- Il 57% dei ragazzi, in classe, parlerebbe di sesso e relazioni sane. Solo il 16 di identità di genere. I nostalgici del ddl Zan annotino…
- «Trans a rischio di mutilazioni femminili». L’ente che forma gli agenti di polizia inglesi aveva messo l’alert nelle linee guida. Poi il dietrofront.
Lo speciale contiene due articoli.
Sotto la dicitura di educazione sessuale, vorrebbero portare il gender nelle scuole, facendo rientrare dalla finestra il ddl Zan cacciato dalla porta. Ma ai ragazzi, rapporti affettivi sani e buon sesso interessano di più delle menate sull’identità di genere. È quello che emerge da un’indagine di Webboh lab per ActionAid, finanziata dall’8×1000 ai buddisti.
A un campione di 14.700 adolescenti tra 14 e 19 anni, divisi tra un 51% di maschi, un 43% di femmine e un 6% di «fluidi», è stato chiesto di cosa vorrebbero parlare se in classe ci fosse l’ora di educazione sessuale. Il 32,2% ha risposto che si occuperebbe di «consenso e piacere»; il 25,3% desidera «una guida su come costruire relazioni positive»; solo il 16,5% (tenendo conto del suddetto 6% di «fluidi»…) dichiara che seguirebbe «un percorso su orientamenti sessuali e identità di genere». Ed è forse uno specchio dei tempi, della fatica con cui il woke va arretrando, il fatto che percentuali basse di studenti si curino di «aspetti biologici della sessualità» (5,4%) e malattie sessualmente trasmissibili (9,8%).
La ricerca nasce per dimostrare l’urgenza di avviare corsi di affettività nelle scuole. Per le associazioni è un business; per la sinistra è una bandierina. Tant’è che Elly Schlein, sulla scia dello scandalo Phica.eu, ha proposto addirittura di renderli obbligatori, mentre Alessandra Moretti denuncia il nuovo mostro: il «patriarcato digitale». È tutto un modo di cavalcare la cronaca per riesumare la già naufragata legge Zan, che poggiava su due pilastri: criminalizzare il dissenso sulla teoria gender e infilare la propaganda Lgbt tra i banchi. In ogni caso, nonostante i ragazzi appaiano poco sensibili agli aspetti scientifici, per lo più se ne infischiano delle bizzarrie dell’antropologia arcobaleno. Oltre il 57% degli intervistati ha più a cuore che gli si spieghi come godere in maniera salutare, senza prevaricare il partner, e come mettere in piedi una relazione basata sul rispetto. È legittimo domandarsi se a impartire lezioni su questi argomenti debbano essere i cosiddetti esperti, che il 48,2% degli adolescenti vorrebbe ascoltare, anziché le famiglie (sulle quali farebbe affidamento solamente il 25,6%) o i docenti (28,5%). Ma il senso dei risultati del sondaggio è chiaro: più buon senso, meno indottrinamento.
Sarà per prepararsi a vincere le eventuali resistenze, allora, che il documento preparato per ActionAid cade nell’errore che si prefigge di contrastare, ovvero appiccica delle etichette ai giovani. Il 46% del campione, dice l’Ong, rientra nella categoria degli «adolescenti anti stereotipi» e dei «vigili culturali»: si tratta di «una generazione pronta ad accogliere la parità di genere in modo attivo, critico, empatico», rifiutando i «modelli tossici trasmessi da media e tradizione». Evviva: c’è un esercito di ragazzini convinti che la cultura nella quale sono cresciuti sia un fardello di dolore del quale liberarsi. Il problema è che c’è anche «un gruppo ampio, ma silenzioso», che urge quindi stanare: sono i «tradizionalisti inconsapevoli», quel 21% di giovani che «aderisce a ruoli predefiniti in modo apparentemente innocuo, ma riproduce a livello personale gli stereotipi di genere della società patriarcale». Costoro potrebbero diventare dei pericolosissimi adulti convinti che il maschio abbia il pene e il cromosoma Y e la femmina la vagina e la doppia X. È una platea da correggere prima che sia troppo tardi. Attenzione, comunque, anche ai «giustificazionisti», al 16% che considera la violenza una «forma d’amore, colpevolizzando le vittime», oltre che al 17% di «progressisti distorti», i quali si reputano open mind perché non sostengono che le donne debbano limitarsi a lavare i piatti, ma poi coltivano «credenze pericolose legate al controllo, alla violenza e al giudizio». In sintesi, più della metà degli adolescenti ha bisogno di essere riprogrammata.
Chissà se è colpa della «tradizione» pure il disagio registrato dall’indagine per ActionAid: otto intervistati su dieci sono scontenti del loro corpo, sei su dieci subiscono bullismo per motivi legati all’obesità, all’altezza, al colore della pelle e dei capelli, oltre il 50% cambia il modo di vestire per timore dei giudizi altrui, in troppi avvertono il peso dei modelli irrealizzabili proposti dai social. L’adolescenza è sempre stata l’età più delicata, schiacciata tra la pressione del branco e le opprimenti aspettative sociali. Ma ci si dovrebbe domandare se il vuoto interiore, che porta il 70% dei ragazzi a non sapere a chi rivolgersi per consigli su sesso e relazioni, dipenda dalla persistenza delle tradizioni o dalla loro distruzione. Dalla demolizione della famiglia, dei corpi intermedi, della comunità, che un tempo trasmettevano valori e orizzonti di significato, mentre oggi non significano quasi più nulla. La soluzione, al solito, viene ricercata nell’autorità della tecnica e nella medicalizzazione: arriva il luminare col camice bianco. Magari, anche con la bandiera arcobaleno?
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