Era il 7 gennaio 2015 quando, nelle stesse ore in cui due uomini armati irrompevano nella redazione di Charlie Hebdo uccidendo dodici persone, nelle librerie francesi compariva uno dei romanzi che meglio descrivono il triste declino di quello che un tempo era in grande Occidente. Sottomissione di Michel Houellebecq immaginava la Francia del 2022 consegnata democraticamente a un partito islamico tradizionalista, in una nazione nella quale le donne smettono di poter indossare la gonna senza che nessuno abbia firmato un decreto.
La coincidenza con l’attentato fu macabra, certo. E la profezia, a distanza di poco più di dieci anni, si rivela inquietante per ragioni diverse da quelle che ci si potrebbe aspettare.
Non c’è stato (non ancora, almeno) alcun partito islamico alle elezioni dell’Eliseo o in qualsiasi altro contesto del Vecchio Continente. Ma qualcosa di sottile, forse ancora più difficile da contrastare, sta accadendo nell’Europa reale. La cronaca degli ultimi mesi, letta in filigrana, mostra difatti il profilo di una resa occidentale che non passa per gli scontri nelle banlieue. Passa tuttavia per le sentenze dei tribunali, per i barconi che arrivano e le espulsioni che non si concretizzano, per i silenzi istituzionali e le proteste di piazza che servono a rompere una pericolosa inerzia generale.
Il tentativo di decapitazione a Belfast
Sembrava un martedì sera tranquillo nella zona di Kinnaird Avenue, nel nord di Belfast, finché, il 9 giugno scorso, un rifugiato sudanese ha tentato di decapitare un uomo in strada, colpendolo ripetutamente con un coltello. La vittima ha riportato gravi lesioni al volto, al collo e alla schiena. Il video dell’aggressione è circolato online. E ciò che è seguito in Irlanda del Nord è il sintomo di una popolazione che si sente indifesa, non tutelata dalle istituzioni. Nei giorni successivi, si susseguirono disordini anti-migranti, strade bloccate, bidoni e veicoli dati alle fiamme. Una specie di «caccia all’immigrato», alimentata appunto dalla paura e dall’assenza di risposte credibili da parte delle autorità.
Ma l’episodio di Belfast non è un fatto isolato. È il sintomo di una tensione accumulata, di una percezione diffusa che le istituzioni non siano in grado di garantire la sicurezza dei cittadini. Quando quella percezione non trova sbocchi politici ordinari, trova altri canali. E allora, la popolazione sente il dovere di farsi giustizia da sola, di proteggere se stessa e i propri familiari.
L’ondata di migranti a Ceuta
A fine luglio 2026, nell’exclave spagnola di Ceuta, oltre 72.000 persone hanno attraversato illegalmente il confine dal Marocco in pochi giorni. Una pressione migratoria senza precedenti, resa possibile anche da una sentenza della Corte Suprema spagnola che vietava i respingimenti immediati di chi arrivava a nuoto alla frontiera. Il governo di Madrid, quindi, si è trovato esposto a una situazione molto caotica in cui era costretto a gestire un flusso oggettivamente impossibile da gestire.
E caos è stato. Decine di vittime nelle traversate in mare. Migliaia di persone accampate sulle spiagge in condizioni igienico-sanitarie critiche. Centri di accoglienza già collassati prima ancora che i trasferimenti iniziassero. Nei giorni successivi, tensioni e colpi di pistola in aria per disperdere le folle durante i tentativi di smistamento. L’Europa comunitaria, nel frattempo, osservava con orrore l’accartocciamento del sistema di accoglienza del governo progressista di Pedro Sánchez. E si mobilitava (tardivamente) per evitare di incappare nella stessa situazione.
Ceuta non è stata la rottura di quel sistema in sé: è stata la dimostrazione ulteriore che quel modello di accoglienza indiscriminata non avrebbe mai potuto funzionare.
La situazione in Italia
In Italia il quadro è più frammentato e non ha raggiunto un simile acme di disordine sociale (d’altronde, c’è un governo conservatore che ha a cuore la sicurezza dei cittadini), ma non è meno rivelatore del clima che si respira.
Il 16 maggio scorso, a Modena, Salim El Koudri, 31 anni, ha travolto con la propria auto una passante (deceduta a seguito delle fratture riportate), e ne ha ferite altre sette. La perizia disposta dal Gip ha stabilito che El Koudri era capace di intendere e di volere quando ha agito, e che è perfettamente in grado di affrontare il processo. La Procura, per ora, non contesta l’aggravante del terrorismo, anche se i legali di alcune vittime hanno chiesto che il punto venga approfondito. Il 6 ottobre, l’uomo ha tentato il suicidio nel carcere dove è detenuto, ingerendo dei farmaci, ed è stato trasportato in ospedale.
A Milano, il 4 luglio, Lamin Saidilly, 22 anni, nato in Italia da genitori gambiani, ha colpito un uomo di 55 anni con una ventina di coltellate in via Capecelatro, nella zona di San Siro. Il telefono del ragazzo mostrava come sfondo un guerrigliero islamico con una kefiah. Gli inquirenti, tuttavia, sembrano orientati a escludere la pista della radicalizzazione.
