«È una risposta concreta a circa 137.000 dirigenti medici, veterinari e sanitari. Un contratto che si rinnova e che darà anche una risposta salariale, rafforzando la valorizzazione dei professionisti che si prendono cura della nostra salute, con attenzione ai neoassunti e alle condizioni di lavoro». Ad annunciare con evidente soddisfazione l’ennesimo rinnovo di un contratto dell’enorme corpaccione dei dipendenti del pubblico impiego, non è il ministro Zangrillo, che ne avrebbe ben donde, ma Maurizio Landini.
Statali, Landini festeggia i rinnovi che la Cgil voleva bloccare
Il segretario della Cgil oggi brinda ai 560 euro al mese che vanno ad arricchire i salari di una fetta importante della forza lavoro del Paese, ma non dice che se fosse stato per lui e per la sinistra questi aumenti non ci sarebbero mai stati.
Oggi il suo sindacato firma, ma fino a non molti mesi fa aveva stretto una sorta di patto di ferro con la Uil per bloccare qualsiasi rinnovo della Pa. E per un po’ di tempo ci era anche riuscito. Con la scusa del mancato recupero completo dell’inflazione, Landini e compagni avevano celato il vero intento, tutto politico, di evitare un successo dell’odiato governo di centrodestra.
Poi il vento è cambiato. Il ministro Zangrillo con abilità è riuscito a intercettare il consenso della maggioranze dei firmatari, la Uil ha scaricato la Cgil e pure una parte del sindacato rosso ha mollato il suo leader, stanca di essere costretta a un eterno Aventino senza raggiungere mai uno straccio di risultato.
Da Sanità a Sicurezza, aumenti per 3,2 milioni di dipendenti
Morale della favola, dalla Sanità (circa 600.000 tra infermieri e personale amministrativo), alle Funzioni centrali (200.000 e passa tra ministeri, agenzie fiscali ecc) fino all’Istruzione e Ricerca (1,3 milioni di lavoratori di scuola e università), alle Funzioni Locali (420.000 addetti di Regioni, Province e Comuni) e al comparto sicurezza e difesa (468.000) è stato un continuo susseguirsi di rinnovi ai quali anche la Cgil (a condizioni invariate rispetto a quando si opponeva) si è dovuta adeguare.
Le buste paga di 3,2 milioni di lavoratori sono aumentate così quasi del 18%. Un risultato straordinario. Ma il vero miracolo è stato portare a casa i rinnovi nonostante l’opposizione pretestuosa della Cgil e della sinistra.
Anche perché dire no a un governo che ha avuto l’indubbio merito di stanziare 30 miliardi per i rinnovi degli statali, vuol dire mettere l’ideologia prima del merito e in queste condizioni qualsiasi trattativa diventa in salita.
Zangrillo stanzia 30 miliardi e punta sulla continuità contrattuale
Una cifra monstre, mai vista prima, che è servita in parte (20 miliardi) a coprire per intero due tornate (la 2022-2024 e la 2025-2027) e che per il resto (altri 10 miliardi) servirà al prossimo governo per chiudere in tempi, si spera brevi, il trienni 2028-2030.
Risorse che come detto hanno incrementato in media i contratti degli statali di 515 euro al mese e che soprattutto hanno dato una continuità nei rinnovi che non si era mai vista nel passato.
«Il dato che considero più positivo», spiega Antonio Naddeo, il presidente dell’Aran che rappresenta lo Stato nelle trattative per i rinnovi con le parti sociali, «è la continuità della contrattazione. Dopo i circa 10 miliardi destinati al 2022-2024, ne stiamo impiegando altri 10 per il 2025-2027 e le risorse per il 2028-2030 sono già stanziate».
«Per la prima volta i fondi sono stati messi a disposizione in tempo, e questo ci permette di fare ciò che il ministro Zangrillo ha più volte indicato come obiettivo: firmare i contratti nel loro periodo di vigenza. Ma questi contratti non sono solo una questione economica. Dal 2019-2021 a oggi abbiamo profondamente innovato la contrattazione, introducendo istituti decisivi anche per l’organizzazione del lavoro: la disciplina dello smart working e l’age management per gestire la convivenza tra generazioni diverse nelle amministrazioni».
