Di fronte alle crisi di sistema la funzione dei media novecenteschi non è quella di spiegare cosa sta succedendo ma di nasconderlo. Mentre gli immigrati di seconda e terza generazione aprono la campagna elettorale per le presidenziali in Francia mettendo a ferro e fuoco un po’ di città e bruciando le scuole perché «ricevono troppo pochi fondi», presentare la cosa come la riedizione di Mario Capanna può avere un suo fascino vintage ma serve solo a chi è talmente estenuato dalla vita da non saper elaborare altre categorie se non quelle ereditate dal Sessantotto a convincerlo che si tratta ancora degli «studenti che chiedono un futuro».
Dalla prima alla seconda fase del globalismo
In realtà prima la Gran Bretagna ed ora la Francia ci stanno mostrando i risultati del passaggio dalla prima fase globalista, quella dell’arruolamento, alla successiva, quella del consolidamento. Il passaggio generazionale della popolazione immigrata appare così non come semplice mancanza di integrazione ma come vera e propria mutazione nel rapporto di forza.
Le città europee diventano terreni di coltura per un degrado che non è visto come effetto deteriore di un processo squilibrato ma come risultato ottimale di una strategia caotica. Una volta che la coorte demografica dei giovani tratta lo spazio urbano come terreno di estrazione violenta, il globalismo cessa di essere orizzonte politico e diviene demografia da gestire.
Ciò che fino a un decennio fa veniva ancora considerato dagli europei una circostanza di crisi sociale da osservare sui media che parlano delle «rivolte cittadine» negli Stati Uniti è stato ricodificato come costo ordinario della convivenza nelle forme delle «no-go zone» e delle situazioni di oggettiva impunibilità per giungere a una condizione nella quale la normalità è la rinuncia esplicita all’ordine pubblico.
Il confronto tra Francia e Gran Bretagna
Ma ciò cui stiamo assistendo è qualcosa di nuovo: il disordine urbano che l’Europa storicamente conosce era basato su tensioni interne a un corpo nazionale condiviso mentre il degrado attuale si sottrae a quella dialettica perché non chiede «riconoscimenti» ma rendita territoriale.
Se da una parte, infatti, Jan-Luc Mélenchon teorizza l’avvento del socialismo unicamente per mano immigrata, i ragazzi di origine nordafricana che stanno bruciando le scuole rivendicano ad ogni intervista la loro diversità religiosa, la loro appartenenza etnica e rifiutano le logiche marxiste della lotta di classe in quanto basate sull’integrazione culturale. E mentre Mélenchon ti spiega che a far sorgere in loro la coscienza di classe ci penserà lui, la Gran Bretagna mostra già da anni come andrà a finire: con i marxisti relegati in bolle culturali incompatibili con l’islam e con i sindaci che giurano sul Corano e proibiscono le bandiere inglesi per le strade.
E non bastano nemmeno le dichiarazioni del povero Macron che dice, giustamente, che la scuola francese non ha mai avuto tanti fondi come ora e che la Francia è lo Stato con il welfare più esteso della storia sopravanzando, secondo alcune statistiche, quello nominale dell’Unione sovietica.
Immigrazione, integrazione e trasformazione sociale
Ciò cui stiamo assistendo in Francia non sono semplicisticamente le «conseguenze di un’invasione» in quanto le antiche invasioni avvenivano come conquista e sostituzione dopo un collasso epidemico, fiscale e militare; e non si tratta nemmeno di una «colonizzazione» in quanto il colonialismo ottocentesco esportava un’amministrazione di tipo imperiale con i suoi pregi e i suoi difetti. L’immigrazionismo globalista, al contrario, è un fenomeno invocato dall’interno degli Stati occidentali come correzione morale e demografica.
Per la prima volta nella storia alcuni popoli hanno designato la propria successione etnica come priva di valore, se non come una colpa, e hanno organizzato la modificazione sociale secondo una narrazione di convenienza economica e di superiorità etica di tale modifica. Una narrazione in cui l’inevitabilità verrebbe dettata da un sistema produttivo che senza mano d’opera a basso costo crollerebbe, funzionando al contempo da dispositivo di autoconvinzione.
Il welfare e la sostenibilità del sistema
L’unica analogia storica valida non è dunque quella delle invasioni barbariche o delle guerre coi saraceni o del colonialismo ottocentesco ma semmai quella del debito sovrano negli Stati moderni: una sua applicazione che prevede che lo Stato emetta «obbligazioni demografiche» che potranno essere onorate soltanto se i flussi migratori non cessano mai.
Ma proprio dalla Francia arriva l’allarme dell’insostenibilità di questo sistema: la Francia, avendo spinto più lontano la socializzazione dei costi, rende visibile il punto in cui il trasferimento cessa di essere riassorbibile dal gettito portando così il welfare più finanziato della storia a non produrre pacificazione ma a moltiplicare i punti di attrito giacché ogni incremento di spesa conferma agli occhi dei percettori che l’istituzione è solvibile e quindi ulteriormente esigibile.
Le tensioni nella sinistra e il nodo fiscale
E sempre in questa logica si può spiegare la deriva estremista della sinistra che dopo aver abbandonato i temi del primo woke si riattesta su innalzamento delle tasse, patrimoniali ed esproprio delle case.
L’orizzonte politico diventa così il tentativo di ricostituzione di un gettito non più generabile dal lavoro a fronte delle spese ormai enormi di un sistema sociale che ha sussidiato vent’anni di immigrazione. Il tutto però colpendo i soggetti la cui permanenza fiscale era l’ultima garanzia di sostenibilità del sistema. Il crollo non sarà indolore.
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