- Negli ultimi 5 anni 1.000 imprese sono passate sotto controllo estero. Di queste, una su due è stata spolpata della propria tecnologia e poi lasciata morire o convertita in semplice filiale.
- Infocamere: «Giusto aprirsi al mercato, ma il territorio va difeso meglio».
- Il caso emblematico di Conbipel.
- Il rischio di nuovi casi come Parmalat, smembrata dopo l’ingresso in Lactalis.
Lo speciale contiene quattro articoli.
C’è chi parla di benefica attrazione del sistema Italia e chi invece di una vera e propria rapina dei gioielli tecnologici. Sono i due lati della medaglia degli investimenti esteri nel nostro Paese sotto forma di ingressi nel capitale azionario di un’azienda con quote di minoranza o di acquisizioni totali di imprese talvolta in difficoltà finanziarie, ma anche in buona salute, con un know how di assoluta eccellenza. Per molte di queste il destino non è il rilancio ma il saccheggio delle tecnologie e poi la chiusura.
Passata la grande abbuffata dei pezzi da novanta del made in Italy, durante le privatizzazioni, l’interesse degli investitori esteri si è orientato sempre più verso le piccole realtà industriali che operano nell’alta tecnologia, in settori iperspecialistici con grande valore aggiunto. Ha fatto rumore, due anni fa, l’intervento del governo di Mario Draghi per bloccare l’acquisizione del 70% di Lpe, azienda produttrice di chip e semiconduttori per apparecchi digitali, da parte della cinese Shenzhen Investment Holdings, applicando i poteri del Golden Power, il meccanismo che scatta quando acquisizioni o decisioni aziendali sono considerate dannose per la sicurezza nazionale o il tessuto sociale.
L’ultimo report di Infocamere, la società per l’innovazione digitale delle Camere di Commercio, indica che nell’arco di cinque anni, dal 2017 al 2022, le imprese industriali italiane con una presenza straniera sono passate da 4.218 a 5.435. Cioè sono mille in più (+22%). Quelle in cui l’azionista estero ha la maggioranza assoluta sono salite del 26% a 4.043, oltre mille più del 2017. Quindi, complessivamente quelle controllate da soci stranieri sono l’1,9% dall’1,4% in soli cinque anni.
Alla tavola del made in Italy, il commensale più vorace è senza dubbio la Germania che ha il controllo di 520 imprese da 408 nel 2017; segue la Svizzera con 481 aziende da 363 mentre il balzo più significativo l’ha fatto la Gran Bretagna passata da 299 a 401 aziende. Il gruppo Victoria, big nei rivestimenti per pavimenti, ha fatto rotta sul distretto emiliano della ceramica e ha portato in porto un serie di acquisizioni quali Ceramiche Serra, Keradom, Asco, Colli e Vallelunga. La Stelrad che produce termosifoni, ha acquisito la friulana Dl Radiators. Sono presenti nei capitali azionari anche imprese di Francia, Lussemburgo, Stati Uniti, Spagna, Austria e Belgio.
Un altro esempio di acquisizione è quella del gruppo svedese Fagerhult che ha rilevato iGuzzini, gruppo marchigiano celebre per le lampade.
C’è però l’altra faccia della medaglia di tali investimenti. Un’analisi dell’Area studi Mediobanca sulle maggiori imprese manifatturiere, nel periodo 2013-2022 fa emergere che quelle a controllo estero coprono il 52% delle realtà con più di 250 addetti operanti in Italia e il 90% delle sole manifatturiere.
Esaminando i dati ci si accorge che circa la metà delle aziende acquisite da gruppi esteri, dopo alcuni anni o diventano una semplice divisione o addirittura entrano in una sorta di «catena di smontaggio» e alla fine vengono chiuse. È evidente che l’interesse di chi acquisisce non è lo sviluppo quanto impossessarsi di tecnologie e quote di mercato.
Basta guardare alle cronache recenti per rendersi conto che è un fenomeno di ampia portata. Emblematica la vicenda della Magneti Marelli, un’eccellenza italiana, passata al fondo americano Kohlberg Kravis Roberts (Kkr), che ha riunito nella Marelli Holdings le attività di Magneti Marelli e della società giapponese di componenti per auto Calsonic Kansei. A marzo scorso la comunicazione di tagli al personale con uscite incentivate di 400 lavoratori e la riduzione della forza lavoro in Italia sotto le 7.000 unità. La società, dopo aver registrato bilanci in passivo dal 2018 al 2021, è stata posta in amministrazione controllata.
Un altro marchio illustre è la Piaggio Aerospace, produttrice di aerei: passata nel 2014 nelle mani del fondo governativo di Abu Dhabi, Mubadala, che ne aveva acquisto il 75%, ha visto fallire le prospettive di rilancio. Nel 2018, con l’uscita degli arabi, zavorrata da un forte indebitamento, è stata commissariata. Dal 2021 ci sono state due gare per la cessione ma nessuna andata a buon fine. Ora si è alla terza procedura con l’obiettivo di concludere l’operazione entro l’anno. Degli originari 18 soggetti che hanno inviato manifestazioni di interesse, 13 sono stati ammessi alla fase di due diligence, tra cordate cinesi ed europee e fondi americani.
Un esempio di un’acquisizione che non ha portato ad alcun rilancio ma ha abbandonato l’impresa al suo destino, è quello che ha visto protagonista il fondo di Monaco di Baviera, Quantum Capital Partner, per l’operazione Gianetti Ruote, storico gruppo di cerchi per auto di Ceriano Laghetto (Monza) controllato dal 2018. Nel 2021, poche ore dopo la decisione del governo di togliere il blocco ai licenziamenti, deciso durante la pandemia, il fondo tedesco invia una mail ai 152 lavoratori comunicando il loro licenziamento immediato. A ottobre dell’anno scorso la Corte d’appello di Milano ha pronunciato la sua sentenza: per i giudici l’azienda ha messo in atto una condotta antisindacale. Per la Fiom Cgil Brianza, «i risultati aziendali non erano tali da giustificare una decisione di questo tipo, che non prevede neppure un tentativo di vendita o lo spostamento dell’attività nell’altro sito del gruppo a Brescia». A febbraio scorso il Tribunale di Monza ha condannato Gianetti Ruote a pagare un risarcimento di 280.000 euro agli ormai suoi ex lavoratori, per non avere rispettato i tempi fissati dalla legge per la procedura di licenziamento.
Nel 2021 il noto brand delle calzature Sergio Rossi, fondato nel 1951, è stato acquisito dai cinesi di Fosum Fashion a cui fanno già capo Lanvin, Wolford e l’italiana Caruso. Tra le priorità del gruppo cinese c’è la sinergia tra i marchi. La presidente della holding cinese Joann Cheng ha detto di puntare a una maggiore espansione del marchio in Asia, che non a caso è l’area di maggior consumo di beni di lusso al mondo. Bisognerà vedere se Sergio Rossi riuscirà a mantenere la sua unicità o se sarà omologato e diventerà uno dei tanti brand della holding senza peculiarità.
Molte acquisizioni sono effettuate da fondi. La finanza però è focalizzata sui risultati di brevissimo termine, ragiona sui risultati delle trimestrali e spesso spinge le aziende a destinare i guadagni in primo luogo alla distribuzione di dividendi o al riacquisto di azioni proprie per arricchire i soci, a dispetto degli investimenti in ricerca e sviluppo o ai miglioramenti di strutture e condizioni lavorative.
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