- Dietro la motivazione etica della mossa a sorpresa del presidente dem c’è l’apertura all’India, contro Pechino. La fattibilità e le tempistiche però non sono dalla sua parte.
- Per Mario Draghi «è prioritario abbattere gli ostacoli che limitano le campagne». Applaudono Lega, Pd e Movimento 5 stelle mentre Farmindustria è molto critica. Prudente l’Aifa: «Difficile da realizzare».
Lo speciale contiene due articoli.
Joe Biden spariglia la geopolitica dei vaccini: l’amministrazione Usa ha infatti annunciato di essere favorevole a rimuovere le protezioni dei brevetti ed è impegnata «attivamente» in questo senso nei negoziati in corso al Wto. La mossa viene motivata con l’intento di spianare la strada a una accelerazione della produzione e della distribuzione delle dosi in tutto il mondo, soprattutto nei Paesi più poveri. E consentirebbe, almeno in via teorica, a qualsiasi produttore farmaceutico al mondo di produrre vaccini «copiati» senza il rischio di essere citati in giudizio per violazione della proprietà intellettuale.
«Si tratta di una crisi sanitaria mondiale e le circostanze straordinarie della pandemia invocano misure straordinarie», ha spiegato la rappresentante Usa per il commercio, Katherine Tai, in un comunicato. «L’amministrazione Biden crede fermamente alle protezioni della proprietà intellettuale ma per mettere fine a questa pandemia sostiene la revoca di certe protezioni per i vaccini anti Covid-19», ha sottolineato. Aggiungendo però che i negoziati all’Organizzazione mondiale del commercio «richiederanno tempo, data la natura consensuale dell’istituzione e la complessità delle questioni coinvolte». Un panel del Wto per la proprietà intellettuale dovrà occuparsi di nuovo della proposta a una riunione preliminare questo mese, prima di una riunione formale in programma per l’8 e il 9 giugno. Già ieri, comunque, la direttrice generale, Ngozi Okonjo Iweala, ha accolto «con grande soddisfazione» l’intenzione degli Usa «di coinvolgere i sostenitori di una rinuncia temporanea del trattato internazionale sulla proprietà intellettuale».
Immediate le reazioni delle società farmaceutiche che hanno accusato anche un duro colpo in Borsa: l’ad di Pfizer, Albert Bourla, dice di essere «per nulla» favorevole alla rimozione dei brevetti ricordando anche che il vaccino Pfizer ha avuto risultati positivi a novembre 2020 ed è stato registrato a dicembre 2020. «Ma sapete quando abbiamo firmato l’accordo commerciale? Nel gennaio 2021. Un accordo da miliardi di dollari è stato messo in attesa, per concentrare tutti gli sforzi sulla realizzazione del vaccino». Per l’alleata tedesca Biontech «i brevetti non sono il fattore limitante della produzione e dell’approvvigionamento del nostro vaccino. Non aumenterebbero la produzione mondiale né l’approvvigionamento delle dosi di vaccini nel breve e medio termine». La Federazione internazionale dell’industria farmaceutica ha liquidato la proposta come «deludente», aggiungendo che «la sospensione è la risposta semplice ma falsa a un problema complesso». Il settore teme che costituisca un pericoloso precedente, che scoraggerà l’innovazione senza migliorare l’offerta perché la capacità produttiva mondiale è già al limite e le stesse aziende hanno firmato tra loro più di 260 accordi (le cosiddette licenze volontarie) per aumentarla.
Ma come si è arrivati a questa svolta, finora solo annunciata? Quali impatti concreti ci saranno sulla geopolitica dei vaccini? La revoca temporanea dei brevetti sui vaccini è stata richiesta dall’India e dal Sudafrica, che da mesi si battono per una sospensione dei brevetti e a ottobre hanno lanciato una proposta che riguardava anche i farmaci e i prodotti legati alla diagnosi e alla cura del Covid. Non è solo questione di emergenza ma anche di business. Stiamo parlando, infatti, di due Paesi che hanno già aziende ben dotate dal punto di vista farmaceutico (pensiamo al Serum institute indiano, che ha accordi con Astrazeneca e Novavax, con il trasferimento tecnologico). Così come in Sudafrica è basata la più grande azienda farmaceutica del continente africano che ha già un accordo di produzione con Johnson&Johnson. Non a caso non si sono mossi sulla stessa linea il Brasile e il Messico che hanno aziende in grado di competere a livello internazionale.
Non è chiaro se Washington andrà avanti e rimangono molti dubbi. Alcuni esperti sostengono che il sequestro dei brevetti non è una soluzione realistica. In un editoriale sul Wall Street Journal, l’ex commissario della Fda, Scott Gottlieb, ha osservato che la produzione di vaccini è complessa e richiede materiali molto richiesti. Suggerendo al team di Biden di guardare piuttosto al modello del Piano di emergenza dell’ex presidente Bush per l’Aids relief con il quale il governo degli Usa ha collaborato con i produttori per acquistare e distribuire farmaci affidabili contro l’Aids in Africa.
Va inoltre capito quale sia la vera strategia di Biden, al netto della motivazione «etica» che piace molto alla sinistra democratica. Liberando i brevetti non si aumenta automaticamente la produzione, né automaticamente si riesce a immunizzare le nazioni in difficoltà. Primo perché ci vogliono almeno due anni per rendere la proposta effettiva al Wto, senza dimenticare che se le componenti fondamentali per lo sviluppo dei principali vaccini vengono ordinate adesso, la consegna è tra i 12 e i 16 mesi. Quindi, anche partendo oggi, si arriverebbe ad avere la produzione pronta forse a metà del 2023, quando la pandemia dovrebbe essere finita e sarebbe pure scaduta la moratoria sui brevetti. Per produrre i vaccini a mRna e quelli basati su proteine, inoltre, più che dei brevetti c’è bisogno di trasferimento tecnologico, addestramento e apparecchiature sofisticate. Tanto che Moderna ha messo a disposizione il suo brevetto da più di un anno e non lo ha ancora utilizzato nessuno. L’operazione può essere piuttosto letta in chiave anti Cina, non a caso arriva dall’India. Di certo, si vedrà nelle prossime settimane se quella di Biden sarà una mossa etica, di marketing oppure pragmatica.
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