Bardella fa esplodere pure i Repubblicani
Marine Le Pen e Jordan Bardella (Ansa)
  • Il partito caccia il presidente per l’apertura a Marine Le Pen. Ma lui risponde: «È un colpo di Stato. Rassemblement national sosterrà 80 nostri candidati». Marion Maréchal invita all’unità delle destre. Emmanuel Macron, invece, si aggrappa all’Eliseo: «Non mi dimetterò».
  • Attacco del ministro Bruno Le Maire: «Crisi del debito se vince Rn». Adolfo Urso alla Bce: «Il taglio dei tassi non sia uno spot elettorale».

Lo speciale contiene due articoli.

Il presidente francese Emmanuel Macron è tornato a essere il capo di un partito di plastica che annaspa nei sondaggi dopo la débâcle alle Europee. Ieri ha tenuto una conferenza stampa, prevista in origine per martedì. Senza sorprese, Macron si è mostrato pieno di tracotanza e ha escluso la possibilità di dimettersi in caso di sconfitta alle legislative di fine mese. Questo sebbene un sondaggio Csa abbia indicato ieri che 57% dei francesi esiga l’uscita di scena del presidente. Macron ha dato lezioni alla destra e alla sinistra nonostante i pesanti fallimenti. Basti ricordare i gilet gialli, le sommosse delle banlieue di un anno fa, l’ondata migratoria fuori controllo o il recente declassamento della Francia deciso da alcune agenzie di rating. Vestito a lutto, sguardo torvo, tono grave, Macron ha poi fatto tante promesse elettorali.

Innanzitutto ha squalificato le forze politiche dell’opposizione definendo «alleanze contro natura» i loro accordi elettorali. Parlando dell’avvicinamento tra i Républicains (Lr) e il Rassemblement national (Rn) di Jordan Bardella e Marine Le Pen, il capo dello Stato ha detto che la destra repubblicana «sta voltando le spalle all’eredità del generale De Gaulle, Jacques Chirac e Nicolas Sarkozy», il suo predecessore che ha scatenato la guerra in Libia e la conseguente invasione migratoria in Italia e nella Ue. Il capo dello Stato francese ha affermato di non voler dare le «chiavi del potere» al Rn. Parlando della coalizione Front populaire che sta costituendosi tra le forze di sinistra, Macron l’ha definita una alleanza «indecente» e ha ricordato le posizioni particolarmente «antisemite» e «comunitariste» in particolare tra i seguaci di Jean-Luc Mélenchon, leader de La France insoumise, o tra quelli di Philippe Poutou, leader del minuscolo Nuovo partito anticapitalista. Il presidente francese ha quindi fatto una lista della spesa di azioni politiche che però, negli ultimi sette anni, lui e il suo partito non hanno applicato. «Innanzitutto dobbiamo continuare ad agire per più sicurezza, fermezza, in maniera implacabile» ha detto Macron aggiungendo di voler «attuare le leggi che sono state votate, come i nostri testi europei, per ridurre l’immigrazione illegale».

L’inquilino dell’Eliseo ha poi attaccato con le promesse. In primis ha parlato dei lavoratori remunerati con il salario minimo. Macron si è detto pronto a discutere anche dell’«accesso alla casa» in particolare per i giovani. Per non farsi mancare nulla, si è rivolto anche al nucleo principale del suo elettorato, gli anziani, ai quali ha promesso che «le pensioni saranno indicizzate all’inflazione».

Pur di attirare voti verso il suo partito, Macron si è detto pronto anche a tornare a discutere dell’accorpamento delle regioni, voluto dal suo predecessore François Hollande con l’intento di ridurre i costi della Pa ma che, invece, li ha moltiplicati. Poi Macron ha evocato la sospensione dei progetti di legge che, fino a una settimana fa, erano in discussione in Parlamento: fine vita e modifica costituzionale per la Nuova Caledonia. Quest’ultimo provvedimento ha scatenato rivolte nel territorio d’Oltremare che sono costate la vita a una decina di persone. La lista dei sogni di Macron si è conclusa con la promessa di otto nuovi reattori nucleari e l’impegno a non intervenire più nella campagna delle legislative del 30 giugno e 7 luglio. Mentre il presidente francese parlava alla stampa, il presidente dei Repubblicani Éric Ciotti ha disposto la chiusura della sede del suo partito dove avrebbe dovuto riunirsi l’ufficio politico. La riunione dei leader di Lr si è tenuta quindi nel pomeriggio in un’altra sede e si è conclusa con l’esclusione dal partito di Ciotti, votata all’unanimità. Con questa mossa i baroni del partito, ma anche il giovane neoeletto capogruppo al parlamento Ue, François-Xavier Bellamy, hanno dato prova di essere terrorizzati dalle elezioni sebbene, secondo i sondaggi, almeno la metà degli iscritti Lr sarebbero d’accordo con Ciotti che aveva aperto alla Le Pen. Quest’ultimo ha replicato all’esclusione dichiarando: «Sono e resto il presidente della nostra formazione politica, eletto dagli iscritti». Secondo lui, «nessuna delle decisioni prese in questa riunione comporta conseguenze legali. Ma può avere conseguenze penali». Ciotti ha poi annunciato che «circa 80» candidati repubblicani saranno sostenuti da Rassemblement national. E sulla rivolta tra i repubblicani ha aggiunto: «Legalmente sono vittima di un colpo di Stato. Sono presidente dei Repubblicani e dovremo nominare i candidati».

Marion Maréchal, nipote di Marine Le Pen e capolista del partito di Eric Zemmour, Reconquète, dopo aver preso le distanze dal Rn, ieri ha lanciato un appello all’unità: «Invito a sostenere ovunque in Francia i candidati unici della coalizione delle destre». Una posizione opposta a quella di Zemmour e che rischia di spaccare il partito.

I sondaggi realizzati dopo lo scioglimento dell’Assemblea nazionale mostrano che Rn resta forte. Secondo Ifop, il 35% degli elettori voterebbe Rn, il 30-32% le sinistre e il 16-18% il partito macroniano. Il sito di Le Figaro ha chiesto ai lettori se la conferenza stampa presidenziale li aveva convinti. Oltre il 70% ha risposto no.

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