I paradisi fiscali di casa nostra. L’Europa fa sparire 200 miliardi
  • Dall’Olanda a Malta, dall’Irlanda al Lussemburgo di Jean Claude Juncker. Questi Stati ci fanno la morale sugli immigrati e la manovra, ma con accordi fittizi e trucchetti giuridici corteggiano le società che privano l’erario delle nazioni di milioni e milioni di risorse.
  • Lo studioso Niels Johannesen: «Per una riforma, a Bruxelles serve il consenso di ciascun membro dell’Ue. Ma far pagare le aziende si può: spostare sempre fabbriche e lavoratori è impossibile».

Lo speciale contiene due articoli

Scordatevi dei paesaggi tropicali, delle cassette di sicurezza e dei viaggi intercontinentali con le mazzette di banconote avvolte al nastro isolante sotto i vestiti. Al giorno d’oggi, nella scala geografica della globalizzazione, i paradisi fiscali si trovano letteralmente dietro l’angolo. Secondo un rapporto pubblicato proprio in questi giorni e commissionato dalla Tax3, la Commissione speciale del Parlamento europeo per i crimini fiscali, l’evasione e l’elusione fiscale, sono ben sette i Paesi dell’Unione europea che presentano i «tratti distintivi di un paradiso fiscale e promuovono una politica fiscale aggressiva». Di questo esclusivo club fanno parte Belgio, Irlanda, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Cipro e Ungheria. Nel saggio La ricchezza mancante delle nazioni, pubblicato a giugno del 2018, il team guidato dal professor Gabriel Zucman dell’Università di Berkeley stima che solo i primi cinque sottraggano ogni anno una base imponibile di circa 207 miliardi di euro, un importo pari a circa dieci volte una normale legge di bilancio italiana. Le tasse che derivano da questo tesoretto, anziché rimpolpare i bilanci dei Paesi di origine, vengono distratte altrove.

Per le grosse corporation vale il principio del «piatto ricco, mi ci ficco». D’altronde, lo scopo principale di un’azienda è quello di massimizzare il profitto. Uno degli obiettivi strategici, perciò, è quello di studiare a tavolino meccanismi (e rintracciare luoghi) che consentano di pagare meno tasse possibili. Gli Stati «furbetti» vengono incontro a questa esigenza offrendo regimi fiscali agevolati, et voilà, il gioco è fatto. Ecco spiegato il motivo per cui negli ultimi decenni un lungo elenco di giganti della tecnologia, della finanza, dell’industria automobilistica e del petrolio (tanto per citare qualche settore) ha scelto di spostare la propria sede legale altrove.

Prendiamo i Paesi Bassi, sempre in prima linea quando si tratta di predicare austerità e rigore di bilancio. Wopke Hoekstra, ministro delle Finanze olandese, ha criticato aspramente sin dall’inizio la manovra italiana, sollecitando l’apertura di una procedura di infrazione nei confronti del nostro Paese anche durante l’ultimo Eurogruppo svoltosi pochi giorni fa. Sulla carta, l’imposta sulle imprese è in linea rispetto al resto d’Europa. Le aziende che generano profitti inferiori ai 200.000 euro pagano il 20%, mentre a quelle che superano tale cifra viene applicata un’aliquota del 25%. Il «trucchetto» consiste nella possibilità concessa dal governo alle multinazionali di sottoscrivere condizioni fiscali stracciate. Questi protocolli godono di assoluta riservatezza, ma debbono risultare estremamente convenienti se molti colossi mondiali hanno deciso negli ultimi anni di stabilire un proprio quartier generale nel Paese dei tulipani.

Le stime di Zucman parlano chiaro: ogni anno i Paesi Bassi distraggono profitti per 57 miliardi di dollari (circa 50 miliardi di euro). Come se non bastasse, il governo olandese ha messo su in questi anni un meccanismo battezzato «innovation box», un regime ultra agevolato (5% contro il 20-25% ordinario) sui profitti che derivano da ricerca e sviluppo e dall’innovazione. Un singolare primato detenuto dai Paesi Bassi è quello che riguarda una particolare categoria di shell companies (letteralmente «aziende conchiglia»), quello delle società «bucalettere», imprese fantasma che stabiliscono in questo Stato solamente la sede legale.

Determinare il numero di queste entità è impossibile, ma stando ai dati di uno studio condotto nel 2018 per conto del Parlamento europeo, può bastare sapere che i Paesi Bassi detengono il primato di flussi esteri in entrata (3.300 miliardi di euro, pari al 535% del Pil) e in uscita (e 3.900 miliardi di euro, pari al 633% del Pil).

