- Joe salva Hunter dalle due condanne subite e da tutti i possibili reati commessi dal 2014. Cioè, da quando il rampollo entrò nell’ucraina Burisma. The Donald: «È un abuso».
- Lo scudo è un autogol per il partito, che da sempre accusa il tycoon di politicizzare la giustizia. Un altro cortocircuito, dopo gli sfondoni dell’Fbi e le censure sui social.
Lo speciale contiene due articoli.
E meno male che era Donald Trump a politicizzare la Giustizia! Domenica, Joe Biden ha concesso il perdono presidenziale a suo figlio Hunter, che aveva subito due condanne penali: una per possesso illecito di arma da fuoco e l’altra per reati fiscali. Rischiava fino a 25 anni di prigione per la prima e fino a 17 per la seconda. Se i legali di Hunter hanno prontamente chiesto l’archiviazione dei suoi casi giudiziari, le polemiche non sono tardate a esplodere. «La grazia concessa da Joe a Hunter include gli ostaggi del 6 gennaio, che sono stati imprigionati per anni? Che abuso e ingiustizia giudiziari!», ha tuonato Trump, mentre malumori si sono registrati anche tra esponenti dem, a partire dal governatore del Colorado, Jared Polis. Ora, è vero che Bill Clinton graziò suo fratello Roger nel 2001 e che Trump fece altrettanto con il consuocero Charles Kushner nel 2020. Tuttavia la mossa di Biden appare assai controversa sotto svariati aspetti.
Innanzitutto, a giugno, Biden aveva escluso di voler graziare suo figlio. «Ho detto che mi atterrò alla decisione della giuria. Lo farò. E non gli concederò il perdono», disse. Una linea, questa, che era stata confermata il 7 novembre dalla portavoce della Casa Bianca, Karine Jean-Pierre. In secondo luogo, Biden ha giustificato la grazia, lasciando intendere che Hunter avrebbe subito una persecuzione politico-giudiziaria. «Nessuna persona ragionevole che esamina i fatti dei casi di Hunter può giungere ad altra conclusione se non che Hunter è stato preso di mira solo perché è mio figlio, e questo è sbagliato», ha affermato il presidente uscente. Eppure, quando Trump definì una «caccia alle streghe» la condanna che aveva subito sul caso Stormy Daniels, proprio Biden lo accusò di «cercare di indebolire il sistema giudiziario». Non solo. Nel 2022, quando il tycoon si lamentò del raid dell’Fbi in casa sua, l’allora Speaker della Camera, Nancy Pelosi, sentenziò: «Nessuno è al di sopra della legge».
In terzo luogo, oltre alla palese incoerenza del presidente, emerge un ulteriore aspetto controverso. Il perdono concesso ad Hunter è estremamente ampio e somiglia molto a quello con cui, nel 1974, Gerald Ford salvò di fatto Richard Nixon, appena dimessosi a causa dello scandalo Watergate. «Ho concesso a Robert Hunter Biden un perdono completo e incondizionato per quei reati contro gli Stati Uniti che ha commesso o potrebbe aver commesso o a cui ha preso parte durante il periodo che va dal primo gennaio 2014 al primo dicembre 2024», si legge nel testo della grazia. Questo vuol dire che Biden non ha salvato il figlio soltanto dagli effetti delle condanne subite ma che lo ha anche «scudato» rispetto ad altri reati che potrebbe aver commesso negli ultimi dieci anni.
Non è del resto un caso che il presidente uscente abbia citato esplicitamente il 2014. Non dimentichiamo che Hunter entrò ai vertici della controversa azienda ucraina Burisma proprio quell’anno e che i procuratori stavano ancora indagando su di lui per presunta violazione della legge che impone la registrazione ai lobbisti operanti per conto di entità straniere. Si tratta di un filone, quest’ultimo, che stava lambendo lo stesso Joe Biden: nonostante l’attuale inquilino della Casa Bianca avesse spesso detto di non essere mai stato coinvolto negli affari del figlio, è emerso invece che, tra il 2014 e il 2015, Hunter mise più volte in contatto il padre, all’epoca vicepresidente degli Stati Uniti in carica, con i suoi controversi partner in affari. A rivelarlo fu un ex socio e amico di Hunter, Devon Archer, durante un’audizione al Congresso l’anno scorso.
Non solo. Archer, che era stato nel board di Burisma, raccontò anche che quest’ultima aveva assunto Hunter proprio per avere protezione dalle «pressioni» investigative che arrivavano dal governo di Kiev. Ricordiamo sempre che Biden, nel 2015, intimò all’allora presidente ucraino, Petro Poroshenko, di licenziare il procuratore generale Viktor Shokin, minacciando di bloccare gli aiuti americani all’Ucraina, qualora ciò non fosse avvenuto. Sarà stato un caso, ma Shokin, silurato poi nel 2016, aveva indagato su Burisma per corruzione. Ricordiamo anche che, a partire dal 2014, Biden, da vicepresidente americano, sovrintendeva ai rapporti tra Washington e Kiev. Il fatto che suo figlio fosse entrato ai vertici di Burisma proprio quell’anno fece emergere fondati sospetti di conflitto d’interessi. La gravità del perdono ad Hunter non sta quindi solo nell’incoerenza di Biden ma anche nel fatto che, per la sua ampiezza, la grazia riguarda questioni che sfiorano lo stesso presidente uscente.
Insomma, chi ha politicizzato la Giustizia sono stati principalmente i dem. E comunque, dal punto di vista eminentemente politico, il perdono ad Hunter rappresenta, volente o nolente, un assist a Trump. Il presidente in pectore ha infatti l’occasione non solo di ritorcere contro i suoi avversari l’accusa di strumentalizzare il sistema giudiziario ma, grazie a questo precedente, avrà più margine di manovra per graziare chi vorrà. Non solo. Avrà anche maggiore leva per far passare al Senato due nomine che hanno irritato i progressisti negli scorsi giorni: parliamo di Pam Bondi a procuratore generale e, soprattutto, Kash Patel a direttore dell’Fbi. Ovviamente Biden non può non rendersi conto di quello che la sua grazia comporta. Va però tenuto presente che il presidente uscente è ormai in modalità «muoia Sansone con tutti i filistei». Dopo essere stato brutalmente silurato dal Partito democratico a luglio, ha soltanto voglia di mettergli i bastoni tra le ruote e di salvaguardare i propri famigliari.
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