Il governo spinge salari e contratti. Meno tasse per chi rinnova in tempo
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
  • Stanziati due miliardi per portare le imposte al 10% se non ci sono ritardi nella firma degli accordi. Seconda aliquota Irpef al 33% e tagli ai balzelli sui premi. Ancora tira e molla sul contributo di banche e assicurazioni.
  • Il deputato leghista Alberto Bagnai: «Stabilità politica bene inestimabile, è la vera garanzia per imprese e famiglie. La rottamazione non è un condono. Troveremo soluzioni sulle pensioni».

Lo speciale contiene due articoli.

Alla fine, succede l’impensabile: il ministro Giorgetti trova i soldi. Non per finanziare qualche salvataggio industriale, non per costruire il Ponte di Messina in PowerPoint, e nemmeno per rifare i bonus edilizi con lo scotch. Stavolta i soldi servono le buste paga. Il governo riscopre l’articolo 36 della Costituzione (quello che parla di retribuzione «proporzionata e sufficiente») e si lancia in un’operazione che, per una volta, non è pensata per tenere a bada lo spread ma per far felici gli italiani che timbrano il cartellino. Una rivoluzione. La formula magica? Una aliquota secca al 10% sugli aumenti contrattuali. Dal 2026 al 2028, i rinnovi tempestivi dei contratti collettivi potranno godere di un fisco più amico. Tradotto in soldoni: circa 1,8 miliardi di euro annui resteranno nelle tasche dei lavoratori. La platea potenziale di beneficiari -si legge nella relazione tecnica – è di circa 14-15 milioni di lavoratori. Nell’ipotesi che tutti i dipendenti privati interessati ottengano un rinnovo contrattuale nel periodo 2026-2028, con un incremento medio di circa 800 euro annui lordi ciascuno (valore corrispondente a circa 3,5% della retribuzione media), il monte retributivo aggiuntivo generato dai rinnovi contrattuali risulta dell’ordine di 12 miliardi annui. Un messaggio forte lanciato ai lavoratori ed un incentivo alle imprese perché irrobustiscano le buste paga attraverso i rinnovi contrattuali.

Ma Confindustria non sembra particolarmente interessata alla novità. In viale dell’Astronomia lamentano che alle imprese siano stati destinati quattro miliardi anziché gli otto previsti. Per il presidente di Emamuele Orsini, quella «dell’iper e super ammortamento» è «una buona via». Tuttavia si aspettava di più. Lo dice chiaramente durante l’ assemblea generale di Confindustria Como e Confindustria Lecco e Sondrio: «Bisogna mettere al centro gli investimenti delle imprese». Insomma i soldi devono andare a sostegno delle imprese che da gennaio «saranno nude» perché il sistema degli incentivi previsti nell’operazione Transizione 5.0 sono sostanzialmente inutilizzabili perché troppo complicato l’accesso ai fondi. Niente a che vedere con gli automatismi della precedente Transizione 4.0. Una procedura probabilmente fin troppo facile. Marco Gay rincara la dose: «Servono scelte più coraggiose». Insomma le risorse disponibili devono andare agli imprenditori. Il resto seguirà. Ed è qui che la storia prende una direzione ormai molto frequentata. Perché la novità fiscale, anziché unire i sindacati in un fragoroso applauso, li spacca come una noce con lo schiaccianoci. La Cisl approva. Non solo. Si allinea alle posizioni del governo: defiscalizzare le tredicesime, abbassare l’aliquota per i redditi fino a 60.000 euro, rilanciare la sanità pubblica e contrastare le disuguaglianze. Un elenco lungo per una piattaforma sindacale che per quanto ragionevole non è condivisa. Allontana la Cisl dalla Cgil e da Landini, che ancora non hanno trovato il tempo di gioire: troppo impegnati a cercare le falle nella manovra e a lanciare l’ennesimo sciopero a difesa dei palestinesi.

Nel frattempo, al ministero dell’Economia si fanno i conti con la coperta corta anche se è stata elasticizzata portandone il valore da 16 a 18 miliardi. Bisogna trovare la quadra sul contributo straordinario da chiedere a banche e assicurazioni. Una specie di telenovela che si ripete a ogni legge di bilancio. Fin ora il gettito è stato esangue. Ma stavolta al Mef non sembrano propensi a passi indietro. Le interlocuzioni – parola elegante per non parlare di lite – sono ancora in corso. La cifra ipotizzata è di 5 miliardi, come sussurra da settimane la Lega. Ma Forza Italia ha già fatto sapere che no, non si tocca: «Le tasse sugli extraprofitti sono inaccettabili», ha tuonato Antonio Tajani, «un contributo sì, ma che sia concordato». In fondo, anche Robin Hood oggi farebbe una call con Goldman Sachs prima di passare all’azione. Conferme ufficiali non ce ne sono, ma la sensazione che viene raccolta da più parti è che possa servire ancora tempo. L’ipotesi messa sul piatto dall’esecutivo sarebbe la possibilità di «liberare» il capitale messo a riserva (6,5 miliardi) per evitare la vecchia tassa sugli extraprofitti: frutterebbe circa 1,2 miliardi di tassazione ordinaria e, ma questo è un punto dibattuto, altri 1,6-1,7 miliardi da un’aliquota straordinaria fra il 26 e il 27,5%. L’Abi ha già alzato un muro, ribadendo la propria apertura a discutere di Dta su più anni e respingendo l’ipotesi di tassazioni straordinarie. In tutto questo, Matteo Salvini si prende la sua personale rivincita: la rottamazione delle cartelle esattoriali. Non come avrebbe voluto – dieci anni, 120 rate, un piano di rientro in comode rate – ma ci si è avvicinato abbastanza da potersi intestare la vittoria. Sarà in nove anni, senza acconto (inizialmente doveva essere del 5%) con rate uguali. Non esattamente la «pace fiscale definitiva» promessa in campagna elettorale, ma abbastanza per poter scrivere un post celebrativo con la foto di un tramonto e un «lo avevamo promesso». Salvini la presenta così: «Vale solo per chi ha fatto la dichiarazione dei redditi. Nessun furbetto». A parte, ovviamente, chi non ha pagato perché «aveva problemi personali, malattie, a cominciare dal Covid, fallimenti, o è stato travolto dall’aumento improvviso dei costi». Va bene così. Anche il condono ha il suo cuore.

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