Sui dazi Berlino vuole la guerra Usa-Europa
Friedrich Merz e Donald Trump (Ansa)
  • Mentre continua la trattativa, la Germania alza il tiro: «Contromisure senza un accordo equo». Trump: «La scadenza del 1° agosto non verrà spostata. Lettera all’Ue entro due giorni. In arrivo altre sanzioni al 200% sui farmaci, al 50% sul rame e al 10% sui Brics».
  • Germania, presentata la manovra: aiuti per le imprese energivore e maxi spese per la Difesa.

Lo speciale contiene due articoli.

Il bastone e la carota. È questa la strategia che Donald Trump sta continuando a usare sul commercio: una strategia che tuttavia sta irritando sia Berlino sia Pechino. Ma andiamo con ordine. L’altro ieri, il presidente americano ha inviato delle lettere a vari Paesi, fissando il livello tariffario che potrebbero dover affrontare per i beni da loro importati negli Stati Uniti. Giappone, Corea del Sud, Malesia, Kazakistan e Tunisia saranno soggetti a una pressione del 25%; Sudafrica e Bosnia del 30%; l’Indonesia del 32%; Bangladesh e Serbia del 35%; Cambogia e Thailandia del 36%; Laos e Myanmar, infine, del 40%. La Casa Bianca ha fatto inoltre sapere che, nei prossimi giorni, saranno inviate altre lettere. Il segretario al Commercio, Howard Lutnick, ha annunciato una quindicina di missive nei prossimi giorni.

Dall’altra parte, sempre lunedì, Trump ha firmato un ordine esecutivo stabilendo che le varie tariffe entreranno in vigore il 1° agosto: il che, come lasciato intendere dalla Cnn, ha scongiurato che le misure potessero scattare già oggi. Più ambiguo il presidente si è invece mostrato sulla deadline del 1° agosto stesso. Quando lunedì gli è stato chiesto se fosse «rigida», ha replicato: «Direi rigida, ma non rigida al 100%. Se ci chiamano e dicono che vorrebbero fare qualcosa di diverso, saremo aperti a questa possibilità». Tuttavia, tornando sull’argomento ieri, ha affermato: «Il pagamento delle tariffe inizierà il 1° agosto 2025. Questa data non ha subito modifiche e non subirà modifiche. In altre parole, tutti i pagamenti avverranno a partire dal 1° agosto 2025. Non saranno concesse proroghe». Il presidente non ha neanche escluso dei dazi «ancora più elevati».

Insomma, la Casa Bianca mostra, sì, un atteggiamento oscillante e fa la voce grossa, ma non sembra neanche propensa a una linea graniticamente dura. Pare piuttosto orientata a mettere sotto pressione i suoi interlocutori, in vista di ulteriori trattative. Non a caso, ieri, il presidente del Council of economic advisers della Casa Bianca, Stephen Miran, ha detto che potrebbero essere siglati dei nuovi accordi commerciali entro la fine di questa settimana. Sempre ieri, mentre La Verità andava in stampa, circolavano indiscrezioni secondo cui si fosse ormai a un passo da una «mini intesa» tra Washington e Nuova Delhi. Al contempo, il governo di Tokyo faceva sapere di voler proseguire «attivamente» le trattative con gli Usa, con particolare riferimento al settore automobilistico.

Continuano intanto i negoziati con l’Unione europea. Ieri, Trump ha detto che potrebbe presto fissare le aliquote tariffarie per l’Ue a cui potrebbe arrivare una lettera entro due giorni. Tutto questo, mentre, secondo Politico, Washington avrebbe proposto a Bruxelles un accordo in base a cui verrebbero imposti dazi del 10% a tutti i prodotti europei, pur a fronte di alcuni settori esentati (sono stati citati, in particolare, alcolici e aerei). Stando a Euractiv, i funzionari dell’Ue sarebbero comunque preoccupati, puntando alla salvaguardia di ulteriori comparti: siderurgia, automotive e farmaceutica. Nel frattempo, Bruxelles non esclude delle tariffe ritorsive in caso di naufragio dei negoziati con l’amministrazione statunitense: tariffe ritorsive che, in caso, potrebbero valere circa 72 miliardi di euro. Da questo punto di vista, è Berlino che spinge per l’approccio duro. «Vogliamo un accordo con gli americani, ma dico anche molto chiaramente che questo accordo deve essere equo. E, se non riusciremo a raggiungere un accordo equo con gli Stati Uniti, l’Unione europea dovrà adottare contromisure per proteggere la nostra economia», ha dichiarato ieri il ministro delle Finanze tedesco, Lars Klingbeil. Non è del resto un mistero che Berlino tema ricadute negative per la propria industria automobilistica. Al contempo, la Commissione europea sta incontrando delle difficoltà a tenere compatta l’Ue sulla questione dei dazi.

Ma Trump deve anche gestire il fronte cinese. Ieri, il Quotidiano del Popolo, vale a dire l’organo di stampa ufficiale del Pcc, ha annunciato che Pechino è pronta ad adottare delle «contromisure», qualora dovessero riprendere le tensioni commerciali tra Washington e la Repubblica popolare. Trump aveva d’altronde fatto sapere che avrebbe colpito con dazi più pesanti quei Paesi terzi che si fossero occupati di esportare merci cinesi verso gli Stati Uniti. Ricordiamo inoltre che Pechino ha tempo fino al 12 agosto per concludere un’intesa commerciale con Washington.

E attenzione: la Cina fa parte di quei Brics che Trump ha detto ieri di voler colpire «molto presto» con «dazi aggiuntivi al 10%». Il presidente americano si è irritato specialmente dopo che il blocco aveva de facto criticato la Casa Bianca sia per le politiche commerciali sia per i bombardamenti contro l’Iran (Paese che, ricordiamolo, è entrato nel gruppo). Vale la pena di sottolineare che, già a fine gennaio, Trump aveva lanciato minacce tariffarie contro i Brics a causa delle loro intenzioni volte a favorire un processo di de-dollarizzazione. La questione ha quindi anche una valenza di natura geopolitica, oltre che legata alla sicurezza nazionale. La Casa Bianca vede infatti nei dazi non solo uno strumento per tutelare i colletti blu della Rust belt ma anche per rendere più resilienti le catene di approvvigionamento: proprio ieri il presidente ha minacciato tariffe al 200% sui prodotti farmaceutici e ne ha annunciate altre al 50% sul rame.

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