La sinistra celebra il Primo maggio tifando per le tasse contro i salari
Maurizio Landini (Ansa)
Il capo della Cgil contesta la convocazione dei sindacati a Palazzo Chigi il giorno della Festa del lavoro, boccia una misura di alleggerimento fiscale per i redditi medi e bassi e s’indigna per la scontata riforma del sussidio.

Non si fa in tempo a uscire dal tunnel del 25 aprile che già – sempre più claustrofobicamente – ci si ritrova imprigionati nel tunnel successivo, quello del Primo maggio. E, secondo la più classica delle coazioni a ripetere, l’opposizione urla. Urla a prescindere. Anzi, peggio: per la seconda in quaranta giorni, sono i partiti della sinistra – più che mai smarriti e senza progetto – a consegnarsi alla leadership di Maurizio Landini e di un sindacato a sua volta in drammatica crisi di ruolo e di rappresentanza.

Eppure, proprio com’era successo al congresso della Cgil, quando Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Carlo Calenda accorsero alla corte di Landini (e di Lucia Annunziata che dirigeva le operazioni), esattamente allo stesso modo anche stavolta è il segretario della Cgil a dettare la linea.

Una linea tre volte sconclusionata, però. In primo luogo, è surreale la contestazione della convocazione in sé e per sé di un Consiglio dei ministri il giorno della Festa dei lavoratori. In tutta franchezza, c’è quasi da sorridere del carattere puerile dell’obiezione del sindacato: quale sarebbe il problema, forse la «lesa festività»? Landini è stato piuttosto liquidatorio anche rispetto all’invito rivolto dal governo ai sindacati per un incontro domenica sera, alla vigilia del Cdm: «Noi agli incontri ci andiamo. È chiaro che essere convocati la domenica sera per un provvedimento che hanno già deciso e che faranno il lunedì mattina non è quello che noi abbiamo chiesto da tempo, dopodiché valuteremo quello che concretamente verrà realizzato». Anche qui la pretesa è un po’ curiosa: cosa si aspettava Landini, che la Meloni trasformasse in un decreto la piattaforma della Cgil?

Anche perché Landini – per l’ennesima volta – ha pensato bene di insultare i lavoratori autonomi e le imprese, trattando gli uni e le altre come evasori: «È il momento di andare a prendere i soldi dove sono, dove sono stati fatti i profitti, dove c’è l’evasione fiscale e non continuare a pensare che i lavoratori dipendenti e i pensionati sono i bancomat e pagano anche per quelli che evadono le tasse e che non pagano».

La seconda ragione che rende pressoché irricevibili le proteste politiche e sindacali è il fatto che esse siano indirizzate contro un provvedimento (quello che la Meloni varerà lunedì) che avrà al centro un altro taglio del cuneo fiscale a favore dei lavoratori a reddito medio e basso. Un’opposizione composta da persone politicamente normali avrebbe magari chiesto ancora di più, avrebbe cercato di rilanciare: ma scagliarsi contro un alleggerimento fiscale a favore dei lavoratori dotati degli stipendi meno ricchi appare veramente incomprensibile. In questo senso, lo stesso voto parlamentare contrario di gran parte dell’opposizione rispetto a uno scostamento di bilancio concepito proprio per rendere possibile quel taglio del cuneo appare come un altro atto politico senza senso.

La terza chiassata di Landini è in fondo la più prevedibile, e riguarda la sostituzione del reddito di cittadinanza che sarà formalizzata dal governo: «Se le notizie saranno confermate, l’idea che in un momento in cui aumentano le povertà si tagli il reddito di cittadinanza a noi sembra una follia», ha detto il leader della Cgil. Ma a parte il fatto che l’intervento che il governo ha in animo appare animato da una buona dose di prudenza e cautela, era comunque scontato che una riforma sarebbe arrivata: anzi, si trattava di un preciso impegno dell’esecutivo. E semmai erano state proprio le opposizioni, visti gli annunci della Meloni, a reclamare che le carte venissero messe sul tavolo. Peraltro, non bisogna mai dimenticare che all’epoca il Pd votò contro l’istituzione del primo sussidio grillino: e quindi le urla di oggi hanno un puro valore strumentale.

Morale. Prepariamoci alla solita cacofonia di un Primo Maggio di urla e improperi. Comizi nella prima parte della giornata, e – a seguire – il rito stanco del Concertone, con gli immancabili fervorini (o peggio) che, come ogni anno, giungeranno da «artisti» in cerca di titolo e di polemica. Non a caso, ha già messo le mani avanti il (traballante) direttore del Prime time Rai Stefano Coletta: «Il tema è scelto dai tre sindacati», ha detto un paio di giorni fa, riportato dalla Stampa di Torino, «ed è importante che sia così: non c’è alcuna volontà di politicizzazione». Ah no? «Detto questo», ecco il seguito, «altro discorso sono gli imprevisti: essendo una diretta, li può gestire solo una persona ossia il conduttore» (che per la cronaca sarà Ambra Angiolini affiancata da Fabrizio Biggio). E quindi noi dovremmo essere così ingenui da credere che, se l’uno o l’altro «artista» si abbandonerà a parole fuori luogo, si tratterà solo di un «imprevisto»? Non scherziamo: non serve un genio né un indovino per comprendere che quella piazza e quel palco rappresenteranno un’occasione troppo ghiotta – per i cantanti e non solo per loro – per fare da contraltare alla riunione del Consiglio dei ministri.

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