Claudio Durigon: «Chi incassa sussidi pubblici non potrà rifiutare un lavoro»
Il sottosegretario: «Con il nuovo Reddito di cittadinanza fine dei soldi a pioggia stile M5s. Il Ponte di Messina sarà realtà. Parte l’autonomia, al presidenzialismo penseremo poi».

«Ecco come cambia il reddito di cittadinanza: chi prende soldi pubblici non può rifiutare le offerte di lavoro. Basta con la ricetta a 5 stelle dei soldi a pioggia. E l’autonomia differenziata può partire subito».

Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro: il governo sta per varare la legge di bilancio. Intorno ai 30 miliardi, con due terzi delle risorse puntate sulla lotta al caro-energia. Visti gli esigui spazi di movimento, non sarà esattamente una manovra rivoluzionaria?

«È una manovra emergenziale che ha come primo obiettivo quello di dare respiro agli italiani sulle bollette. Allo stesso tempo, però, è una manovra che inizia ad attuare il programma presentato in campagna elettorale agli italiani».

La Lega ha dovuto accettare compromessi, a cominciare dalla flat tax?

«In realtà, a voler ben guardare, abbiamo fatto partire tutti i temi cari alla Lega: dalle pensioni, al tetto del contante a 5.000 euro, alla cancellazione delle cartelle esattoriali fino a 1.000 euro, alla stessa estensione a 85.000 euro della flat tax al 15%. Ovviamente si tratta solo della prima tappa: nel contesto che stiamo vivendo non potevamo pensare di realizzare tutto in un mese. Ricordiamoci che contiamo finalmente su una maggioranza politica, che ha davanti un’intera legislatura per realizzare i suoi obiettivi».

Certo è che il reddito di cittadinanza subirà una stretta. «Stop», ha detto il premier. Ma si è discusso a lungo su quanto debba essere poderosa la sforbiciata.

«Ieri a Firenze mi sono confrontato con 90 capi del personale di aziende private: erano tutti contrari al reddito. Ma non perché non sia uno strumento contro la povertà. È stato giudicato sbagliato perché davvero non aiuta le persone a rientrare nel mondo del lavoro. E una pesante conseguenza di questo stato di cose è che vengono a mancare molteplici figure professionali di tutte le tipologie».

Con quali conseguenze?

«In molti comparti, come per esempio il turismo, è diventato quasi impossibile trovare manodopera di base. Il reddito di cittadinanza sta cambiando la cultura lavorativa delle persone: molti credono che l’“offerta congrua” sia semplicemente il lavoro dei sogni. Al contrario, chi percepisce un sussidio pubblico non può sottrarsi alle offerte».

Dunque il reddito è diventato una misura puramente assistenziale?

«Troppo. Non ha funzionato il sistema della formazione, i patti per l’impiego, i navigator sono stati un fallimento totale, anche perché abbandonati a se stessi».

Quindi come cambierà il Rdc?

«Chi può andare a lavorare deve farlo, anche se l’offerta è per pochi giorni. E pochi giorni di lavoro non compromettono la percezione del reddito in quota parte. Nello stesso tempo, sarà fornita formazione adeguata per rientrare nel mondo del lavoro, ricordando, numeri alla mano, che ci troviamo di fronte, per la maggior parte dei casi, a una platea con bassa scolarizzazione. La parte che riguarda i lavoratori occupabili subirà senz’altro un ridimensionamento. Una fase di transizione che poi porterà all’abolizione».

Con quali tempi?

«Vedremo come si arriverà a questo ridimensionamento: personalmente ho avanzato una proposta graduale, 18 mesi di reddito con sei mesi di stop e un successivo decalage di 12 mesi. Ma potrebbe imporsi una linea più stringente».

Si riferisce alla linea drastica di Giorgia Meloni, che prevederebbe l’abolizione in sei mesi?

