- Viktor Orban sta con i russi e si svincola dall’Ue. Moderna dichiara l’efficacia del 100% del siero nei casi gravi. Caos sull’eparina.
- Il Mart di Rovereto, museo di cui è presidente Vittorio Sgarbi, sperimenta la striscia adesiva con ioni argento che blocca i patogeni.
Lo speciale contiene due articoli.
Nella folle corsa al vaccino Viktor Orban mette la freccia. «L’Ungheria può utilizzare il vaccino russo», ha ammesso ieri un portavoce della Commissione europea, «ma nel fare ciò si assume la “piena responsabilità”». Lo scorso 11 novembre il ministro magiaro agli Affari esteri e al commercio, Peter Szijjarto aveva annunciato che Budapest avrebbe ricevuto a breve le prime dosi del vaccino russo «Sputnik V» sviluppato dall’Istituto Gamaleya di Mosca. «Con il ministro della Salute Russo, Mikhail Murashko, abbiamo raggiunto un accordo per la spedizione dei primi lotti già a dicembre per avviare la sperimentazione clinica», così Szijjarto in un video girato durante la quarantena e pubblicato su Facebook, «ma dalla seconda o terza settimana di gennaio arriverà un grande quantitativo di dosi». L’intervento del ministro era arrivato lo stesso giorno della pubblicazione dei risultati che fissavano al 92% l’efficacia del farmaco russo. «Una buona notizia per l’Ungheria» secondo l’esecutivo ungherese, ma di certo pessima per Bruxelles, dalle cui parti l’allungo di Budapest non aveva mancato di provocare un certo disagio. «Si pone la questione se uno Stato membro voglia somministrare ai propri cittadini un vaccino che non è stato esaminato dall’Agenzia europea del farmaco», aveva commentato pochi giorni dopo un portavoce della Commissione, «se i nostri cittadini iniziassero a mettere in dubbio la sicurezza di un vaccino, qualora questo non fosse stato sottoposto a una rigorosa valutazione scientifica per dimostrarne l’efficacia, sarebbe molto più difficile vaccinare una percentuale sufficiente della popolazione».
Non c’è da considerare tuttavia solamente l’aspetto legato all’efficacia del vaccino. Più volte su queste stesse pagine, abbiamo scritto che i 27 Stati membri dell’Ue hanno approvato la strategia europea sui vaccini, si sono contestualmente impegnati a non condurre negoziati paralleli. Ma allora perché ieri Bruxelles ha alzato bandiera bianca, lasciando di fatto a Viktor Orban libertà per utilizzare il farmaco russo? Come spiega Politico, il governo ungherese ha sfruttato un vuoto normativo nel quale si inserisce una direttiva del 2001, la quale consente a un Paese dell’Unione di autorizzare «temporaneamente» la distribuzione di un farmaco non ancora autorizzato (dall’Ema, ndr) «in risposta alla dispersione sospettata o confermata di agenti patogeni, tossine, agenti chimici o radiazioni nucleari potenzialmente dannosi». Non possiamo sapere se la mossa del governo ungherese vada nella giusta direzione, ma di certo sarebbe scorretto giudicarla sulla base di un pregiudizio politico tout court nei confronti della Russia.
Nel frattempo, va registrata la firma del quinto contratto da parte della Commissione europea con la tedesca Curevac. «E cinque!», ha twittato esultante la presidente Ursula von der Leyen, «ci siamo assicurati quasi 2 miliardi di dosi del futuro vaccino contro il Covid-19. I cittadini europei potranno accedervi una volta che sarà dimostrata la loro sicurezza ed efficacia, speriamo prima della fine dell’anno». Curevac sta lavorando a un farmaco ottenuto con la tecnologia a Rna, la stessa cioè dei vaccini allo studio da parte di Pfizer-Biontech e Moderna. E proprio quest’ultima ieri ha annunciato i risultati relativi all’efficacia della fase 3, pari al 94,1% e del 100% nei casi severi. Lo studio non ha dimostrato «seri problemi di sicurezza» e Moderna ha perciò fatto sapere di voler procedere immediatamente con la richiesta di autorizzazione di emergenza alla Food and drug administration, e con l’autorizzazione all’immissione in commercio condizionale all’Agenzia europea del farmaco. Con tutta probabilità, l’autorizzazione per Pfizer-Biontech e Moderna dovrebbe arrivare entro la fine dell’anno. «Io finora i dati non li ho visti, né io né altri, e se mi chiede sulla base dei dati disponibili cosa farei io dico che non mi vaccino», ha ribadito però il virologo Andrea Crisanti parlando a La7. «Durante la sperimentazione più si sta zitti e meno si crea confusione», gli ha risposto su Sky Tg24 l’ex direttore esecutivo dell’Ema Guido Rasi, il quale ha tuttavia ammesso che «i dati sono incompleti».
Se al netto della doverosa prudenza le ultime notizie sul vaccino sembrano incoraggianti, non si può dire altrettanto sul versante delle terapie. Venerdì scorso il Comitato tecnico scientifico ha approvato le nuove linee guida sulla gestione a domicilio dei malati di Covid. Confermato il cortisone, ma solo dopo tre giorni di sintomi e se peggiora la saturazione, sparisce l’eparina, che andrebbe invece somministrata solo a chi rimane a letto per un lungo periodo di tempo. Tutti questi cambiamenti non piacciono a chi combatte il virus sul campo. «Ricevere tante indicazioni è come non riceverne», ha dichiarato il vicesegretario dei medici di famiglia Vincenzo Corti, «di mestiere non facciamo i lettori di linee guida». E sotto accusa finiscono l’idrossiclorochina e la clorochina, accusate dall’Ema di causare disturbi psicotici e indurre perfino il suicidio. Una cosa è certa: a otto mesi dallo scoppio della pandemia non abbiamo di fatto una protocollo terapeutico ben definito. Forse è proprio vero: viste le cifre del business dei vaccini per le case farmaceutiche prevenire è meglio che curare.
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