Nel club degli aficionados del regime olandese è l’americana Nike a meritare di diritto un posto in prima fila. Come documentato nei Paradise papers, la raccolta di oltre 13 milioni di documenti relativi a investimenti offshore, l’accordo decennale firmato nel 2006 con il governo locale ha permesso di accumulare fino al 2014 profitti per 6,6 miliardi di dollari praticamente esentasse, anche grazie a una triangolazione con una sussidiaria delle Bermuda. Con l’approssimarsi della scadenza dell’accordo, i vertici di Nike hanno creato una nuova sussidiaria olandese, la Nike innovate cv, sfruttando una forma giuridica equivalente alla nostra società in accomandita semplice. Nell’ordinamento dei Paesi Bassi queste società risultano di proprietà di partner esteri, e perciò non sono soggette a tassazione, mentre all’estero vengono riconosciute come società straniere e perciò non viene loro richiesto il pagamento di alcuna imposta. Un fenomeno chiamato «discrepanza ibrida», e che di fatto consente all’impresa che ne beneficia di pagare zero tasse. Complessivamente, si calcola che Nike abbia camuffato una base imponibile di 12 miliardi di dollari, riuscendo a portare la propria percentuale di tassazione dal 34,9% al 13,2% del 2017. Lo scorso gennaio, la Commissione europea ha aperto un’inchiesta per stabilire se queste pratiche si possano configurare come aiuto di Stato. Nel sistema olandese sono finite, tra le altre, l’americana Starbucks (firmataria di un accordo agevolato nel 2014), le band musicali U2 e Rolling Stones e la svedese Ikea (accusata dall’Ue di aver risparmiato 1 miliardo di euro).

Se nel presente Amsterdam fa la parte del leone, non si può negare che la storia dei paradisi fiscali in Europa sia stata scritta a Dublino. L’Irlanda ha dalla sua una corporate tax estremamente bassa (12,5%), che da sempre la rende appetibile per le grandi firme. Grazie a un generoso sistema di deduzioni e detrazioni, la percentuale effettiva scende però all’incirca al 4%. Secondo le stime del professor Zucman, l’Irlanda è il Paese che distrae la maggior quantità di profitti (circa 96 miliardi di euro l’anno). Tra i big che hanno scelto di mettere radici nell’isola verde troviamo Apple, Google, Microsoft, Facebook, Oracle, Pfizer e Merck. Il caso più eclatante è rappresentato dall’azienda fondata da Steve Jobs. Nel 2016, la Commissione europea ha stabilito che regime fiscale agevolato concesso da Dublino poteva configurarsi come aiuto di Stato, decretando la restituzione di 13,1 miliardi di euro. Sia il governo sia Apple hanno giudicato senza fondamento le accuse di Bruxelles, presentando ricorso alla Corte di giustizia europea.

Brutte sorprese anche dal Lussemburgo, che giusto ieri il Corriere della Sera glorificava come «baluardo dell’europeismo» e «cuore degli affari». Già: nella patria di Jean Claude Juncker, presidente della Commissione europea, un personaggio che da quando si è insediato il governo gialloblù non ha perso occasione per attaccare il nostro Paese, di affari se ne fanno tanti. Proprio quando Juncker si trovava a capo del governo del Granducato, si consumava uno dei più grandi scandali finanziari di tutti i tempi, noto come Luxleaks. Centinaia di sweetheart deals (letteralmente «contratti fasulli», ndr), accordi di pagamento agevolati autorizzati direttamente dall’esecutivo. Anziché diminuire, come evidenzia il network Eurodad, dal 2013 al 2015 questo tipo di accordi è aumentato del 50%, passando da 199 a 519. Tra i beneficiari troviamo Amazon, azienda alla quale la Ue ha intimato nel 2017 la restituzione di 250 milioni di euro di aiuti di Stato. Per la reticenza a fornire informazioni, il Lussemburgo è considerato oggi il sesto Paese con la più elevata segretezza finanziaria nel mondo, primo in Europa.

Chiudiamo la carrellata con Malta, Paese schizzinoso quando si parla di migranti ma non quando c’è da spalancare la porta le multinazionali. Formalmente, la tassa sulle imprese è piuttosto alta (35%), ma grazie a un complesso sistema di compensazione l’aliquota può scendere tra lo 0% e il 5%. Secondo Oxfam, il permissivo regime fiscale maltese ha permesso a Vodafone di dividere il 40% dei propri profitti totali tra Malta e Lussemburgo. Stando ai numeri di uno studio commissionato dal gruppo dei Verdi europei, dal 2012 al 2015 Malta ha distratto profitti per 14 miliardi di euro. È per questo che diverse istituzioni, tra le quali la stessa Oxfam, chiedono da tempo che l’isola venga inserita nella blacklist dei paradisi fiscali Ue.


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