Trump tende la mano alla Cina sui dazi e mazzola l’Ue: «È peggio di Pechino»
Xi Jinping (Ansa)
Tariffe sospese per 90 giorni. Gli Usa tagliano i balzelli sull’import dal 145% al 30%, il Dragone dal 125% al 10%. Donald: «Accordo fantastico, sentirò Xi presto». Altri attacchi all’Europa: «Cattiva, ci tratta in modo ingiusto».

Ora è l’Europa la pecora nera del commercio internazionale. All’indomani della due giorni di trattative sui dazi a Ginevra, raggiunto l’accordo con la Cina, che segue quello con l’Uk, Donald Trump non perde tempo e mette nel mirino la Ue. Di sicuro non devono essere piaciuti alla Casa Bianca i toni con cui la presidente delle Commissione europea, Ursula von der Leyen, proprio mentre era in corso la trattativa con Pechino, ha continuato a minacciare Washington di ricorrere a contro-dazi in caso di fallimento del negoziato oltre al ricorso avviato al Wto sulla legittimità delle tariffe. Probabilmente Bruxelles non si aspettava l’esito positivo di Ginevra, soprattutto in tempi così veloci.

Così, quando Trump ieri alla stampa ha definito la Ue come «più cattiva della Cina» nel commercio, rimarcando di contro «il rapporto molto buono con Pechino», è stato un chiaro segnale all’indirizzo di Bruxelles a significare che un’intesa è possibile, anche con un osso duro come il Dragone, basta volerlo. Un aperto rimprovero alla lentezza con cui si muove l’Europa, all’esistenza di più voci al suo interno che ostacolano quello scatto negoziale da tutti auspicato. Il vicepreside statunitense J.D. Vance più volte ha ironizzato sul fatto che non si sa a quale interlocutore rivolgersi in Europa.

A fronte del risultato con la Cina a cui «seguiranno molti altri accordi» ha sottolineato Trump, con l’obiettivo di «un commercio globale fantastico», Bruxelles appare quantomai nell’angolo. Finora, oltre alle minacce di ritorsioni, non ha sfornato una piattaforma concreta e credibile, sulla quale trattare. E il mondo imprenditoriale è sempre più preoccupato. Non a caso a ridosso dell’intesa di Ginevra, il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha auspicato un accordo anche con l’Europa, ricordando che «tante imprese esportano in Cina» e che si pone un tema di «responsabilità sociali». Orsini ha rimarcato che quando Pechino non esporta negli Usa «inonda l’Europa, quindi è bene che ci sia un negoziato per dare anche una reciprocità di responsabilità e di attenzione alla costruzione dei prodotti».

Per Trump il risultato di Ginevra, abilmente tessuto dal segretario al Tesoro, Scott Bessent, mette a tacere le tante voci critiche dentro il Paese. «Abbiamo ottenuto un totale reset dei nostri rapporti commerciali» ha enfatizzato il presidente, festeggiato dai mercati, tutti in positivo (il Ftse Mib ha chiuso in crescita dell’1,4% tra scambi fiume per 5,33 miliardi ) mentre il dollaro, caduto dopo il «Liberation Day» e da allora rimasto dov’era, ieri ha avuto un balzo dell’1,5% contro lo yen e dell’1,2% contro l’euro. Il Dow Jones è arrivato a guadagnare l’1,57% e il Nasdaq addirittura il 4,1%.

Numeri che hanno consentito a Trump di togliersi qualche sassolino dalle scarpe contro «gli stupidi Democratici che stanno facendo tutto ciò che è in loro potere per denigrare quanto sta accadendo» e che «hanno perso ogni livello di fiducia».

Guardando ai contenuti, l’accordo impegna ugualmente entrambi. Stati Uniti e Cina sospenderanno per 90 giorni una parte dei loro dazi doganali punitivi. Lo stop entrerà in vigore entro domani. Trump ha precisato che se dopo questa pausa di tre mesi non si arriverà a un’intesa, «i dazi non torneranno al 145%. A questo livello siamo al decoupling (il disaccoppiamento) poichè nessuno compra». E ha spiegato che le tariffe «sono salite molto a causa di quelle aggiuntive applicate per il Fentanyl e altre cose».

In base all’accordo temporaneo, nei 90 giorni gli Usa modificheranno l’applicazione dell’aliquota aggiuntiva ad valorem sui dazi doganali sugli articoli cinesi, stabilita il 2 aprile, sospendendo 24 punti percentuali di tale aliquota, mantenendo al contempo l’aliquota rimanente del 10% su tali articoli. Inoltre, saranno rimosse le aliquote aggiuntive su tali articoli imposte dall’ordine esecutivo dell’8 e 9 aprile. Analogo intervento della Cina che sospenderà 24 punti percentuali dell’aliquota aggiuntiva sui dazi doganali sugli articoli degli Stati Uniti, mantenendo tuttavia l’aliquota del 10% su tali articoli. Adotterà anche tutte le misure amministrative necessarie per congelare o rimuovere le contromisure non tariffarie adottate nei confronti degli Stati Uniti dal 2 aprile. Complessivamente le parti abbatteranno i dazi del 115%.

Il rappresentante commerciale statunitense, Jamieson Greer, ha messo in evidenza «la rapidità nel raggiungere un accordo e ciò dimostra che forse le differenze non erano poi così grandi come si pensava». Ha poi sottolineato che una delle massime priorità dell’amministrazione Trump è quella di colmare il deficit commerciale degli Stati Uniti con la Cina, che lo scorso anno ha raggiunto la cifra record di 263 miliardi di dollari.

Un altro risultato importante raggiunto da Trump è che la Cina ha concordato di fermare la droga sintetica fentalyn. Per perfezionare l’accordo che ieri continuava a definire «fantastico per tutti», il presidente americano ha annunciato un colloquio con il cinese Xi Jinping entro la fine della settimana.

Quello con Bruxelles? Non ancora pervenuto.

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