• Nella notte l’agenzia di rating abbassa il livello di affidabilità del nostro debito pubblico a Baa3: l’ultimo gradino prima del livello non investment. Spread verso 400? Al riparo con yen, dollari oppure titoli a scadenza breve. Gli esperti: «Ok a prodotti esteri, ma bilanciati per evitare i rischi del cambio». Sì a obbligazioni italiane, però a durata ravvicinata.
  • I bond delle aziende sono più stabili ma garantiscono rendimenti minori. I privati subiscono meno scossoni: vale per Esselunga e per chi opera in settori lontani dallo Stato. Esposte, invece, le banche e le assicurazioni. In caso di differenziale a 400 le rendite di Tim, Enel ed Eni in impennata.
  • Alberto Borgia, presidente di Aiaf: «Niente effetto sui mutui, attenzione ai fidi. Prestiti più cari alle imprese allontanano gli investitori internazionali e spingono a delocalizzare».
  • In Borsa spunta il listino per chi scommette contro le azioni tricolori. Etfplus propone strumenti speculativi dedicati a trader esperti che fanno guadagnare grazie alle difficoltà del Belpaese.

Lo speciale comprende quattro articoli.

La parola spread è ormai sulla bocca degli italiani da qualche anno a questa parte, ma non sempre è chiaro di cosa si tratti. Quindi, cominciamo dicendo che per spread si intende il differenziale di rendimento fra due titoli: in questo caso, il differenziale di rendimento fra Btp e Bund, rispettivamente i titoli di Stato italiani e tedeschi. Il motivo per cui si prende a riferimento il decennale tedesco sta nel fatto che tale titolo viene considerato un esempio di strumento senza rischi. Pertanto, più il prezzo dei nostri titoli (di fatto un prestito che i risparmiatori fanno allo Stato) scenderà rispetto ai loro omologhi tedeschi e più basso sarà il loro valore sul mercato. Quindi, per invogliare i risparmiatori a comprare titoli che valgono meno (e dunque più rischiosi), lo Stato dovrà offrire maggiori rendimenti, indebitandosi ancora di più.

L’agenzia Moody’s tha tagliato nella notte il rating dell’Italia a Baa3 da Baa2 con outlook stabile. La decisione è legata a un «cambio concreto della strategia di bilancio, con un deficit significativamente più elevato rispetto alle attese». Alla base della decisione c’è la mancanza di una coerente agenda di riforme per la crescita, e questo implica il prosieguo di una «crescita debole nel medio termine’». Lo afferma la stessa agenzia nella nota, sottolineando che i piani del governo non rappresentano un ”coerente programma di riforme’che può spingere «a mediocre performance della crescita su base sostenuta».

Per tutti questi motivi lo spread oscilla. Il motivo per cui si assiste all’innalzamento di questo indicatore è legato dunque al rischio creditizio del Paese, ossia al timore che gli investitori hanno di non veder ripagato il proprio investimento nel debito pubblico italiano.

«Negli ultimi giorni lo spread ha risentito del braccio di ferro tra Italia ed Europa e la volatilità potrebbe avere oscillazioni ancora maggiori di quelle fin qui registrate», spiega alla Verità Francesco Pilotti, responsabile ufficio studi di Soldiexpert scf, società di consulenza indipendente.

La domanda che si pongono tutti appare dunque chiara: è possibile investire nelle care vecchie obbligazioni senza incorrere nelle oscillazioni dello spread italo-tedesco? «La maggior parte degli operatori fugge dal rischio e cerca di liquidare le posizioni che tendono a far oscillare maggiormente il valore del loro portafoglio», spiega Pilotti. Ma in realtà il modo esiste, eccome.

La soluzione è «operare sempre sull’obbligazionario ma con titoli che non risentono delle oscillazioni dello spread: si tratta di titoli che hanno sottostanti in dollari statunitensi, in franchi svizzeri e in yen giapponesi», dice. Attenzione, però. Ciò non significa che questi titoli siano esenti da rischi. «Un eventuale investimento in queste attività può comportare perdite dal punto di vista valutario. Inoltre è da considerare anche il rischio di un eventuale rialzo dei tassi di interesse, un tema piuttosto caldo soprattutto negli Stati Uniti dove, in queste settimane i rendimenti obbligazionari americani hanno superato anche il 3,2% proprio per il timore di un incremento dei tassi».

«In un contesto di elevata incertezza politica come quello che sta vivendo oggi l’Italia», dice alla Verità Gianluca D’Alessio, responsabile di Fia asset management, «sarebbe opportuno diversificare geograficamente il portafoglio obbligazionario, investendo nei titoli di Paesi politicamente più stabili esposti al rischio di default: fra questi, oltre ai soliti Germania e Stati Uniti, vi sono i Paesi del Nord Europa», sottolinea. «Dal momento che molte di queste strategie non sono facilmente accessibili al segmento retail (quello dei risparmiatori più comuni e che non riguarda gli investitori professionali, ndr), il consiglio rimane quello di affidarsi a gestori seri ed esperti, approfittando dei numerosi fondi ed Etf a disposizione dell’investitore medio, con bassi costi di gestione e di transazione».

Il punto, però, non è solo cosa comprare, ma anche l’approccio da seguire per continuare a dormire sonni tranquilli. «Per ridurre al massimo i rischi», dice D’Alessio, «è sconsigliabile adottare un approccio “buy and hold” (compra e attendi, ndr), soprattutto su titoli con scadenze lunghe, i quali sono maggiormente sensibili a un rialzo dello spread. Una soluzione potrebbe essere quella di prediligere titoli obbligazionari garantiti (almeno parzialmente) da un altro asset: in questo caso parliamo di asset backed securities», spiega. «Un altro espediente potrebbe essere quello di investire in titoli a tasso variabile, in modo da proteggere il titolo da variazioni nel rating creditizio dell’emittente».

Senza incorrere in eccessivi tecnicismi, basti dunque sapere che le obbligazioni governative italiane sono diventate molto volatili, quindi l’approccio da cassettista non può andare più bene. Del resto, non è un caso se sul mercato siano giunti molti prodotti tra fondi ed Etf che hanno proprio questo scopo: limitare il più possibile l’effetto ottovolante dello spread Btp Bund. Ci sono i fondi di Amundi, Ishares, Lyxor oppure, per chi non riesce a dire di no al reddito fisso governativo, le obbligazioni danesi e svedesi. Certo, nulla a che vedere con i rendimenti azionari. Ma si tratta in tutti i casi di prodotti stabili e che nella peggiore delle ipotesi cedono qualche punto percentuale.

Gianluca Baldini


INFOGRAFICA


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