Tra Europa e Usa aria di disgelo sui dazi
Donald Trump (Ansa)
  • Il commissario Sefcovic: «La trattativa è l’unica strada, nei prossimi giorni mi aspetto risultati soddisfacenti». Ma nel Vecchio continente c’è ancora chi non esclude la linea dura. Si attendono nuove lettere dalla Casa Bianca ai Paesi nel mirino delle tariffe.
  • Merz al vertice per i 70 anni della Nato: «Finita l’epoca dei sottoinvestimenti».

Lo speciale contiene due articoli.

Tira aria di disgelo commerciale tra Washington e Bruxelles? «Mentre altre nazioni hanno dovuto affrontare dazi più elevati da parte degli Stati Uniti a seguito delle lettere inviate lunedì dal presidente Trump, i nostri negoziati hanno permesso all’Ue di evitarli: è stata annunciata un’estensione fino al primo agosto dello status quo, dandoci ulteriore spazio per raggiungere una conclusione soddisfacente, e di continuare a perfezionare il nostro lavoro. Spero di raggiungere risultati soddisfacenti, potenzialmente anche nei prossimi giorni», ha dichiarato ieri il commissario europeo al Commercio, Maros Sefcovic. «Abbiamo posto in modo fermo i nostri paletti: la nostra legislazione e la nostra normativa europea rimangono non negoziabili e la Commissione proseguirà a tutelare l’autonomia normativa dell’Ue», ha proseguito. Sefcovic ha anche detto che i negoziati con gli Stati Uniti sono «l’unica soluzione». «Vi assicuro che andrò avanti fino alla fine per ottenere questo accordo, affinché sia il migliore possibile», ha precisato.

Insomma, la strada nei negoziati tra Washington e Bruxelles sembrerebbe farsi maggiormente in discesa. D’altronde, l’altro ieri, lo stesso Donald Trump aveva detto: «L’Ue ora ci sta trattando bene». Il presidente americano aveva anche lasciato intendere che, nel giro di 48 ore, avrebbe probabilmente inviato a Bruxelles la lettera con i livelli tariffari che avrebbe dovuto affrontare. Ciò detto, nonostante il rasserenamento nei rapporti, bisogna restare cauti. La Commissione europea non ha ancora del tutto escluso ritorsioni tariffarie in caso di naufragio delle trattative con Washington: ritorsioni che, in caso, potrebbero valere fino a 72 miliardi di euro. Inoltre, tra i Paesi dell’Ue non sembra registrarsi unanimità sulla linea da tenere con l’amministrazione Trump. La situazione complessiva quindi, al netto del cauto ottimismo, resta per il momento sospesa.

In tutto questo, ieri, il presidente americano ha inviato nuove lettere ai Paesi che saranno colpiti dai «dazi reciproci»: in particolare, ha imposto una pressione tariffaria del 30% a Libia, Algeria, Sri Lanka e Iraq e una del 25% a Moldavia e Brunei. Infine, un’aliquota al 20% è stata fissata per le Filippine. Ulteriori lettere erano attese ieri sera, dopo che La Verità era già andata in stampa. Ricordiamo che, lunedì, Trump aveva inviato delle missive già a 14 Paesi, fissando, anche in quel caso, la deadline per la conclusione delle trattative al primo agosto. «A quanto ho capito non riceveremo alcuna lettera e per ora è tutto ciò che posso dire al riguardo», ha dichiarato ieri il portavoce della Commissione europea per il commercio, Olof Gill.

Nel frattempo, il presidente americano resta impegnato nelle negoziazioni con l’India. Ancora ieri sera, un «mini accordo» commerciale tra Washington e Nuova Delhi veniva considerato vicinissimo. Dall’altra parte, tuttavia, non mancano degli scogli, soprattutto dopo che, martedì, Trump aveva minacciato dazi aggiuntivi del 10% a «tutti» i Paesi appartenenti ai Brics, India compresa. L’inquilino della Casa Bianca, che ieri ha annunciato tariffe imminenti anche al Brasile, si è irritato dopo che il blocco aveva criticato de facto gli Stati Uniti per la loro politiche commerciali e per l’attacco all’Iran. Inoltre, già a fine gennaio, il presidente americano aveva lanciato minacce tariffarie contro i Brics, citando le loro ambizioni di de-dollarizzazione.

In tutto questo, il presidente americano continua a guardare alla sicurezza nazionale: non è d’altronde un mistero che Trump consideri i dazi anche come uno strumento volto a rendere più resilienti le catene di approvvigionamento. È in tal senso che, martedì, ha minacciato tariffe al 200% sui prodotti farmaceutici, per poi annunciarne altri al 50% sull’import di rame. Rame che, secondo Reuters, Washington importa principalmente da Cile, Canada e Perù. Ricordiamo che, nei mesi scorsi, Trump ha firmato ordini esecutivi volti a rilanciare le industrie statunitensi del carbone e della cantieristica navale. Gli Usa puntano quindi a ridurre la propria dipendenza da altri Paesi, a partire ovviamente dalla Cina.

Nel frattempo, ieri, il presidente americano ha ospitato alla Casa Bianca un summit con i leader di Mauritania, Guinea-Bissau, Liberia, Senegal e Gabon. Nell’occasione, Trump ha reso noto di voler mutare la strategia americana sull’Africa, passando da una centralità dell’assistenza a una centralità del commercio. D’altronde, l’obiettivo del summit è proprio quello di rafforzare l’influenza economica di Washington sul continente africano. La Casa Bianca punta, in altre parole, ad arginare la longa manus di Pechino sull’area. Il crescente interesse di Trump per l’Africa è potenzialmente una buona notizia per l’Italia: Washington e Roma potrebbero infatti decidere di giocare di sponda nel più ampio quadro del Piano Mattei. Non solo. La Casa Bianca potrebbe anche attivarsi per rilanciare il fianco meridionale della Nato, considerando la crescente influenza di Mosca sulla Cirenaica e su ampie parti del Sahel (soprattutto Mali, Burkina Faso e Niger).

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