- La Ue dimostra di non avere né un centro di comando né una strategia. E questo vale per il commercio come per la Difesa (in Africa, Parigi e Roma hanno obiettivi opposti). L’Italia deve puntare sul negoziato bilaterale.
- Riconsegnate a Nuova Delhi diverse «risorse»: è il rimpatrio più lontano finora effettuato dall’amministrazione appena insediata. El Salvador accetta di prendere in carico irregolari e pure detenuti con cittadinanza americana in cambio di cooperazione nucleare.
Lo speciale contiene due articoli.
A giugno 2023 Giorgia Meloni convince Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, e Mark Rutte, allora premier olandese, ad andare in Tunisia e trovare il presidente Kais Saied. L’obiettivo è inviare 150 milioni perché gestisca i flussi migratori ed eviti di giocare su troppi tavoli a discapito dell’Ue. Il viaggio fa esplodere le solite polemiche a sinistra e dentro la Commissione. Cambia poco, perché Saied chiede una seconda visita a luglio. Sembra tutto fatto. Invece a ottobre l’operazione salta. Il presidente tunisino umilia l’Ue stornando 60 milioni. E alla fine si trova un accordo pastrocchio e solo a marzo viene sbloccata la seconda tranche dei fondi.
Nota bene. Il documento firmato a luglio prevedeva l’erogazione «urgente» dei soldi. Oggi torniamo sul tema perché è l’esempio più emblematico dell’incapacità Ue di affrontare i problemi e perché è l’esatto opposto di quanto è accaduto tra Stati Uniti ed El Salvador. Il 20 gennaio Donald Trump si insedia. Firma un centinaio di ordini esecutivi. Tra questi c’è il rimpatrio dei clandestini verso il Paese di origine o verso Paesi terzi. Il 29 gennaio avvengono i primi contatti tra Marco Rubio e il presidente Nayib Bukele. Ieri accordi siglati. El Salvador accetta di riprendersi i propri clandestini, i criminali detenuti in strutture federali e pure criminali di altre nazionalità. In cambio gli Usa firmano una partnership sul nucleare e stanziano fondi per ammodernare le infrastrutture elettriche del Paese centro americano. Detto fatto. E non ci siamo soffermati sulla questione Albania e il braccio di ferro con la magistratura italiana. Sulla quale a lasciare ancor più basiti è l’intenzione dell’Ue di regolare le nuove norme sui Paesi terzi sicuri. Obiettivo che ha fissato per il 2026. Nonostante più volte i vertici di Bruxelles abbiano elogiato il tentativo italiano di trovare una soluzione fuori dai vecchi schemi. Pensate se Consiglio e Commissione si fossero dichiarati apertamente contrari. Anni per prendere una decisione che la Casa Bianca finalizza in meno di una settimana. La differenza sta qui. Per carità, nessuno vuole paragonare i due ordinamenti. Ma chi non fa queste distinzioni o alambicchi politici è il resto del mondo.
La globalizzazione è finita, ci dicono gli euroburocrati, ma vivono in una bolla convinti di non dover cambiare nulla. Così il ciclone Trump si abbatterà anche sul Vecchio Continente. Lo farà con i dazi e con il modello di riarmo dentro la Nato. Nel primo caso basta stare a osservare le diverse reazioni delle singole nazioni. La Gran Bretagna di Keir Starmer si è subito tirata fuori dall’idea di alzare un contromuro commerciale. D’altronde non è in surplus e poi dopo la Brexit non è più Ue. La Francia di Emmanuel Macron, come al solito, alza i toni. E vuole provare ad avviare una prova muscolare. La Germania è stata più cauta. Ma sembra interessata quasi solo al comparto automotive che da solo rappresenta il 18% del surplus verso gli Usa. L’Ungheria si schiera contro la Commissione e la Bce si divide. Ieri la Von der Leyen, parlando agli ambasciatori, ha spiegato di voler il dialogo con tutti gli attori globali compresa la Cina, e con gli Usa ci vuole una cooperazione molto pragmatica. «Dobbiamo diventare agili e audaci», ha aggiunto alla conferenza degli ambasciatori, «e tutelare i nostri interessi». Già. Ma quali interessi? Di chi? Ecco che di fronte a The Donald l’Ue si trova nuda. Completamente nuda. Perché alla domanda quali interessi specifici non c’è una risposta. Non c’è una traiettoria né una strategia. L’altro dossier su cui in questi giorni si sta ragionando è quello del riarmo e della Difesa comune.
Il portavoce della Commissione ieri ha indicato che mentre il quadro del Patto di stabilità riformato è chiaro, ora «stiamo attivamente studiando che cosa si può fare ulteriormente in linea» con tale quadro. Non c’è ancora una indicazione generale dettagliata, tuttavia a quanto risulta la Commissione agirà sul margine di manovra previsto nel considerare la spesa per la Difesa un fattore rilevante ai fini del calcolo del deficit/Pil che conta per considerare se un Paese rispetti o meno il Patto. Ritorna l’idea di un fondo che finanzi l’industria e anche un esercito comune.
Ciò che sembra ancora sfuggire è che senza una testa centrale e interessi comuni l’esercito non solo non serve a nulla ma finisce con l’essere dannoso. Primo, chi dichiara guerra? Secondo, un eventuale intervento – in Africa per esempio – quale fazione locale andrebbe a sostenere? Quella che fa comodo alla Francia o all’Italia? Inoltre, terzo aspetto, posto che l’idea marci, questi fondi sono scomputati dalla Nato? È chiaro che si andrebbe ad avviare un feroce contenzioso con Trump che sulle spese Nato è ancor più categorico di Joe Biden. E anche se fossimo in grado di sostenere la battaglia politicamente ci scopriremmo incapaci di armarci da soli perché a oggi il 40% abbondante degli investimenti Ue destinati alla Difesa necessita di aziende americane. Che senso ha avviare un altro contenzioso se nemmeno le nostre aziende possono beneficiarne? Ovviamente la domanda è retorica. Solo che non trova risposta. Ed è il motivo per cui Bruxelles continua a girare a vuoto sui dossier caldi. Il ciclone Trump adesso rischia di accelerare le debolezze Ue. I singoli Paesi hanno la possibilità di giocare sugli accordi bilaterali. L’Italia ne avrebbe una serie di benefici sia dentro l’Ue che al di fuori. E ci riferiamo al Piano Mattei. Si può spaccare l’Unione? Il momento è critico. Di certo così l’Ue è un cappone senza testa.
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