La Virginia dà un ceffone trumpiano a Biden
  • Nello Stato di Jefferson trionfa Youngkin, considerato vicino all’ex presidente. E nel New Jersey, dove il governatore uscente dem era dato in vantaggio di 8 punti, è testa a testa. Per l’inquilino della Casa Bianca un pessimo presagio per le elezioni di midterm.
  • A Minneapolis gli attivisti, con il finanziamento di Soros, chiedevano un dipartimento di polizia «olistico». Ma il referendum fallisce.

Lo speciale contiene due articoli.

Allarme rosso per Joe Biden. Le elezioni governatoriali, tenutesi martedì, non hanno mandato un segnale rassicurante al presidente americano. In Virginia, ha innanzitutto vinto il candidato repubblicano, Glenn Youngkin, che ha raccolto il 50,7% dei voti contro il contendente dem, Terry McAuliffe, che si è fermato al 48,6%. Notizie sconfortanti per Biden sono arrivate anche dal New Jersey. Qui si credeva che il governatore uscente, il dem Philip Murphy, sarebbe stato facilmente rieletto (un sondaggio Rutgers-Eagleton di lunedì lo dava avanti addirittura di 8 punti!). Invece, nella serata italiana di ieri e a spoglio quasi ultimato, Murphy era avanti di appena lo 0,6% sul contendente repubblicano Jack Ciattarelli: uno scarto irrisorio, che ha impedito -almeno prima che La Verità andasse in stampa – di dichiarare un vincitore. È chiaro comunque che, anche qualora Murphy dovesse alla fine spuntarla, sarebbe una ben magra consolazione per un Asinello, che si aspettava una passeggiata trionfale. Stiamo tra l’altro parlando di due Stati che sono da tempo delle roccaforti blu. A livello di elezioni presidenziali, la Virginia vota ininterrottamente candidati dem dal 2008, mentre il New Jersey addirittura dal 1992. Restando poi al New Jersey, proprio Murphy aveva qui trionfato nel 2017, con un vantaggio di 14 punti sull’avversaria repubblicana di allora.

Insomma, che cosa sta accadendo? Accade che i democratici sono allo sbando. I due loro candidati in Virginia e New Jersey hanno infatti commesso gli stessi (gravi) errori: hanno, cioè, demonizzato i contendenti repubblicani per la loro vicinanza politica a Donald Trump, puntando inoltre tutto su temi di rilevanza nazionale (a partire dall’aborto). L’idea era infatti quella di replicare la strategia della «santa alleanza» che portò Biden alla vittoria l’anno scorso contro Trump. Una strategia che tuttavia stavolta è naufragata. In primo luogo, gli elettori hanno mostrato di interessarsi maggiormente alle problematiche locali: problematiche che, non a caso, sono state al centro dei programmi di Youngkin e Ciattarelli. In secondo luogo, sono stati gli stessi candidati dem a infliggersi dei clamorosi autogol, pur di inseguire le simpatie dell’elettorato più spostato a sinistra. Il caso più eclatante è quello di McAuliffe, che ha pagato caro l’aver dichiarato che «i genitori non dovrebbero dire alle scuole cosa dovrebbero insegnare». Un’affermazione indubbiamente in linea con l’ala più radicale dell’Asinello (quell’ala che preme per introdurre la cosiddetta critical race theory nei curricula scolastici), ma che ha alienato al candidato dem il sostegno degli elettori meno ideologizzati: non sarà del resto un caso che il repubblicano Youngkin abbia fatto il pieno di voti tra gli indipendenti.

Eppure, si dirà, Biden c’entra poco: in fin dei conti si trattava di elezioni locali. E invece non è così. Innanzitutto l’inquilino della Casa Bianca si era speso – insieme a Barack Obama– a favore della campagna di McAuliffe: per entrambi i presidenti dem; la sconfitta in Virginia costituisce quindi uno smacco significativo.

In secondo luogo, questi deludenti risultati hanno già fatto riesplodere le consuete divisioni nell’Asinello tra centristi e sinistra: un fattore non certo di buon auspicio per le elezioni di metà mandato del prossimo anno. Se i dem dovessero perdere infatti anche solo una camera, l’agenda politica di Biden, già oggi bloccata al Congresso, rischierebbe il collasso definitivo.

Ricordiamo infine come, pochi giorni fa, Politico avesse registrato un certo scetticismo da parte della comunità afroamericana nei confronti di McAuliffe: segno che l’Asinello faccia sempre più fatica a intercettare il consenso delle minoranze etniche.

La situazione appare invece ben più positiva per Trump: non solo l’ex presidente aveva infatti dato il proprio endorsement a Youngkin, ma è anche storicamente legato a Ciattarelli. Fattori, questi, che gli garantiscono di mantenere il ruolo di kingmaker in seno al Partito repubblicano, in vista delle elezioni di metà mandato. Più nello specifico, guardando al caso della Virginia, la linea di Youngkin si è rivelata particolarmente efficace: ha accettato l’endorsement dell’ex presidente, ma si è mosso al contempo in (parziale) autonomia, evitando di coinvolgerlo troppo direttamente nella campagna elettorale.

Questo ha permesso una sinergia tra le varie correnti dell’Elefantino e consentito la conseguente mobilitazione di un elettorato variegato (tra cui quello di contee tradizionalmente trumpiste come Roanoke e Bedford): una mobilitazione che ha portato infine Youngkin alla vittoria.

Il caso virginiano dimostra quindi che, se vuole vincere, il Partito repubblicano deve evitare di trattare ogni elezione come se fosse un referendum su Trump, mantenendo al contempo il meglio del retaggio politico trumpista: dall’attenzione alla working class al focus sulle minoranze etniche. Non sarà del resto un caso che Youngkin si sia mostrato capace di attrarre voti trasversali, conquistando in particolare le zone rurali e le aree suburbane.

L’ideologizzazione sta portando i democratici al suicidio politico. E i repubblicani dovrebbero approfittarne: il «modello Virginia» potrebbe rivelarsi quello giusto.


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