Per 800.000 partite Iva tasse dimezzate. Sberle a banche e imprese. Finalmente addio Fornero
ANSA
  • Più di 4 miliardi di maggior carico per istituti di credito e assicurazioni: rischio contraccolpi sui clienti. 6,5 miliardi per il reddito di cittadinanza.
  • Ciao ciao Fornero 400.000 liberi di andare in pensione. A febbraio 2019 le prime uscite volontarie con la quota 100 Nessuna penalizzazione ma obbligo di non lavorare per 12 mesi.

Lo speciale contiene due articoli.

La manovra, rispetto alle previsioni del Def, si restringe. Il perimetro d’azione scende dai circa 37 miliardi a 33,5. Poco più di 11 miliardi arrivano dalle coperture, il resto (21,8 miliardi) è frutto dell’aggravio di deficit. Quasi 12 miliardi e mezzo sono destinati a evitare l’aumento dell’Iva, altri 6,75 per pagare la riforma di quota 100 e altrettanti per gestire il nuovo reddito di cittadinanza, con una spolverata di pensioni di cittadinanza. Su quest’ultimo punto le certezze sono scarse, anche perché i fondi disponibili sono talmente risicati che è difficile immaginare che le minime salgano di un importo che superi i 30 o i 40 euro al mese. Per arrivare a 780 euro ne mancherebbero altri 300 circa. Più facile immaginare che i pensionati iscritti alle liste di collocamento intestatari di un assegno minimo possano aspirare a raggiungere la soglia individuata dal reddito di cittadinanza. Ciò che invece è certo è la fetta di entrate e di tagli che la manovra mette nero su bianco.

Le tasse su banche e assicurazioni consentiranno di incassare 4,4 miliardi il prossimo anno. Nel dettaglio dagli interventi fiscali sugli istituti italiani si stima un incasso pari a 1,2 miliardi nel prossimo anno, a cui si aggiungono altri 1,8 miliardi che derivano in parti uguali da due misure: la rideterminazione dell’acconto dell’imposta sulle assicurazioni e il differimento della deduzione delle svalutazioni sui crediti. Infine 1,1 miliardi arriveranno dal trattamento fiscale della svalutazione dei crediti secondo i nuovi principi contabili.

Dalle misure che nel documento vengono definiti genericamente «interventi fiscali sulle banche» si stima un gettito, nel triennio, pari a 2,7 miliardi; mentre dalla rideterminazione dell’acconto dell’imposta sulle assicurazioni arriveranno altri 1,3 miliardi in tutto. Il differimento della deduzione delle svalutazioni e perdite sui crediti non porterà altro gettito, oltre a quello stimato nel primo anno, mentre dal trattamento fiscale delle svalutazioni dei crediti secondo i nuovi principi contabili arriveranno 1,1 miliardi nel primo anno, cui seguirà una perdita di 360 milioni nel biennio 2020-2021 portando il gettito nei tre anni a 700 milioni. A chi avanza critiche sull’inasprimento (alzare le imposte sulle deduzioni delle svalutazioni comporterà un stretta sul credito) il sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon, spiega che «si tratta di somme tutto sommato contenute, e riteniamo che non impattino sull’erogazione dei fidi. Non va dimenticato che i maggiori oneri ricadranno solo sugli istituti in attivo, in modo che l’intervento sia sostenibile. Vorrei però ricordare», aggiunge, «che il testo prevede anche maggiori spese per circa 2,5 miliardi in investimenti pubblici e quindi più liquidità pure per le aziende».

Le stesse che, a onor del vero, non escono premiate dalla manovra. L’abrogazione dell’imposta sul reddito imprenditoriale (Iri) porterà alle casse dello Stato circa 2 miliardi di euro in più solo nel 2019 (l’imposta armonizzava i regimi e quindi livellava verso il basso il gettito) a fronte di un taglio di tasse per le partite Iva di soli 540 milioni di euro. In pratica, i liberi professionisti che fatturano fino a 65.000 euro (circa 800.000 persone in tutto) pagheranno il 15% flat: un risparmio di circa il 50%. Solo che le altre partite Iva sono rimaste escluse dallo «sconto». «In realtà l’intervento va valutato nel triennio», aggiunge Durigon, «tanto che il taglio di tasse supera i due miliardi come promesso». Bisognerà vedere se alla fine, a fronte dell’abolizione dell’Ace, Aiuto alla crescita economica delle imprese, il saldo sarà positivo o negativo. Certamente nel 2019 sarà a favore dello Stato, «anche in questo caso», aggiunge Durigon, «bisogna considerare il triennio. Non abbiamo eliminato alcuna agevolazione fiscale, e lo faremo solo quando taglieremo anche l’Irpef e il cuneo fiscale. A quel punto si vedranno maggiormente gli effetti benefici della manovra». Nel frattempo, a completare il calcolo delle coperture vanno presi in considerazione tagli ai ministeri per circa 2,5 miliardi di euro e la razionalizzazione dei trasferimenti agli enti. «Abbiamo licenziato una manovra che puntella tre requisiti di crescita», conclude il sottosegretario, «partendo dalla totale riorganizzazione delle politiche passive e attive del lavoro».

Infine, per chiudere lo schema della manovra che finirà in Parlamento a fine settimana, c’è il tema della fatturazione elettronica. Confermato l’avvio dal primo di gennaio, che porterà a una stretta in grado di raccogliere almeno 360 milioni di Iva in più, confermando lo schema previsto dal governo Gentiloni. Con una sola, ma importantissima, novità: sarà possibile versare l’Iva allo Stato quando la fattura viene incassata dall’azienda. In pratica le imprese dovrebbero smettere di fare da bancomat e anticipare la liquidità allo Stato. Sul documento inviato a Bruxelles il premier Giuseppe Conte ha lanciato un ultimo messaggio distensivo: «Pronti al dialogo ma senza pregiudizi». A noi sarebbe piaciuto un po’ di coraggio in più: meno tasse (flat tax per una platea più ampia, e meno imposte anche per banche ed assicurazioni), e meno spesa diffusa con il reddito di cittadinanza.

Un intervento, quest’ultimo, che rischia di essere un versamento a pioggia al Sud senza concreti ritorni in termini di maggiori consumi. Del resto, la manovra è un compromesso tra la parte gialla e quella blu del governo: in Aula i politici che rappresentano la parte più produttiva potrebbero premere per spostare l’ago della bilancia verso le aziende. In Parlamento ci sono infatti margini per accoppiare a quota 100 un taglio dell’Irpef e, dal 2020, una sforbiciata al cuneo fiscale.

Claudio Antonelli


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