
  • Oltre a tutti i sospettati stranieri, le autorità cercano anche un pusher di nome Marco: tanto è bastato ai progressisti per slegare lo scempio di San Lorenzo dalla questione immigrazione. E minacciare querele.
  • I tre arabi avrebbero avuto vari ruoli nella mattanza: dallo spaccio al palo, allo stupro. Il ghanese già fermato ha la scabbia, niente interrogatorio. Oggi i funerali.
  • Il testimone chiave: «C’erano 7-8 persone, poi la fuga». I frequentatori del palazzo: «Sono uomini pericolosi».

Lo speciale contiene tre articoli

Ah, che sollievo. Meno male che, fra i vari, odiosi personaggi responsabili del massacro di Desirée c’è pure un italiano. Fortuna che – pare – gli inquirenti cercano anche uno spacciatore di nome Marco. I progressisti italici, di fronte a questa indiscrezione trapelata nei giorni scorsi, hanno tirato un sospiro rinfrancante. In questo caso, nei titoli di quotidiani, giornali online e telegiornali, la nazionalità è stata messa bene in evidenza. Eppure, quando si è trattato di parlare degli immigrati coinvolti, abbiamo assistito alla fiera della reticenza. I cronisti citavano un generico «branco», chiamavano in causa violenti senza nome e senza patria. Specificare nei titoli che c’erano di mezzo stranieri – per di più clandestini, tra cui alcuni già titolari di permesso umanitario – avrebbe senz’altro tirato la volata a Matteo Salvini e ai populisti, dunque bisognava andarci cauti. Solo dopo qualche giorno, con molta difficoltà, i giornalisti si sono dovuti arrendere all’evidenza, e ammettere che, sì, in effetti c’entravano degli africani.

Poi, finalmente, è saltato fuori l’italiano. La presenza di quest’uomo (ancora ricercato) si è rivelata provvidenziale. Ora, nei dibattiti televisivi, il progressista umanitario potrà teorizzare che la violenza non ha colore, che l’immigrazione non c’entra nulla con il bestiale macello della povera sedicenne. Del resto, è l’obiezione che si sente avanzare ogni volta che si snocciolano dati. Per esempio, quando si fa notare che, nel nostro Paese, gli stranieri commettono circa il 40% degli stupri, immediatamente che salta fuori l’omino con il ditino alzato a precisare: «Gli italiani commettono la maggioranza delle violenze!». Certo, ed è abbastanza ovvio, visto che ci troviamo in Italia. Il punto è che, percentualmente, gli immigrati delinquono molto di più, soprattutto se sono irregolari.

Che esistano anche belve italiane nessuno lo mette in dubbio. Ma per i delinquenti nostri connazionali – giustamente – non ci sono attenuanti, su di loro non ci sono reticenze né omissioni. Sugli altri, invece, cala sempre una cortina di silenzio omertoso. Il caso di San Lorenzo, in questo senso, risulta emblematico. Da quando questa storia orrenda è stata svelata, sembra ci sia una gara a mistificare. Pur di non chiamare in causa i danni prodotti dall’invasione senza controllo, i commentatori e i politici di sinistra hanno scaricato fango a profusione. C’è chi ha descritto Desirée come una tossica, chi ha precisato che era figlia di uno spacciatore. Danno la colpa a lei, alla sua famiglia, alle sue amiche, alla generica violenza maschile, allo spacciatore italiano, perfino a Salvini e alla Raggi, indicati come colpevoli del degrado romano.

Intendiamoci: le responsabilità sono molteplici e diffuse. Non è solo «colpa degli africani». Ma è possibile che, fra i tanti personaggi sulla scena, lo Straniero ne esca sempre assolto? Qui non si tratta di dipingere – per ideologia – gli immigrati come mostri. No, affatto. Si tratta, però, di fare chiarezza e di dire le cose come stanno. I criminali sono criminali, a prescindere dalla nazionalità. Tuttavia, nella vicenda di Desirée, l’immigrazione resta un elemento centrale. Assieme alla droga, ovviamente, e pure alla fragilità della famiglia che emerge prepotente dalla vicenda.

Tutti questi elementi sono collegati e – come abbiamo scritto nei giorni scorsi – hanno mandanti morali precisi. Cioè i progressisti che, per decenni, hanno propagandato l’accoglienza sregolata, la liberalizzazione delle droghe, la morte della famiglia. Questo, però, non si può dire, perché altrimenti si viene accusati di razzismo o di fascismo.

La cosa giusta da dire è quella che ha scritto ieri su Repubblica Eugenio Scalfari, e cioè che la «sicurezza» è, in realtà, un tema «di sinistra». Certo, come no. Infatti i vari politici e intellettuali «di sinistra» che incensano Mimmo Lucano, il sindaco di Riace, come un eroe della «resistenza civile» lo fanno perché interessati alla sicurezza. Ma per favore.

Sapete quando si preoccupano del rispetto delle leggi, gli amici progressisti? Quando le leggi devono proteggere loro. Prendiamo Laura Boldrini, ad esempio. Era in prima fila, a Riace, a tifare per Lucano agli arresti domiciliari. Ha difeso le Ong (i taxi del Mediterraneo) ogni volta che qualche ministro provava a fermare il traffico in mare. In quel caso, la legge era oppressiva, fascista. Adesso, però, la signora minaccia di querelare i giornali che, scrive, «hanno associato il mio nome al delitto che si è consumato nel quartiere di San Lorenzo a Roma». Chiaro, no? Se sfiora Lucano, la legge è crudele. Se serve a zittire i cronisti sgraditi, allora va benissimo.

Lo stesso vale per gli attivisti pro migranti di Baobab, quelli che accompagnavano gli sbarcati dalla Diciotti in giro per l’Italia con il bus. Minacciano azioni legali contro il sottoscritto, colpevole di aver detto in tv che lorsignori forniscono appoggio ai migranti, anche clandestini, che circolano per Roma.

Funziona così: la legge vale quando fa comodo. Vale un po’ meno quando di mezzo ci sono i migranti, anche se spacciano, stuprano o uccidono.

Francesco Borgonovo

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