Siamo abituati a pensare alla pasta solo come ad alimento per il nostro stomaco e per il nostro gusto, ma la pasta nutre, e bene, anche l’economia. Si è tenuto il 28 settembre scorso al Palazzo Giureconsulti a Milano «Valore pasta. Il contributo della filiera dell’industria della pasta per il Made in Italy», un convegno organizzato dai pastai di Unione Italiana Food con gli interventi di Margherita Mastromauro, presidente dei pastai di Unione Italiana Food, Fabio Divella, supervisore divisione pasta di F. Divella SpA e Benedetta Brioschi, responsabile Comunicazione Italiana Food.
Non era mai stato misurato come e quanto la pasta nutra anche l’economia, ora questa ricerca c’è. Uno degli elementi più innovativi del rapporto presentato durante il convegno «Valore pasta», infatti, riguarda la ricostruzione della filiera estesa dell’industria della pasta. Una filiera dunque concepita come totale, che considera non soltanto le attività produttive dirette, ma anche quelle indotte, ossia i settori collegati alla distribuzione, alla logistica, alla ristorazione, al confezionamento e alla produzione di macchinari. «I dati dello studio confermano come la pasta sia un patrimonio economico, produttivo e culturale del Paese. Una filiera che crea valore lungo tutta la catena, sostiene occupazione, export e investimenti e che, grazie alla capacità di innovare e competere sui mercati internazionali, continua a rappresentare uno degli ambasciatori più efficaci del Made in Italy nel mondo», ha dichiarato Margherita Mastromauro.
La pasta non è soltanto uno dei simboli più riconoscibili del Made in Italy nel mondo: è una filiera industriale che continua a crescere, investire e generare valore lungo tutta la catena produttiva, contribuendo in modo significativo alla competitività dell’agroalimentare italiano.
La filiera della pasta vale 13,5 miliardi
Il rapporto strategico «Valore Pasta – Il contributo della filiera dell’industria della pasta per il Made in Italy», realizzato da The European House – Ambrosetti (Teha Group) per i pastai di Unione Italiana Food e presentato appunto a questo, omonimo, convegno milanese, ha evidenziato come il contributo economico della pasta si estenda, in effetti, ben oltre il perimetro della filiera diretta.
Vediamo i dati nel dettaglio. Nel 2025 la sola filiera della pasta, sarebbe a dire quella diretta, che comprende la coltivazione del frumento duro, l’industria molitoria e quella della trasformazione della pasta, ha raggiunto un fatturato di 13,5 miliardi di euro, generando 3 miliardi di euro di valore aggiunto, con una produzione nazionale di 4,2 milioni di tonnellate di pasta, di cui circa il 60% destinato ai mercati internazionali.
Il comparto coinvolge 128.000 imprese e sostiene 32.000 occupati, confermando la produzione della pasta, dalla materia prima al prodotto finale, uno dei pilastri dell’industria alimentare italiana. Negli ultimi dieci anni la filiera della pasta ha registrato una crescita superiore, pensate, a quella dell’economia italiana. Tra il 2015 e il 2025 il fatturato è aumentato di 5,7 miliardi di euro, con una crescita media annua del 5,4%, superiore sia a quella del Pil italiano (+3,2%) sia a quella della filiera agroalimentare estesa (+3,9%). Nello stesso periodo, il valore aggiunto è passato da 1,7 a 3 miliardi di euro.
All’interno di questa filiera, l’industria della trasformazione della pasta, da sola, ha rafforzato in modo significativo il proprio peso, arrivando oggi a rappresentare 8,9 miliardi di euro di fatturato e 2 miliardi di euro di valore aggiunto.
Una filiera estesa che dà lavoro a 78.000 persone
Uno degli elementi più innovativi del rapporto «Valore pasta», come abbiamo detto, riguarda la ricostruzione della filiera estesa dell’industria della pasta. Significa considerare non solo le attività produttive dirette già viste, ma anche quelle indotte, ossia i settori collegati alla distribuzione, alla logistica, alla ristorazione, al confezionamento e alla produzione di macchinari. Con riferimento al 2024, il comparto genera 5,2 miliardi di euro di valore aggiunto diretto che, considerando gli effetti indiretti e indotti sull’economia, arrivano a 14,3 miliardi di euro, pari allo 0,6% del Pil nazionale. Nel complesso, la filiera estesa raggiunge 24,6 miliardi di fatturato, coinvolge 143.000 imprese, sostiene 78.000 occupati e attiva 1,6 miliardi di euro di investimenti, confermando il ruolo della pasta come motore di crescita dell’economia italiana.
Insomma, oltre che santi, poeti e navigatori siamo, inequivocabilmente, grandi pastai. Dentro e fuori Italia.
La pasta italiana conquista i mercati esteri
La vocazione internazionale della pasta italiana continua, difatti, a rafforzarsi. Oggi l’Italia rappresenta il 48,3% del commercio mondiale di pasta, con 4 miliardi di euro di esportazioni, pari al 5,4% dell’intero export agroalimentare italiano. Circa sei confezioni di pasta prodotte su dieci, pensate, sono destinate ai mercati esteri, confermando la capacità competitiva della filiera lungo tutte le fasi della produzione. «La leadership internazionale della pasta italiana è il risultato di una filiera integrata che unisce agricoltura, industria, innovazione e cultura alimentare. La capacità di competere sui mercati globali, mantenendo al centro qualità, tradizione e sostenibilità, rappresenta uno dei punti di forza più importanti del sistema agroalimentare italiano», ha affermato Fabio Divella, supervisore divisione pasta di F. Divella S.p.A.
Accanto al valore economico, la pasta continua a rappresentare uno degli elementi più identitari della cultura alimentare italiana. Per quasi sette italiani su dieci (67,6%) è l’alimento che meglio rappresenta la dieta mediterranea, mentre oltre la metà della popolazione (il 54%) la consuma ogni giorno.
L’Italia resta inoltre il primo Paese al mondo per consumo pro capite, con 23 chilogrammi all’anno, e cinque dei dieci piatti italiani più apprezzati a livello internazionale sono a base di pasta, a conferma del suo ruolo di ambasciatrice della tradizione gastronomica nazionale nel mondo.
Pasta e carboidrati: perché non bisogna demonizzarli
23 kg l’anno sono, in media, 60 grammi al giorno. E qui dobbiamo allontanarci dal nutrimento economico e ricordare che la pasta nutre anche il nostro benessere. Bando quindi a chi sostiene le diete «senza pasta» o, più estensivamente, «senza carboidrati» (fatto salvo che i carboidrati oltre che nei cereali sono contenuti anche nei legumi e nella frutta e nella verdura, così come le proteine, di tipo vegetale, sono presenti anche nei cereali, legumi, frutta e verdura).
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