Altri episodi sconcertanti arrivano dall’Emilia-Romagna. Il primo riguarda un cittadino tunisino di 39 anni, accusato di violenza sessuale e interruzione di pubblico servizio. Il 3 gennaio scorso aveva molestato, a bordo di un treno regionale diretto a Castelfranco Emilia, una ragazza di 25 anni disabile, in carrozzina. L’aveva seguita in stazione, rivolgendole espressioni di natura sessuale. Poi aveva tentato di ostacolare la salita della giovane sul treno, senza riuscirci (anche grazie all’intervento di un passeggero). Durante il viaggio, aveva continuato a molestarla sessualmente. Era stato quindi dato l’allarme, il capotreno aveva sospeso la corsa e alcuni viaggiatori erano intervenuti in soccorso della vittima, trattenendo l’uomo fino all’arrivo dei carabinieri di Castelfranco, che lo avevano finalmente arrestato.
Il secondo caso è relativo a Ravenna, coinvolta nelle ultime settimane per l’inchiesta sui Centri di permanenza per il rimpatrio. Il 3 giugno 2024, una ragazza affetta da un disturbo dello spettro autistico, allora poco più che ventenne, stava tornando a casa dopo essere stata in una struttura educativa di via Gramsci. Un marocchino di 57 anni le si era affiancato in bicicletta, l’aveva avvicinata con alcune domande personali e poi l’aveva palpeggiata nelle parti intime. La vittima era riuscita a salire sull’autobus e, una volta a casa, aveva raccontato tutto ai genitori. Il criminale, condannato in appello a due anni e otto mesi per violenza sessuale, ora è tornato libero in città. Per fermare il trasferimento al Cpr, gli era bastato semplicemente rifiutare la visita medica. E ora che il divieto di dimora è decaduto, nulla gli impedisce di tornare in strada a seminare il terrore.
Cosa aveva previsto Houellebecq in Sottomissione
In Sottomissione non vi è nessuna invasione spettacolare, niente “alla Ceuta”, insomma. La Francia continua a vivere (apparentemente) nella rassicurante normalità delle sue istituzioni. Il cambiamento si insinua nelle abitudini, nelle convenienze, nelle scelte individuali. Il protagonista, un professore universitario sulla quarantina, se ne accorge camminando per strada: le gonne sono scomparse. Ma nessuno ha vietato nulla, non c’è stata una legge. Semplicemente, è cambiata la norma sociale.
L’islamizzazione immaginata da Houellebecq è una subdola e lenta sottomissione: si cede una tradizione dopo l’altra, un diritto dopo l’altro, a qualcosa di più giovane, forte e compatto. Si immagina che i partiti confessionali dominino la scena politica in maniera democratica, che il centrodestra e il centrosinistra scompaiano insieme alle coordinate del dibattito degli ultimi settant’anni. In sostanza, arrivano idee vecchie presentate come nuove: il ruolo della famiglia, il velo obbligatorio, la poligamia, il cibo halal descritto come «una specie di bio, ma meglio». L’università viene finanziata dai petrodollari arabi. Per lavorarci bisogna convertirsi all’Islam. E il protagonista si converte, dopo essersi premurato di chiedere al suo mentore a quante mogli avrebbe avuto diritto.
È probabilmente questa la grande intuizione narrativa del romanzo. Più che raccontare un evento politico, Houellebecq descrive una mutazione antropologica: il momento in cui una società, quasi senza accorgersene, rinuncia progressivamente a interrogarsi su ciò che la definisce. Perde totalmente la propria identità. Il libro pone dunque una domanda radicale e scomoda: che cosa accade quando una civiltà non sa più come e perché dovrebbe difendersi da qualcosa di esterno, di alieno?
La Francia come specchio (negativo) dell’Occidente
La Francia è la prima nazione dell’Europa occidentale per presenza musulmana, intorno al 10% della popolazione. Ed è anche il Paese di Houellebecq, e il territorio ove la tensione fra integrazione e identità produce da decenni le sue fratture più visibili: le banlieue, gli attentati più sanguinosi, il dibattito sul velo, la laicità come campo di battaglia culturale permanente. Non è un caso che il romanzo nasca in un simile contesto (al di là dell’origine dell’autore).
Ma la domanda che Sottomissione pone ha smesso da tempo di essere solo francese. Riguarda Belfast, dove un episodio di violenza ordinaria degenera in disordini anti-migranti. Riguarda Ceuta, dove una sentenza giudiziaria trasforma una frontiera in un varco. Riguarda Ravenna, dove una condanna penale non produce un’espulsione perché il meccanismo procedurale è aggirato con la semplicità di un rifiuto. Riguarda l’Europa e, più in generale, l’Occidente.
Il racconto di Houellebecq non è una profezia nel senso stretto del termine. Non ha previsto un partito islamico vincere le elezioni europee. Ha previsto qualcosa di più difficile da vedere e da contrastare: l’adattamento progressivo di una società che ha smesso di credere in se stessa abbastanza da potersi e volersi difendere. La sottomissione, nel romanzo come nella cronaca, non viene imposta. Viene accettata.
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