L’ombra del riciclaggio dietro gli aiuti all’Ucraina
  • Dell’enorme flusso di denaro inviato a Kiev hanno approfittato gruppi di criminali informatici che hanno sottratto denaro e criptovalute o rimesso in circolazione proventi illeciti. L’hanno fatto attraverso falsi fondi per il popolo colpito. E usando le nuove opere d’arte digitali: gli Nft.
  • Il direttore del centro studi Fiscal Focus, Antonio Gigliotti: «Le autorità stanno ancora cercando di studiare e capire come meglio muoversi».
  • L’ufficiale della Gdf Adolfo Rufa: «L’anonimato è vantaggioso per gli utenti e un ostacolo per chi svolge le indagini. Scontiamo anche l’internazionalizzazione delle attività fuorilegge».

Lo speciale contiene tre articoli.

Armi e soldi. La resistenza ucraina all’invasione russa non ammette altre possibilità: armi per contenere l’avanzata delle truppe di Putin e soldi per affrontare i costi di un conflitto che va avanti da oltre quattro mesi. Appena qualche giorno fa, il Parlamento europeo ha approvato la prima tranche di un pacchetto di assistenza eccezionale da 9 miliardi di euro, già annunciato lo scorso maggio dalla Commissione. In parallelo, il Dipartimento di Stato americano ha deliberato l’invio di 1,3 miliardi di dollari di aiuti economici in direzione Kiev. Si tratta dei primi trasferimenti di un pacchetto più consistente, da oltre 7,5 miliardi di dollari, approvato dal Congresso lo scorso maggio.

Sull’enorme flusso di denaro inviato a Kiev, avrebbero messo gli occhi alcune organizzazioni criminali informatiche, le cui attività non si sarebbero fermate neanche di fronte alle bombe. Anzi, avrebbero sfruttato l’occasione per perfezionare le tecniche con l’obiettivo di sottrarre denaro e criptovalute o riciclare proventi illeciti. L’ombra del malaffare emerge da una nota inviata ai vertici del Segretariato Generale del Consiglio dell’Unione europea lo scorso 27 maggio, firmata da Martine Deprez, membro del Segretariato Generale della Commissione europea. Nei paragrafi dedicati al crimine organizzato e al terrorismo, che La Verità ha potuto visionare, si legge: «Ci sono prove di false raccolte fondi in favore dell’Ucraina, organizzate da cyber criminali con il solo scopo di sottrarre denaro e criptovalute». Negli ultimi mesi, il Gruppo di analisi del rischio di Google ha evidenziato un numero crescente di soggetti che «sfrutta la guerra per mettere in atto truffe informatiche». E anche i ricercatori della compagnia Cyren rilevano un aumento di cripto truffatori che approfittano della guerra per mettere in piedi «falsi siti internet cui inviare denaro a sostegno dell’Ucraina». Tra i diversi canali su cui corrono donazioni e aiuti umanitari, ce n’è uno che avrebbe attirato l’attenzione di alcuni esperti di antiriciclaggio: si chiama MetaHistory Nft, è un museo digitale creato dal ministero della Trasformazione Digitale ucraino con l’obiettivo di «commemorare la storia degli eventi e preservare la verità».

Nella galleria digitale, sono esposte alcune delle immagini più rappresentative di questi 138 giorni di guerra: c’è la protesta in diretta tv della giornalista Marina Ovsyannikova contro la propaganda del Cremlino, l’esodo di migliaia di ucraini in fuga dalla città di Irpin presa di mira dalle bombe, l’elicottero russo Ka-52 «Alligator» abbattuto nella regione di Kherson. La particolarità di queste opere d’arte è che si tratta di Nft, i Non Fungible Token di cui ormai tutti vanno pazzi: oggetti anche digitali cui viene abbinato un token, cioè una sorta di numero di serie, che li rende unici. E spesso molto costosi: basti pensare all’opera Everydays: the First 5000 Days, di Beeple, venduta a circa 70 milioni di dollari.

Abbinare un numero di serie a un’opera d’arte significa cristallizzare un insieme di informazioni: le caratteristiche e le dimensioni dell’immagine, per esempio. Inoltre, un token è garanzia di originalità, l’assicurazione che l’opera sia esattamente quella realizzata dall’autore e non una delle tante potenzialmente riproducibili attraverso il web. Per acquistare Nft, l’unica moneta consentita nel museo della guerra è quella digitale: si paga solo in criptovalute. E qui sorgerebbero alcuni problemi, secondo il professor Giuseppe Miceli, fondatore dell’Osservatorio Antiriciclaggio per l’arte, che anche di Nft ha parlato lo scorso venerdì in Commissione Parlamentare antimafia. «Le organizzazioni criminali potrebbero sfruttare in maniera illecita l’impianto messo in piedi con il fine nobile di sostenere l’Ucraina», racconta alla Verità. «Il primo rischio riguarda il riciclaggio di denaro: le criptovalute utilizzate per acquistare Nft, per esempio, da dove provengono? Potrebbero essere frutto di una rapina e nessuno se ne accorgerebbe». Il meccanismo alla base della compravendita di Nft è concepito per mantenere l’anonimato di acquirenti e venditori: per aprire un account, a cui agganciare un portafoglio informatico, basta uno pseudonimo, senza mai inserire i propri dati personali. Le transazioni sono tracciabili e visibili a tutti i membri della blockchain, ma risalire alle identità reali è un esercizio pressoché impossibile, se non attraverso l’uso di meccanismi complessi, come spiegano gli investigatori specializzati in indagini digitali.

Alcune aste per raccogliere fondi si rivelerebbero così strumenti fittizi, perfetti per ripulire denaro sporco. È il caso delle compravendite realizzate da uno stesso soggetto, che svolge sia il ruolo di acquirente che quello di venditore. Bastano due profili, con due portafogli collegati, apparentemente diversi, ma che in realtà schermano l’identità di una sola persona: il primo colloca Nft, il secondo li acquista pagandoli in criptovalute. Una volta incassate, le monete digitali si possono convertire in denaro avente corso legale, quindi spendibile, e il riciclaggio è realizzato. «Un rischio ulteriore – spiega ancora il professor Miceli – è il finanziamento di altre attività illecite: verificare che il ricavato finisca davvero in beneficenza è molto difficile, se non accertando che le criptovalute con cui vengono acquistati Nft siano effettivamente cambiate in euro o in dollari. Tuttavia, nessuno ha mai parlato di questo: il 100% dei trasferimenti finirà pure al ministero della Trasformazione digitale, ma finché si parla di criptovalute non c’è modo di controllare».

Lo scorso 30 giugno, la presidenza del Consiglio dell’Unione europea e il Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo provvisorio sull’approvazione del Mica, il Regolamento per proteggere la stabilità finanziaria di chi opera nel mondo delle criptovalute, presentato dalla Commissione nel settembre del 2020. Per ora, gli Nft sono esclusi dall’ambito di applicazione del testo, a meno che non «rientrino in categorie di criptovalute esistenti». Come si legge nel comunicato diffuso alla stampa, «spetterà alla Commissione europea valutare una proposta legislativa specifica per creare un regime ad hoc e affrontare i rischi di questo nuovo mercato». Sempre che, nel frattempo, i buoi non siano già scappati.


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