Lopalco frigna sui vaccini anti aviaria ma tace al Garante su quelli per l’Hpv
Pierluigi Lopalco (Imagoeconomica)
  • L’ex virostar se la prende con il governo per essersi sfilato dal maxi appalto europeo per l’acquisto dei sieri. Invece se ne sta zitto con l’organo che chiede lumi sull’obbligo per gli studenti pugliesi di certificare la puntura.
  • Johnson & Johnson verserà 700 milioni di dollari per chiudere le liti con gli Stati Usa. Invece rischia di fallire l’escamotage della bancarotta nelle cause sui malati di cancro.

Lo speciale contiene due articoli.

Non contento di essere stato esortato dal Garante per la privacy a fornire spiegazioni sulla legge, oggi sospesa, che obbligava gli studenti pugliesi a presentare una certificazione di avvenuta o mancata vaccinazione anti Papilloma virus (Hpv) per potersi iscrivere ai corsi d’istruzione, Pierluigi Lopalco, consigliere regionale piddino in Puglia, si è di nuovo cacciato in una polemica assurda quanto pretestuosa. L’ex assessore alla Sanità e, durante la pandemia, consigliere scientifico del governatore Michele Emiliano, ha avuto da ridire sulla decisione del governo italiano di non entrare nel contratto quadro di appalto congiunto europeo per la fornitura – tramite l’Hera, l’Autorità per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie della Commissione Ue – di un numero fino a 665.000 dosi di vaccino prepandemico antiaviaria Seqirus, con l’opzione per ulteriori 40 milioni di dosi per tutti i quattro anni coperti dal contratto.

Decisione, quella italiana, dovuta al cambio di paradigma impresso dal ministro Orazio Schillaci, determinato a evitare passaggi intermedi e contrattare direttamente dosi e prezzi con le aziende farmaceutiche. Obiettivo: ridurre al massimo gli sprechi avvenuti in pandemia ed evitare accuse di natura contabile.

«È una scelta miope e ideologica», ha tuonato Lopalco. «Così l’Italia si pone ancora una volta al di fuori del consesso internazionale di preparazione agli eventi pandemici. È una scelta che isola la sanità pubblica italiana», ha inveito il consigliere. Sanità italiana isolata? Falsissimo: il nostro Paese non è il solo ad aver deciso di non accumulare inutilmente dosi di vaccino antiaviaria, dato che altri undici Stati membri Ue, tra cui Germania e Spagna, hanno adottato, a ragion veduta, la stessa decisione.

L’ex virostar non sembra peraltro aver imparato la lezione della pandemia: le dosi di vaccino anti Covid acquistate dai Paesi dell’Unione europea, inutilizzate e finite nelle discariche di tutto il continente, sono almeno 215 milioni. Uno spreco che è costato ai contribuenti europei una cifra stratosferica: circa 4 miliardi di euro, valore certamente sottostimato considerata l’opacità che ha caratterizzato l’approvvigionamento Ue di vaccini anti Covid e la riluttanza dei governi a rivelarne l’esatta entità. In un’inchiesta condotta dalla testata Politico pochi mesi fa, è emerso che i Paesi Ue hanno gettato nella spazzatura una media di 0,7 vaccini ad abitante. Chi ha sprecato più dosi è stata la Germania, seguita dall’Italia: nel nostro Paese sono state buttate oltre 49 milioni di dosi di vaccino, a un prezzo medio ponderato di 19,39 euro a dose, su una popolazione di poco più di 59 milioni di abitanti; lo spreco è stato di poco meno di una dose ad abitante.

Non a caso la Corte dei conti europea ha duramente (quanto inutilmente) censurato le procedure di acquisizione condotte, in totale assenza di trasparenza, dalla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, denunciata alla Corte di giustizia Ue dal New York Times per non aver reso pubbliche le comunicazioni sui negoziati d’acquisto, per non parlare degli stessi capi d’accusa, di cui La Verità ha parlato più di una volta, pendenti al tribunale di Liegi.

Non solo: già a giugno 2022 dieci Paesi europei hanno scritto a Ursula von der Leyen comunicandole che non avrebbero più pagato una lira dei soldi da lei promessi alle aziende farmaceutiche, perché non avevano bisogno di tutte quelle dosi ordinate, nel migliore dei casi per eccesso di zelo, dalla Commissione.

Ma «sprecopoli» non fa paura a Lopalco, alle cui intemerate si sono aggiunte quelle dell’ex direttore generale del ministero della Salute durante la pandemia, Gianni Rezza, oggi docente al San Raffaele di Milano: «Se un Paese rimane fuori non è per forza sbagliato o un disastro» ha dichiarato, bontà sua, l’ex dirigente. «Però bisogna essere certi che, nel momento in cui ce ne fosse bisogno, i vaccini si riesca a ottenerli. Aderire può essere vantaggioso. Certo non è obbligatorio. Ma se si decide di non aderire, voglio sperare che sia perché c’è già una strategia pronta», ha ammonito, «è un fatto di strategia, non un fatto ideologico».

Quale strategia? È stato proprio Rezza, a febbraio 2024, a confessare candidamente alle telecamere di Report di aver ceduto la sua password di accesso alla pagina dei contratti dei vaccini per paura di aprirli, venendo meno all’esercizio di quello che era un suo diritto-dovere, vigilare.

Il principio di assunzione di responsabilità appare, insomma, sempre molto distante dall’etica professionale delle ex virostar. Non a caso, l’ideologo Lopalco, quello della «strategia a maglie strettissime per ridurre i non vaccinati alla sola percentuale di ragazzi e famiglie che scelgono il rifiuto in piena consapevolezza» (sic!), ha incredibilmente ritorto l’accusa di «ideologia» al ministro che ha semplicemente cercato di ottemperare al suo mandato: non sprecare i soldi dei contribuenti. Ma, si sa, quello del Pd è davvero un mondo alla rovescia.

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