Smart working e intelligenza artificiale, le novità nei contratti pubblici
Per intenderci, è stato regolarizzato lo smart working prevedendo, per esempio, i buoni pasto nelle giornate di lavoro agile, è stata introdotta la figura del mentor (un professionista anziano) che accompagna i giovani nel processo di crescita e sono aumentate le assunzioni di giovani già formati in ruoli di responsabilità.
«Dagli Enti Locali alla Sanità, dall’Istruzione alle Funzioni Centrali terminando con il comparto Sicurezza e Difesa», spiega il ministro Zangrillo intercettato dalla Verità, «Abbiamo voluto e siamo riusciti a prenderci cura di chi è al servizio dello Stato. Ed è stato un percorso, a volte difficile, che ci ha permesso di raggiungere gli obiettivi voluti grazie agli investimenti e alla forza del dialogo. Il rinnovo dei contratti, così come la formazione e il merito introdotto anche per i dipendenti pubblici, sono e saranno elementi fondamentali per motivare e valorizzare le nostre persone e rendere così sempre migliori i servizi resi a cittadini e imprese».
«Oggi», continua Naddeo, «portiamo nei contratti collettivi anche l’intelligenza artificiale. Abbiamo fissato tre principi: l’obbligo di informare i dipendenti e le organizzazioni sindacali quando si utilizzano questi strumenti, il diritto a una formazione diffusa sull’IA, e, soprattutto, la responsabilità umana in ogni decisione che conta. Le tecnologie possono aiutarci, ma le scelte sulle persone restano in capo alle persone».
Crescono i fondi per la sanità, la sinistra (che li tagliò) si lamenta
di Laura Della Pasqua
La reazione della sinistra non si è fatta attendere. Per una opposizione «in cerca d’autore» che non ha ancora un programma elettorale, i dati della Fondazione Gimbe offrono un inaspettato assist.
Tant’è che Avs e Pd sono stati i primi a cavalcarli in quanto, commentano in coro, «confermano che il governo Meloni ha affossato il sistema sanitario pubblico». Difficile poterli contraddire se si legge il report come una fotografia dell’attualità e ci si sofferma sulla considerazione fornita da Gimbe che la spesa sanitaria cresce ma meno del Pil.
Sanità, la sinistra attacca Meloni ma dimentica i tagli del passato
L’analisi cambia se si guarda a come si è arrivati a questo punto, al decennio in cui a Palazzo Chigi si sono alternati governi di sinistra, e si vanno a prendere i precedenti report della Fondazione guidata da Nino Cartabellotta, che a Monti, Letta, Renzi e Gentiloni le suonò di santa ragione al punto da pronosticare «un disastro» a fronte di tagli «per 37 miliardi in dieci anni, senza un disegno politico».
Analisi di un passato recente destinate ad essere soffocate dal frastuono della grancassa che già si è scatenata. Come pure ci si dimentica che tra il 2007 e il 2017 sono stati chiusi 200 ospedali, tagliati 45.000 posti letto e ridotto di 10.000 unità il personale medico tra ospedalieri e convenzionati e di 11.000 quello infermieristico (dati dell’Annuario del ministero della Salute).
Gimbe: il Fondo sanitario cresce di 17,5 miliardi dal 2023
Ma andiamo con ordine. Ecco cosa dice il 9° Rapporto Gimbe sul Servizio sanitario nazionale presentato ieri alla Camera. Tra il 2023 e il 2026 il Fondo sanitario nazionale è aumentato di 17,5 miliardi, passando da 125,4 del 2022 a 142,9 miliardi nel 2026.
Se però il finanziamento è rapportato alla ricchezza prodotta dal Paese si ha che nel 2022 il Fsn rappresentava il 6,27% del Pil: negli anni successivi la quota si è mantenuta intorno al 6%, con l’eccezione del 6,14% del 2026.
