Sui Paesi sicuri follia dei magistrati. Ma se loro sbagliano, non pagano
(Imagoeconomica)
I giudici, che pretendono di sostituirsi al governo in nome dei diritti umani, portano avanti una crociata anche in spregio a un altro diritto: quello degli italiani alla sicurezza. Cosa fare? Introdurre la responsabilità civile.

Che si fa con un egiziano sospettato di appartenere all’Isis e a rischio di organizzare attentati? Lo si carica su un aereo e lo si rimanda a casa? Lo si arresta e lo si processa per terrorismo? Macché, lo si libera, sulla base della dottrina inventata dai giudici specializzati in immigrazione, quella secondo cui se un tizio viene da un Paese considerato insicuro non gli si può dare il foglio di via per rimpatriarlo, ma si è obbligati ad accoglierlo. È quello che succede in Sicilia, con un clandestino sbarcato all’inizio di febbraio a Lampedusa. Come racconta il nostro Giacomo Amadori, nell’isola è giunto senza documenti e dopo essere stato fermato dalla polizia è stato trasferito, su disposizione del questore, al Cpr di Porto Empedocle per evitare un concreto pericolo di fuga. Ma una volta rinchiuso, la cosiddetta risorsa, o se preferite il cosiddetto profugo, rivela di essere egiziano, di avere 27 anni e di essere evaso da un carcere dove era detenuto con l’accusa di essere un membro dell’Isis. Nel frattempo, siccome appena giunto in Italia aveva fatto richiesta di ottenere la protezione internazionale, la commissione territoriale respinge l’istanza e segnala i supposti legami con lo Stato islamico alla questura di Agrigento e alla direzione distrettuale antiterrorismo. Da un lato l’uomo viene trattato come un potenziale terrorista, dall’altro un giudice chiamato a convalidare il fermo del clandestino (in quel momento ancora non considerato un terrorista) decide di annullare il trattenimento nel Cpr. In quanto egiziano il presunto profugo e sospetto jihadista non può essere restituito al Cairo e presumibilmente neppure alla prigione da cui parrebbe evaso, perché l’Egitto, secondo la dottrina adottata dai magistrati progressisti, non può essere considerato un Paese sicuro.

Di fronte al provvedimento del giudice, il questore emette un’altra ordinanza e vedremo ora che cosa decideranno le toghe, se espellere un uomo che dice di appartenere all’Isis o concedergli asilo politico. Sta di fatto che la linea di condotta di chi pretende di accogliere tutti – perché non esiste un Paese sicuro e non può essere un governo a decidere che cosa debba essere considerato tale ma è la magistratura a stabilirlo ogni volta – ci espone a questi paradossi e, soprattutto, a questi rischi. Fino a quando sarà possibile sopportare tutto ciò? In nessun altro Stato un giudice si arroga la facoltà di liberare, senza i necessari approfondimenti, chi per le forze di polizia è da considerare pericoloso. Ma poi, in tutti gli Stati democratici, in particolare quelli europei, ci si pone il problema di arginare l’invasione ormai fuori controllo dei migranti. Da noi no. Da noi ogni giudice si sente in dovere di ergersi a paladino dei diritti umani, dimenticando i diritti dello Stato e soprattutto quello dei cittadini, i quali pretendono di non essere esposti a rischi e non vogliono che sia messa in discussione la loro sicurezza perché un giudice ha deciso che i clandestini non si possono rimpatriare. Ribadisco: è tempo di introdurre la responsabilità civile dei magistrati.

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