«Questa è soluzione avanzata da Fratelli d’Italia e a livello tecnico comporterebbe sicuramente più risparmi di quella proposta dalla Lega, che prevede appunto un decalage».

Non avete paura del malcontento sociale? Sul reddito di cittadinanza Giuseppe Conte ha costruito l’intera campagna elettorale al Sud.

«Gli italiani sono da sempre un popolo di inventiva e lavoro. La riforma così congegnata, comunque, non andrebbe a colpire le fasce inabili al lavoro che già percepiscono il reddito, parliamo di circa 500.000 persone. Questo non vuol dire che chi si trova nella condizione attuale di non avere un lavoro possa pensare di andare avanti solamente percependo un sussidio statale e rifiutando sistematicamente le offerte che arrivano».

Resta il problema dei «furbetti» del reddito. Come evitare le truffe?

«I furbi si sono moltiplicati perché il Movimento 5 stelle ha voluto centralizzare sull’Inps la gestione del reddito. Il loro obiettivo era quello di distribuire sussidi a pioggia. Lo slogan di Tridico era chiaro: diamo soldi a tutti, e poi vedremo. Ma così non può funzionare».

Invece?

«Invece, è bene che siano i Comuni ad amministrare le pratiche, come avviene per il reddito di inclusione. Sono le istituzioni che conoscono meglio il cittadino. Così facendo, disporremmo di un primo filtro valido per dividere le domande legittime dai furbetti. Nel frattempo, aumenteremo dei controlli e ci accerteremo che i percettori siano residenti in Italia».

Non è strano che l’inventore del reddito di cittadinanza, Luigi Di Maio, il lavoro lo abbia trovato, in Europa, tramite scorciatoia politica?

«Non saprei, spero che quel posto lo abbia conquistato con le sue gambe…».

I risparmi che derivano dalla riforma del reddito di cittadinanza finirebbero sulle pensioni, per evitare il ritorno a gennaio della formula Fornero?

«In parte sì. Con 41 anni di contributi si potrà andare in pensione, con un requisito di età per il primo anno fissato a 62. La quota 102 di Draghi aveva interessato lo scorso anno circa 16.000 persone: adesso, grazie alla partenza di quota 41 da noi proposta, in 50.000 potranno andare in pensione prima».

Vi aspettavate di più?

«È un primo segnale della nostra visione. Una soluzione-ponte, per avere nel 2023 un confronto con le parti sociali e costruire una riforma organica. Non possiamo riscrivere la previdenza in pochi giorni: vogliamo evitare che la fretta ci induca all’errore, esattamente come accadde a Elsa Fornero».

Conferma il taglio di due punti del cuneo fiscale?

«Sì, e siccome il primo problema italiano è il costo del lavoro, stiamo ragionando sulla possibilità di aumentare la fascia a cui sarà rivolto il taglio del cuneo. In queste ore decideremo, in base alle risorse disponibili».

Verrà davvero riattivata la società per il ponte sullo Stretto?

«È un sogno che va reso realtà e il ministro Salvini sta facendo di tutto perché sia così. Centomila persone lavoreranno a questo immane progetto, che non riguarda solo il ponte ma una serie di indispensabili infrastrutture che dovranno accompagnarlo, a cominciare dall’alta velocità. Il ponte serve ad unire l’Italia, diventerebbe un’attrazione internazionale, e darebbe una svolta, economica e di immagine, all’intero Paese».

Il premier vorrebbe agganciare il progetto Calderoli di autonomia differenziata al presidenzialismo. Sono due pratiche che devono marciare di pari passo?

«Sull’autonomia siamo già pronti oggi. Non credo sia necessario collegare le due cose. Le faremo comunque entrambe. Anche fornire più poteri a Roma capitale è una scelta giusta. Ma non sarebbe intelligente pensare che o parte tutto, o non parte nulla».

Dunque ben venga il via libera all’autonomia, tanto per cominciare?

«Ma certo. Se un progetto è già scritto, perché aspettare?».

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