Parafrasando il titolo di un vecchio libro di Gino & Michele e Matteo Molinari che piaceva tanto alla gauche caviar si può dire che anche gli Emmanuel Macron nel loro piccolo s’in…s’arrabbiano. Il tema è il Green deal rimasto orfano di padre, Frans Timmermans pascola ormai la minoranza della sinistra olandese, che ha trovato una madre adottiva ancora più aggressiva: la vicepresidente e Commissario all’ambiente Teresa Ribera socialista spagnola dura; sul pura quando si tratta del governo di Pedro Sanchez è doverosa una certa cautela. Tutto ruota attorno al Green claims – quel complesso di norme cervellotiche per cui è reato chiamare verdi le zucchine – che la Commissione ha deciso di ritirare e che doveva andare in discussione a Strasburgo in questi giorni. I socialisti – Elly Schlein compresa che tra un Gay pride e un altro minaccia di togliere il sostegno alla Commissione Von der Leyen – si sentono tagliati fuori e reagiscono duramente. Nel documento finale di questa tornata del Consiglio europeo al Green claims non si fa neppure cenno; si parla di necessità energetica senza richiami alle rinnovabili, di tutela delle piccole imprese, di neutralità tecnologica. Un tema che per la Ribera è come l’aglio per i vampiri! Perché dietro neutralità tecnologica si può intravvedere un tentennamento sia sullo stop ai motori endotermici al 2035, sia una ridefinizione complessiva della strategia europea verso la transizione ecologica che al 2040 fissa una riduzione delle emissioni, fatto cento il 1990, del 90%. A Emmanuel Macron quel limite non va più bene anche perché ha in tasca i dati disastrosi della produzione di auto Oltralpe. Esplicitamente ha detto: «Bisogna rinviare gli obbiettivi climatici fissati al 2040 se non c’è totale chiarezza sulle politiche commerciali, su sostegno alle imprese e sui costi». Una specie di siluro ad alzo zero sul Green deal.
Piccata la Ribera ha replicato: entro la prossima settimana, il 2 luglio, si presentano i target. Basta rinvii, c’è un’unica concessione: Bruxelles indica i limiti e ogni Paese decide come raggiungerli; prendere o lasciare. A quel punto la lite è diventata sostanziosa. Il presidente francese ha replicato: «Sono favorevole a fissare questi obiettivi per il 2040, ma in primo luogo dobbiamo darci i mezzi per realizzarli e renderli compatibili con la nostra competitività». E al termine del Consiglio europeo ha meglio precisato: «Per neutralità tecnologica io intendo: flessibilità, investimenti e coerenza commerciale. Se fissiamo degli obiettivi per il 2040, vogliamo una politica commerciale che ci protegga. Altrimenti, avremo gli stessi dibattiti che abbiamo oggi con il Mercosur (è l’accordo con i paesi latinoamericani contestato dall’Italia perché non c’è reciprocità sui prodotti agricoli e che invece Francia ma soprattutto Germania vogliono per piazzare lì le auto diesel che non si potranno più vendere in Ue). Chiederemo ai nostri industriali di abbassare i prezzi, ma poi non li proteggeremo». Macron ha chiesto sul target al 2040 una riunione di tutti e 27 i Paesi perché «non sono ammissibili decisioni prese di nascosto». C’è poco da girarci intorno l’inquilino dell’Eliseo accusa direttamente Teresa Ribera di truccare le carte. «Voglio», ha detto Macron, «un dibattito democratico, gli obiettivi del 2040 non possono essere oggetto di un dibattito tecnico condotto in poche settimane. Amo l’Europa e tra due anni non avrò più responsabilità nel mio Paese, ma sarei incosciente a lasciare al mio successore una situazione discussa al di fuori del quadro dei 27».
Torna in mente quel dossier, oggi profetico, di Peter Heymann capo-studi di Deutsche Bank che nel 2021 ebbe a dire: «Per imporre il Green deal serve un’eco-dittatura». Macron propone di sganciarsi dagli obbiettivi intermedi del 2035 e di non impiccarsi alla Coop – conferenza sul clima- di Belem del 2030. La ragione? I dati catastrofici dell’auto. In Francia dove sono a rischio 75.000 posti di lavoro già oggi e 114.000 guardando al 2035 e in Gran Bretagna si prevede di scendere sotto la produzione del 1949. A confermare che la tensione è ai massimi c’è il primo ministro belga Bart De Wever che ha parlato di un «dibattito vivace». In Consiglio europeo perplessità sono state espresse anche dalla Germania – oggi che i verdi non sono più al Governo la Cdu cambia rotta – e dall’Italia. Carlo Fidanza (FdI-Ecr) è stato tranchant: «Finché ci propongono il Green claims diremo no e mi pare evidente che oggi i socialisti sono molto nervosi». Dall’economia – come sostiene Manfred Weber capo del Ppe – indicazioni precise. Antonio Gozzi – presidente di Federacciai- commenta: «Il Green Deal, così com’è, ignora la realtà: non ci si può basare solo sulle rinnovabili. Serve stabilità. I consumi elettrici cresceranno: l’Italia produce l’85% dell’acciaio con forni elettrici. L’Energy Release va sbloccata subito. Serve coraggio politico a Bruxelles. Lavoriamo per un accordo con la Francia sull’importazione di energia nucleare: l’Italia può avere la prima siderurgia total green d’Europa».
Intanto va segnalato che sono state raccolte le firme necessarie per presentare una mozione di sfiducia all’Europarlamento contro la Von der Leyen per il Pfizergate.
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