• Lo studio di Itinerari previdenziali smentisce l’allarme di Tito Boeri e soci: con l’anticipo, l’assegno mensile netto è sì inferiore ma la cifra incassata in totale è superiore in virtù dei minori contributi versati e degli anni in più in cui si gode della misura.
  • Matteo Salvini replica durissimo al presidente: «Ha stufato. Lasci e si candidi con il Pd».

Lo speciale contiene due articoli.

Quota 100 è il fulcro della manovra che il governo si appresta ad approvare. Il motivo è chiaro: dopo oltre 30 anni qualunque lavoratore vuole essere certo di ottenere il meglio da quanto versato. Per questo i più scettici si sono scaldati quando uno studio dell’ufficio parlamentare di bilancio ha reso noto che il taglio all’importo può variare da un minimo del 5,06% in caso di pensionamento con un solo anno di anticipo rispetto alla Fornero fino a un massimo del 34,17% nel caso di anticipo di sei anni.

Ma questo significa che il sistema quota 100 sarà davvero meno conveniente? In realtà, no. La scorsa settimana, interpellato a Otto e mezzo su La7, il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha escluso qualunque penalizzazione. «Non ci sarà nessuna riduzione. Non ho capito da dove esca questa simulazione», aveva aggiunto.

In effetti, secondo uno studio di Itinerari previdenziali, uno dei maggiori centri di ricerca in Italia in tema di pensioni, il modello previdenziale ideato dal governo in realtà sarebbe conveniente.

L’indagine, a cura di Alberto Brambilla, Alberto Cauzzi e Silvin Pashaj, ha realizzato con il motore di calcolo Epheso delle simulazioni prendendo in esame due profili: uno retributivo e uno contributivo, calcolando per entrambi le prestazioni attese con il pensionamento anticipato con quota 100 e con la decorrenza minima di vecchiaia prevista dalla normativa attuale.

Iniziamo con la prima simulazione: Francesco (nome di fantasia) è un lavoratore dipendente nato il 2 agosto 1957 che ha iniziato a lavorare il 1° settembre 1977 e che oggi ha una retribuzione annua imponibile di 30.000 euro e un andamento reale di carriera dell’1,5% annuo oltre l’inflazione. Avendo accumulato 18 anni e quattro mesi di contributi alla data del 31 dicembre 1995 (la legge Dini ha previsto il mantenimento del metodo di calcolo retributivo per i lavoratori con almeno 18 anni di anzianità contributiva alla data del 31 dicembre 1995), la pensione verrà prevalentemente calcolata con il metodo retributivo. Con il sistema quota 100, Francesco si godrà la meritata pensione a partire dal 1° settembre 2019 con 38 anni di contributi e, secondo Itinerari previdenziali, percepirà 20.993 euro lordi l’anno, 16.616 netti. Al contrario, con il sistema attuale, Francesco andrebbe in pensione a 67 anni e dieci mesi a partire dal 1° giugno 2025. In questo caso, dopo 43 anni e nove mesi di lavoro, percepirebbe 26.639 euro lordi l’anno, 20.397 netti. Pallottoliere alla mano, la differenza tra il primo e il secondo caso è del 22,7%. Esattamente la percentuale sventolata da tutti i media e dall’Upb. Ma fermarsi qui è sbagliato e in malafede. Infatti, la per capire quanto effettivamente si percepisce bisogna valutare la somma incassata nell’arco della vita. Per fare un corretto calcolo dei costi e dei benefici bisogna considerare anche quanto viene versato di contributi nel corso della propria vita lavorativa, e il numero di anni in cui si percepisce la pensione.

Secondo lo studio, con il sistema quota 100, andando in pensione con cinque anni di anticipo Francesco verserebbe 342.688,39 euro, circa 40.000 in meno rispetto ai 382.744,15 che dovrebbe versare con il sistema attuale (e cinque anni in più di contributi). Inoltre, andando in pensione prima potrà godere della pensione per un periodo più lungo. A 86 anni, esattamente la speranza di vita, con quota 100 in realtà Francesco incasserà 64.665,89 euro (il 18,9% di quanto versato) in più rispetto a quanto avrebbe avuto secondo la legge Fornero. Anche includendo nel calcolo i maggiori contributi versati, il vantaggio sarebbe di circa 24.000 euro.

Prendiamo ora l’esempio di Alessandro (sempre un nome di fantasia), un dipendente nato sempre il 2 agosto del 1957 che però ha iniziato a lavorare il 1° settembre 1981. Avendo accumulato solo 15 anni e quattro mesi di contributi alla data del 31/12/1995, la pensione verrà prevalentemente calcolata con il metodo contributivo.

Prendendo in considerazione gli stessi parametri reddituali di Francesco, con quota 100 Alessandro andrà in pensione con 38 anni di lavoro a partire dal 1° settembre 2019 con 18.119 euro lordi l’anno, 14.667 netti. Scegliendo, invece, il sistema Fornero e andando in pensione il 1° giugno 2025 (a 67 anni e con 43 anni di contributi) il nostro lavoratore percepirà 24.169 euro lordi l’anno, 18.741 euro netti. In questo caso la differenza di assegno è del 27,2%. Ma anche qui bisogna andare oltre.

Calcoli alla mano Alessandro, arrivato all’età di 86 anni, scegliendo quota 100, potrà vantare un monte pensionistico pari a circa 360.000 euro, mentre con il sistema attuale 311.665,73 euro. Circa 50.000 euro di differenza. Se si esclude il computo del differenziale di contributi versati la cifra a favore di quota 100 si ferma a circa 8.000 euro.

In ogni caso è minore il vantaggio con il sistema pensionistico attuale. La differenza sarebbe solo del 2,5%. La proiezione per la speranza di vita è sempre di 86 anni. In effetti, tanto per tirare le somme possiamo dire che il modello Fornero conviene effettivamente solo a chi vivrà più di 96 anni. Ovvero, un’esigua minoranza di pensionati.

Appare chiaro, dunque, che non è solo la cifra mensile a fare la differenza, ma anche quanto versato e soprattutto il numero di anni per i quali si percepisce l’assegno. Non ammetterlo significa essere un po’ in mala fede.

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