Letta e Calenda,  le supercazzole sono finite
  • Il segretario del Pd contempla il fallimento dei suoi acrobatici tentativi di tenere insieme ciò che non può stare insieme. Il leader di Azione, bombardato di accuse per le giravolte continue, finge di essere Emmanuel Macron.
  • Matteo Renzi pare stesse già lavorando a ricucire con Carlo. Ma ci sono i primi screzi con Iv.

Lo speciale contiene due articoli.

Demolition man ha preso la scena e non la lascia più. Come quei tenori che cantano «Partooo» e sono sempre lì, Carlo Calenda occupa con le sue libbre (di pensiero) la campagna elettorale del centrosinistra, manda ai matti il Pd, definisce «comunisti, perché quello sono» i suoi ex alleati e lancia la sfida centrista, sperando entro Ferragosto di imbarcare Matteo Renzi sulla nave dei folli. Ventiquattr’ore dopo il ribaltone, il leader di Azione non manca un tweet, un collegamento Tv, un intervento radio; se potesse spiegherebbe la teoria dei rigassificatori alle signore ingioiellate mentre fanno aquagym a Forte dei Marmi.

Al Nazareno la sua foto appesa al muro è crivellata di freccette e i colonnelli non sanno se maledire prima lui o Enrico Letta. «Il segretario è riuscito in due miracoli, dare credito a un ricottaro come Calenda e resuscitare Renzi», sibilano i piddini davanti alle macerie del campo largo, già anticipando le gastriti da congresso in caso di batosta nelle urne. Tutta colpa del Pericle dei Parioli che non manca di rigirare il coltello nella piaga. «Il Pd ha fatto prima un patto con noi e poi ha fatto un patto, con contenuti contrari, con chi ha votato 55 volte contro la fiducia a Draghi, con chi dice di no al termovalorizzatore, al rigassificatore, a tutto. Con chi in fondo è comunista, perché poi alla fine della fiera è questo».

Il papà di Azione è scatenato, si prende del «drammaticamente fascista» dal Verdissimo Angelo Bonelli ma non retrocede di un millimetro. «Ecchelallà, son diventato fascista, contavo i minuti. Enrico, funzionava bene questa alleanza, clavicembalo ben temperato. Letta sapeva perfettamente che avrei rotto, e lo sapeva +Europa. Hanno pensato di tenerci dentro dicendo: sennò dovete raccogliere le firme. Pensavano che avremmo chinato la testa. Invece raccolgo le firme, perché questa cosa qua è inguardabile. Ho detto a Letta: se formalizzi questo la gente non ci capirà più niente, sembrerà un’accozzaglia di persone come erano Bertinotti, Turigliatto, Pecoraro Scanio. Se avessi accettato, la destra avrebbe vinto a tavolino e Azione sarebbe morta».

È il giorno della faida, Calenda ne ha per tutti, innanzitutto per Emma Bonino. «Le sue sono critiche in malafede. Sapeva tutto e, non solo, ha sempre negoziato dalla parte del Pd. Il perché lo dovrà spiegare ai suoi elettori. Come fa una persona che si definisce atlantista a stare con chi vota contro la Nato e fa tutto contro l’Europa e contro l’Agenda Draghi? Emma ha fatto una scelta che pagherà in termini di posti». Poi ci sono i conti da regolare con Goffredo Bettini, la corrente thailandese del Pd, che lo ha definito inaffidabile e spregiudicato. «Goffredo, facciamo una cosa, ne parliamo dopo che tu avrai ripetuto come un mantra thailandese: Ho sbagliato a pensare che Conte fosse il nuovo Prodi, 20 volte e siamo a posto così». L’altro, a corto di argomenti, gli manda a dire che il mantra è una pratica induista e non c’entra niente con la Thailandia. Siamo allo gnè gnè, all’Asilo Mariuccia della politica social.

A metà giornata Calenda fa l’inventario degli azzannanti azzannati: Letta è sistemato, Bonino è sistemata, Bettini è sistemato. Ne mancano ancora un paio, per esempio Nicola Zingaretti che lo ha definito un traditore: «Pensate davvero di battere la destra con Fratoianni e Bonelli? Suvvia. Adesso toccherà a noi offrire una prospettiva di governo seria. Ci incontriamo sul campo uninominale di Roma». Per esempio Roberto Gualtieri, er sindaco ingrato, l’aveva pure votato. «Gualtieri difende il termovalorizzatore contro Conte, il suo ex amato alleato, mentre il suo segretario fa saltare un accordo con noi per allearsi con chi non lo vuole. È la misura del casino che regna nella sinistra italiana».

Ha ragione da vendere ma scopre l’acqua calda. Il suo scossone ha scoperchiato le contraddizioni del Pd, partito non di proposte ma di potere; lo ha spostato a sinistra mostrandone la faccia postcomunista (infatti Ciccio Boccia, Peppe Provenzano e Andrea Orlando brindano); ha fotografato la debolezza del riformismo e il ruolo ancillare di Base Riformista, la corrente degli ex renziani. E con l’ultima provocazione indica agli alleati rimasti nell’Accozzaglia il pericolo finale: «Vi metto per iscritto che vi ritroverete anche con i 5 stelle un minuto dopo le elezioni».

Sognando il terzo polo, Calenda deve risolvere il problema delle firme da presentare entro il 22 agosto. Anche qui regna il caos perché secondo un’interpretazione espansiva della norma, Azione potrebbe godere dell’esonero applicato per +Europa e il Centro democratico di Bruno Tabacci. Ma questo sarà il dramma di domani. Quello di oggi è ancora l’alleanza clavicembalo presa a colpi di scure. «Ho capito che non c’è alcun modo di staccare il Pd dal populismo. Gli serve per giustificare lo stare al governo sempre, con chiunque, a qualsiasi costo». E giù un’altra mazzata nell’afa. Come tanti pariolini, Demolition man non suda.

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