- L’Italia alla guida di un’alleanza per cambiare la norma «imballaggi» e scongiurare l’impennata dei prezzi. Per Mauro Salini di Pro food «è un paradosso: nessuno ha fatto l’analisi preventiva degli sprechi e dell’inquinamento, che aumenteranno».
- L’eurodeputato Pietro Fiocchi tesse alleanze con Belgio, Finlandia e Spagna per modificare il testo.
Lo speciale contiene due articoli.
L’Italia rischia di essere incartata e buttata via come tonnellate di frutta e di verdura, di pane e di generi alimentari che senza più confezioni idonee finiscono nella spazzatura. È l’eterogenesi dei fini che regna sovrana nell’Europa green. Vogliono bandire gli imballaggi di plastica riciclata, finiscono per aumentare l’impatto ambientale buttando via il cibo e la produzione agricola. Spariranno le fragole, i cestini di pomodoro (come si fa a mandare il Pachino in giro per il mondo senza imballo?) gli agrumi, le patate, le insalate. Hanno fatto un conto in Coldiretti: è a rischio il 20% della produzione.
E c’è un altro danno che impatta su uno dei nostri comparti industriali di maggior rilievo e più avanzato nella ricerca: quello delle plastiche bio e riciclate. Rischiano di trovarsi con prezzi di frutta e verdura fuori controllo i consumatori che già hanno diminuito questi consumi essenziali del 10% e che dovranno abituarsi a bere nelle bottiglie usate dagli altri. Per evitarlo Roma sta tessendo una rete diplomatica in sede europea facendo sorgere «l’alleanza del riciclo» con Belgio, Svezia e paesi dell’Est, in modo da costituire una minoranza di blocco che eviti i danni derivanti dalla «sindrome green». Una settimana fa la commissione per l’ambiente (Envi) del Parlamento europeo ha detto sì al progetto della Commissione su imballaggi e rifiuti di plastica da ridurre attraverso gli imballaggi da riusare. Il voto in commissione è solo un primo passo. Il giorno importante è il 20 novembre quando il regolamento proposto dalla Commissione andrà in aula a Strasburgo per la votazione in sessione plenaria. E anche quel voto non sarà decisivo. Perché poi si aprirà il trilogo cioè il confronto tra Commissione, Parlamento e Consiglio europeo (i 27 paesi).
Ci sono ancora spazi di manovra, il Consiglio europeo vuole discuterne a dicembre per varare il regolamento entro maggio 2024 evitando che le elezioni europee rimettano tutto in discussione, ma se dovesse passare la linea che si punta solo al riuso degli imballaggi il disastro sarebbe completo. In ballo ci sono 6 milioni di posti di lavoro nel nostro paese e 700 mila aziende lungo le diverse filiere: da chi produce gli imballaggi, a chi li utilizza, a chi li ricicla. L’Italia è il solo paese, come certificato dal Conai, che è il consorzio che si occupa del riciclo, che ha superato gli standard europei arrivando a recuperare e reimmettere sul mercato oltre il 70% degli imballaggi.
L’Italia, fin dai tempi dell’Enimont di Raul Gardini, ha portato avanti la ricerca sulle bioplastiche e oggi è leader assoluto. L’impressione è che sia stata la lobby verde a prevalere obbedendo alla neoreligione che impera a Bruxelles, quella del green. Che ha perso il suo «gran sacerdote» Frans Timmermans, ma continua ad imporre la sua legge. Il presidente della Commissione ambiente Pascal Canfin di Renew ha twittato: «Vittoria contro la lobby conservatrice, il testo sugli imballaggi viene votato con una posizione ambiziosa che consente all’Europa di ridurre i rifiuti di imballaggio, in particolare la plastica».
La verità sta da un’alta parte: aumenterà il volume degli imballaggi vergine, ci saranno problemi sanitari nel riuso dei contenitori, aumenteranno le spese e alcuni settori come l’ortofrutta saranno fortemente penalizzati. La normativa uscita dalla commissione ambiente è leggermente diversa da quella che vuole Ursula von der Leyen, ad esempio il vino si è salvato dall’obbligo del vuoto a rendere per le bottiglie, ma non si è riusciti a far passare la posizione italiana.
Ci hanno provato fino all’ultimo Massimiliano Salini (Fi-Ppe), Pietro Fiocchi (Fdi-Ecr) e Silvia Sardone (Lega-Id) ma non sono riusciti a modificare come volevano i 35 emendamenti dalla relatrice liberale belga Frédérique Ries. I passi da compiere ora sono recuperare da parte del governo una posizione intransigente su questo regolamento e tessere una tela diplomatica per arrivare sia in plenaria, ma più ancora nel trilogo a una modifica radicale. Gli operatori economici hanno l’impressione che, come conferma Mauro Salini, presidente di Pro food, le posizioni in sede europea siano guidate da ideologia politica che oscura evidenze scientifiche. Sostiene Salini che «ancora una volta si guarda al singolo prodotto e non all’insieme: vietare gli imballaggi in plastica (riciclata al 70%) per prodotti ortofrutticoli con l’obiettivo di ridurre l’inquinamento, determinerebbe un aumento dello spreco alimentare che, a sua volta, genera emissioni. Questa analisi d’insieme non è stata fatta in maniera accurata». Secondo Massimiliano Del Core, presidente di Ortofrutta Italia, «l’ortofrutta per sua natura ha bisogno di un packaging efficace per garantire qualità, igiene e la conservabilità, evitando così lo spreco alimentare. In pratica, si prefigurerebbe uno scenario in cui ci sarebbero maggiori costi oltre a un vertiginoso aumento dello spreco alimentare e minori consumi di ortofrutta. A subire i danni peggiori sarebbe, oltre al consumatore stesso, tutta la nostra filiera, che già da tempo si impegna nell’utilizzo di imballaggi interamente riciclabili e derivanti a loro volta da plastica riciclata (R-pet), in un paese come il nostro, all’avanguardia proprio nel riciclo. La proposta di regolamento Ppwr va assolutamente rivista in merito all’utilizzo del packaging plastico per i prodotti ortofrutticoli considerando che attualmente non ci sono alternative ugualmente sostenibili ed efficaci».
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