Vogliono salvare l’economia con le marchette
Roberto Gualtieri (Ansa)
Slitta ancora il decreto economico, che nel frattempo è diventato una sorta di Milleproroghe pieno di tanti aiutini inutili per ogni settore. Il taglio delle tasse non dovrebbe superare i 5 miliardi. Intanto Giuseppe Conte ha in mente di buttare un altro miliardo in Alitalia.

Slitta ancora il decreto economico, quello che dovrebbe iniettare soldi nell’economia in quarantena. Previsto per ieri mattina è stato spostato a questo pomeriggio. E potrebbe anche tenersi stasera. Purtroppo non è il solo condizionale da utilizzare. Anche l’ipotesi che inietti per davvero liquidità, va presa con le pinze. Da decreto d’urgenza si sta infatti trasformando in una sorta di Milleproroghe con versamenti diffusi e a pioggia e agevolazioni o incentivi fiscali con i quali però non si fa la spesa al supermercato. Ieri sera era in programma un video conferenza tra il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, e i rappresentati dei partiti di opposizione. Obiettivo: sentire il parere di Lega e Forza Italia. Anche se l’indirizzo del decreto sembra tracciato e di difficile inversione.

Una situazione di emergenza come l’attuale avrebbe richiesto un testo snello con poche indicazioni e grandi cifre da mobilitare. Al contrario al momento circolano due bozze, una da circa 100 pagine e l’altra di una ventina, che dovrebbero parzialmente fondersi. In ogni caso, si nascondono dietro l’angolo due effetti (ci auguriamo) indesiderati. Il primo sarà la somma confusione e la difficile applicazione di tutte le novità previste. Il secondo è tipico di tutti gli interventi polverizzati. Dare decine di milioni a specifici settori o aziende senza una strategia univoca non serve a nulla. Si rischia di ottenere lo stesso effetto prodotto dalla legge finanziaria licenziata lo scorso Natale. In quel caso microtasse sparse qua e là lungo la filiera produttiva. Ora microaiuti per fingere di accontentare tutti. Senza riuscire a risolvere la vera emergenza. L’odierno consiglio dei ministri dovrebbe portare il decreto a 15 miliardi di spesa. In questo caso il taglio delle tasse non dovrebbe superare i 5 miliardi. Il che significa che a marzo ci saranno comunque da versare altri 24 miliardi circa, tra Iva, Irpef, accise e altre imposte indirette. La Ragioneria dello Stato avrebbe già fatto sapere che non si possono incrociare debiti (circa 50 miliardi) e crediti della pubblica amministrazione. Non ci sarebbe cassa sufficiente. Tradotto: se gli italiani anche soffocati dal coronavirus non versano soldi allo Stato, la macchina non avrà abbastanza denaro per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici e i fornitori in coda da settimane per incassare le fatture.

Solo che il gioco di aiutare i contribuenti con rinvii e con detrazioni stavolta rischia di non funzionare. Il decreto ancora al vaglio, infatti, sta valutando di spostare le scadenze del 16 marzo al 31 marzo e quelle del 30 aprile al 5 maggio. Nel frattempo, il governo dovrebbe rendere pubblica una lista dei graziati e dei sommersi. Cioè, di coloro che si troveranno a versare tutti gli F 24 semplicemente in ritardo e chi invece potrà tenersi i soldi per metterli nel budget di casa o per rilanciare l’azienda. Una tale ipotesi non sta in piedi. La grossa crisi di liquidità arriverà ad aprile e nessuno sa quanto durerà. Per questo motivo il Mef avrebbe preso tempo nello speranza di dilazionare ulteriormente le proroghe e alzare il budget per il taglio delle tasse. L’esito i commercialisti lo scopriranno, se va bene, solo lunedì mattina. Molti hanno comunque avviato i pagamenti elettronici degli F 24. Potranno chiedere il rimborso all’Agenzia delle entrate? Nessuno al momento ha una risposta e purtroppo è l’ennesima dimostrazione della schizofrenia di uno Stato cattocomunista come il nostro. Insegue da anni gli evasori fiscali a cui addossa tutte le colpe e al tempo stesso disprezza i contribuenti onesti. Non a caso l’impronta stessa del decreto in discussione oggi al Cdm sembra scimmiottare l’impronta statalista per senza averne il coraggio.

Un esempio su tutti. Germania e Francia (anche se ieri il ministro Bruno Le Maire ha smentito) starebbero pensando a un bail out delle rispettive compagnie di bandiera. Di fatto una nazionalizzazione. Il 18 marzo dovrebbe tenersi l’asta di vendita ai privati di Alitalia. Chi mai si farà avanti se non per prenderla a un euro? Così sta per scattare il piano B del piano B. Giuseppe Conte punta a usare il decreto per dare altro denaro al vettore senza dare però alcuna direttiva. Lo stato di emergenza delle compagnie aeree è palese. Ma il governo lavora per avviare un’ulteriore newco che prenda in affitto gli asset dell’attuale compagnia e riparta con una dotazione di un miliardo. Una cifra enorme che però rischia (a essere ottimisti) di durare meno di 10 mesi. E di disperdersi come gli aiuti destinati al settore ferroviario, marittimo e dei trasporti in generale. Così come le piccole donazioni per il comparto radiotelevisivo, sportivo o dei Beni culturali. All’Italia serve una strada decisa da percorrere. Altrimenti questo decreto rischia davvero di diventare un Milleprororghe pieno di marchette. Conte ha deciso di intestarsi tutta la linea di intervento economico senza aprire alle opposizioni. Legittimo e risponderà al Parlamento, sempre che resti aperto.

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