Pd verso il funerale, manca solo la data. Terzo polo e 5 stelle suonano l’agonia
La «Ditta» vive da mesi sospesa nel nulla. Regionali e primarie sanciranno la messa in liquidazione. A vantaggio degli «amici».

Segnatevi queste date: 19 e 26 febbraio. Non so ancora quale delle due verrà scelta, perché per conoscere il giorno esatto si dovrà attendere la riunione di mercoledì della direzione del partito, ma sin da ora posso dire che nella seconda metà di febbraio si celebrerà il funerale del Pd. Già il fatto che, a poco più di un mese dal voto che dovrà decidere il nuovo segretario, ancora non sia stata fissata la data in cui gli elettori potranno esprimere la propria preferenza, la dice lunga sulla confusione che regna a Largo del Nazareno. Ma che addirittura non siano neppure state stabilite le modalità con cui iscritti e simpatizzanti potranno votare, e dunque non si sappia se gli elettori dovranno recarsi ai gazebo o potranno collegarsi online a una piattaforma, è la dimostrazione che il partito non c’è più. La Ditta, come la chiamava Pier Luigi Bersani, era nota per la sua organizzazione ferrea e nei tempi d’oro del Pci, non esisteva alcun partito che potesse competere con l’efficienza dei compagni, al punto che la macchina di Botteghe Oscure era in grado di battere, per tempestività e precisione, perfino quella del Viminale, anticipando i risultati delle elezioni prima che fossero comunicati dal ministero dell’Interno.

Ora no, quella struttura è solo un ricordo, tanto è vero che alle ultime consultazioni, il Pd è rimasto spiazzato, in quanto neppure nelle più pessimistiche previsioni pensava di scivolare sotto il 20%, ai livelli raggiunti nel 2018 da Matteo Renzi. Fino all’ultimo, Enrico Letta, il più evanescente segretario che la Ditta abbia sfornato, aveva creduto di potersi avvicinare alla percentuale che i sondaggisti attribuivano a Fratelli d’Italia, per accreditarsi come antagonista di Giorgia Meloni e leader della coalizione di sinistra.

Ma, a urne aperte, si è scoperto che le previsioni erano sballate e all’ex presidente del Consiglio non è rimasto che dimettersi. Tuttavia, una volta gettata la spugna, si è aperto uno psicodramma interno al Pd, perché da subito è stato chiaro che il problema principale non era la bruciante sconfitta, ma l’assenza di una classe dirigente che potesse raccogliere il testimone del dimissionario. I funzionari rimasti appaiono zombie di un’epoca ormai superata, uniti solo dalla gestione di un potere senza ideali.

Per usare le parole di Nicola Zingaretti, che due anni fa se ne andò sbattendo la porta dichiarando di vergognarsi, nel Pd si parla solo di poltrone. Neppure ai tempi delle dimissioni di Walter Veltroni o di Matteo Renzi il partito era stato sospeso nel limbo di un congresso interminabile. Quando Ualter si fece da parte, dopo aver perso tutto quello che poteva perdere, gli subentrò Dario Franceschini e quando il Rottamatore fu mandato a casa, con l’uno-due del referendum e delle elezioni, a reggere l’incarico per il tempo necessario a trovare un sostituto fu Maurizio Martina. Con Letta le cose sono andate diversamente.

Invece di sgombrare in fretta il campo, il segretario è rimasto al proprio posto, forse nella speranza di poter scegliere il successore. Risultato, da quattro mesi il Pd vive sospeso nel nulla, in attesa che il congresso più ridicolo della storia, quello a cui è ammesso al voto anche chi non è iscritto (immaginatevi i brogli e i tentativi di inquinamento da parte dei gruppi di pressione), si concluda. Nel frattempo, chiunque può candidarsi, anche chi, come Elly Schlein, non ha mai avuto la tessera del partito. Sono lontani i tempi in cui Piero Fassino rispondeva a Beppe Grillo che, se avesse voluto candidarsi alla segreteria, avrebbe dovuto fondare un partito.

Adesso non c’è bisogno di scalare il Pd dall’esterno, si può fare comodamente dall’interno, senza neppure essere affiliati perché, ad aprire la porta all’invasione, è una classe dirigente senza più idee né eserciti.

Finirà come doveva finire oltre trent’anni fa, ai tempi della caduta del muro di Berlino, cioè con la messa in liquidazione del partito per il venir meno dello scopo sociale. A dire il vero, non c’è neppure bisogno di aspettare il 19 o il 26 febbraio, in quanto per capire che il Pd è spacciato, pronto per essere smembrato e digerito dai 5 stelle e dal Terzo polo, sarà sufficiente attendere i risultati delle Regionali, un appuntamento a cui Letta e compagni vanno incontro già sapendo di incassare una sconfitta. Infatti, né Alessio D’AmatoPierfrancesco Majorino, i due candidati schierati dal Pd rispettivamente nel Lazio e in Lombardia, hanno la benché minima possibilità di essere eletti.

Dunque, il 13 febbraio, ultimo giorno di voto per il rinnovo dei governatori, la liturgia funebre di Letta, il gran liquidatore, sarà compiuta.

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