Per Trump risultati già a giugno, nonostante le barriere siano entrate in vigore ad agosto: mentre scende l’export europeo, l’import dall’America sale del 16%. E a giorni arriveranno le tariffe per acciaio e chip. Ma l’Italia cresce in altri mercati, come l’Arabia.

Questa settimana dovrebbe sciogliersi il nodo dei dazi su acciaio e chip. «Saranno bassi all’inizio, poi molto alti» ha annunciato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, un paio di giorni fa e ora si entra nel vivo. Intanto l’Eurostat (l’ufficio statistico dell’Unione europea) conta i danni del caro tariffe. A giugno l’export verso gli Stati Uniti è crollato del 10,3%, il dato peggiore tra i principali partner commerciali. Questo calo accompagnato da un aumento delle importazioni con una variazione annua di +16,4% pari a 30,6 miliardi contro 40,2 miliardi di esportazioni, ha ridotto il surplus commerciale di beni della Ue con il resto del mondo, a soli 8 miliardi di euro (7 per la sola area euro), in calo rispetto ai 20,3 miliardi dello stesso mese del 2024. Rispetto a giugno 2024, il saldo dell’area dell’euro si è contratto di 13,7 miliardi, principalmente a causa di una riduzione del surplus nei settori dei prodotti chimici e correlati (da 20,6 miliardi a 15,1 miliardi), dei macchinari e veicoli (da 17,4 miliardi a 13,6 miliardi) e di altri prodotti manifatturieri (che sono passati da un surplus di 2,4 miliardi a un deficit di 0,4 miliardi). Le esportazioni extra Ue sono rimaste stabili (213,7 miliardi), mentre le importazioni sono aumentate del 6,4%. Questi dati dimostrano che l’Europa sta perdendo competitività nell’indifferenza della Commissione guidata da Ursula von der Leyen, che ha come unica stella polare nelle strategie industriali i dettami del Green deal, mentre gli Stati Uniti rafforzano le strutture produttive e con i dazi stanno attirando capitali e inducendo i grandi gruppi americani a tornare a investire in patria. Per l’Italia la situazione è ancora più grave dal momento che le imprese pagano l’energia più cara. Non a caso, il nostro Paese sta cercando mercati di sbocco alternativi: nei primi quattro mesi del 2025 le esportazioni italiane nei cosiddetti top market, i 25 Paesi esteri che assorbono la maggior parte dell’export dal nostro Paese, sono cresciute di più del 5% secondo Confcommercio. Forte la crescita di Emirati Arabi (+20,9%), Brasile (+14%), Svizzera (+13,1%), Spagna (+10,6%) e Arabia Saudita (+9,6%).

I dati di ieri fanno il paio con quelli delle rilevazioni precedenti sulla produzione industriale dell’area euro, diminuita a giugno, rispetto a maggio 2025, dell’1,3%.

L’Eurostat mette in luce anche un altro aspetto. Nel secondo trimestre dell’anno i fallimenti sono aumentati dell’1,7% rispetto al primo. Quanto alla natalità, la nascita di nuove imprese non ha interessato l’industria che, a differenza di altri settori, è rimasta stabile. I maggiori incrementi si sono osservati nei trasporti (+13,1%), nell’informazione e comunicazione (+8,2%) e nei servizi finanziari (+5,2%). Ma le attività di informazione e comunicazioni hanno anche registrato il maggior aumento di fallimenti (+13,6%). Non se la passa bene neanche il comparto delle costruzioni che ha visto nel sedendo trimestre dell’anno un incremento delle chiusure dell’8,1%. In calo invece i fallimenti nei settori degli alloggi e della ristorazione (-7,5%) e del commercio (-3,7%), probabilmente influenzati dallo sviluppo del turismo. Secondo Eurostat, i dati confermano un contesto economico europeo caratterizzato da una «dinamica positiva nelle nuove iniziative imprenditoriali», ma ancora segnato da difficoltà in diversi comparti, con fallimenti in crescita in settori chiave come costruzioni e servizi digitali». E l’Italia va molto peggio: I fallimenti aziendali sono aumentati del 10,7%.

È questa la cornice in cui si inserisce la partita sui dazi. L’accordo raggiunto in Scozia il 27 luglio scorso per tariffe al 15% ha lasciato in sospeso alcuni capitoli. Manca la lista delle esenzioni alle nuove imposte doganali. Secondo il Financial Times, che ha raccolto le ultime novità da alcuni funzionari vicini al dossier, la trattativa per arrivare a un documento congiunto che chiarisca, con una lettura unica, il contenuto del nuovo regime doganale, si sarebbe interrotta a causa del Digital service act. Questo sistema di regole con cui la Ue ha regolamentato lo spazio digitale per renderlo più trasparente è inviso agli Stati Uniti, che lo ritengono una sorta di barriera alle loro imprese. Washington vorrebbe che la Commissione cambiasse le norme per renderle più morbide ma al momento il presidente Ursula von der Leyen è irremovibile.

Che ci sia un intoppo non attribuibile alla trattativa sulla questione ucraina, come qualche osservatore aveva ventilato, è stato confermato anche dalla vice capo del servizio dei portavoce, Arianna Podestà. «Non credo che la gestione del conflitto in Ucraina e le relazioni commerciali con l’Ue siano due dossier legati tra loro», ha detto alcuni giorni fa, lasciando intendere che sono due strade diverse. Quindi se c’è un ritardo nell’attuazione dell’accordo sui dazi non dipende dall’attivismo del presidente degli Stati Uniti in materia di politica internazionale. Non a caso, proprio a ridosso di Ferragosto, Trump ha annunciato che questa settimana fisserà le tariffe per chip e acciaio. Un altro elemento di pressione per indurre Bruxelles a cedere sulla posta più alta, i servizi digitali.

Da non perdere

I nostri soldi

Si sgonfia l’IA: crollano le Borse Ue

Non bastano i timori legati a Medio Oriente e Ucraina a spiegare la giornata nera dei mercati di ieri. Martedì 23 giugno la pressione è arrivata soprattutto dal comparto tecnologico: una vendita diffusa sui titoli dei semiconduttori e dell’intelligenza artificiale…

Ticket di 50 euro per vedere Venezia
I nostri soldi

Ticket di 50 euro per vedere Venezia

Un superticket che potrebbe arrivare fino a 50 euro. È questa l’idea lanciata dal primo cittadino, che ha annunciato la richiesta al governo di alzare la soglia del biglietto di ingresso per i turisti nella città lagunare dagli attuali 5-10…

Ripagare il Pnrr ci costerà una manovra
I nostri soldi

Ripagare il Pnrr ci costerà una manovra

È ormai da quasi sei anni che sosteniamo che l’accordo politico concluso da Giuseppe Conte all’alba del 21 luglio 2020, che poi ha portato al Pnrr, sarà ricordato come un’enorme e dannosa ipoteca sul futuro degli italiani. Avevamo previsto -…