Se nel periodo 2023-2026 il rapporto Fsn/Pil fosse rimasto costante al livello del 2022, il Ssn avrebbe avuto a disposizione 18,8 miliardi in più. Cartabellotta parla di «tagli invisibili», ovvero «non tagli nominali, ma risorse inferiori rispetto a quelle che il Ssn avrebbe ricevuto mantenendo invariato il rapporto Fsn/Pil».
Dal 2010 al 2019 sottratti 37 miliardi al Servizio sanitario
C’è un altro dato: dal 2010 al 2026 il Fsn nominale è cresciuto di 37,5 miliardi ma, al netto dell’inflazione Istat, nel 2026 il finanziamento è sostanzialmente tornato ai livelli del 2010.
Lo studio prevede un futuro da lacrime e sangue. «Nel triennio 2027-2029 si amplia ulteriormente la forbice tra previsioni di spesa ed entità del Fondo sanitario nazionale (Fsn): 7,6 miliardi nel 2027, 10,7 miliardi nel 2028 e 14 miliardi nel 2029, per un divario cumulativo di 32,3 miliardi».
Cartabellotta sintetizza così lo scenario: «Oggi chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia a visite ed esami». E sottolinea che il 10% degli italiani rinuncia alle cure per i tempi di attesa.
Parole che sono miele per le orecchie della sinistra. Però c’è ben poco da battere le mani. Basta andare al Rapporto Gimbe 2019 per leggere un altro scenario drammatico che questa volta si riferisce a governi del centrosinistra. «In 10 anni tagliati 37 miliardi. Senza un disegno politico sarà il disastro.
Nel periodo 2010-2019», precisava Cartabellotta, «sono stati sottratti al Ssn circa 37 miliardi e l’incremento complessivo del fabbisogno sanitario nazionale è stato di 8,8 miliardi, con una media annua dello 0,9% insufficiente anche solo a pareggiare l’inflazione (+ 1,07%)». Nel report si sottolineava l’espansione incontrollata del secondo pilastro, ovvero la spesa privata.
Da Balduzzi alla legge di Bilancio 2018, la lunga sforbiciata alla sanità
Quindi fa una cronistoria del definanziamento del servizio sanitario nell’arco di dieci anni. A partire dal 17 dicembre 2012 quando il ministro Balduzzi dichiara che nel periodo 2012-2015 la sommatoria di varie manovre finanziarie relative al periodo 2010-2012 avrebbe sottratto al Ssn una cifra prossima ai 25 miliardi, dato corretto al rialzo dalle Regioni che stimavano i tagli in circa 30 miliardi.
Nel 2013 la Nota di Aggiornamento del Def (Nadef) 2013 riduce progressivamente la quota di Pil destinata alla sanità pubblica dal 7,1% al 6,7% e a dicembre dello stesso anno la legge di Stabilità 2014 riduce il finanziamento per la sanità di oltre 1 miliardo di euro: 540 milioni nel 2015 e 610 milioni nel 2016.
Il 2 luglio 2015 la Conferenza Stato Regioni raggiunge l’accordo sulla proposta di intesa per i tagli alla sanità: 2.352 milioni per il 2015 e il 2016. Il 4 agosto 2015, con il Dl Enti locali il finanziamento del Ssn per gli anni 2015 e 2016 si riduce complessivamente di 6,79 miliardi rispetto a quanto previsto dal Patto per la salute.
Il Def 2016 stima che nel triennio 2017-2019 il rapporto tra spesa sanitaria e Pil decrescerà annualmente dello 0,1%, attestandosi nel 2019 al 6,5%.
Il Def 2017 prevede che il rapporto spesa sanitaria/Pil diminuirà dal 6,7% del 2017 al 6,4% nel 2019. Il 5 giugno 2017, il Dm «Rideterminazione del livello del fabbisogno sanitario nazionale» riduce il finanziamento pubblico del Ssn di 423 milioni per il 2017 e di 604 milioni per l’anno 2018 e successivi.
La Nadef 2017 stima un’ulteriore riduzione del rapporto spesa sanitaria/Pil dal 6,6% del 2017 al 6,3% nel 2020. Infine la legge di Bilancio 2018 non prevede alcun incremento del Fsn che rimane fermo a 114.396 milioni.
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