La Lega riapre un fronte col governo sui ballottaggi e il terzo mandato
Alberto Balboni (Fdi), relatore del dl elezioni (Imagoeconomica)
  • Blitz in Aula per eliminare il secondo turno nei Comuni dove un candidato prende almeno il 40% dei voti. Ira dell’opposizione, anche Fdi frena. Il Carroccio ritira l’emendamento, bocciato quello sulle ricandidature.
  • Beppe Sala per il dopo Meyer alla Scala punta su Ortombina, nome gradito a Sangiuliano. Il primo cittadino guarda al futuro: vuole la poltrona del dem Decaro e il centrodestra può aiutarlo.

Lo speciale contiene due articoli.

Al Senato ieri si doveva tornare a parlare del terzo mandato, ma alla fine a prendersi la scena è stata un’altra questione: quella dell’abolizione del ballottaggio per i sindaci. A innescare la discussione, come accaduto per il terzo mandato, è stata la Lega che, oltre ad avere ripresentato in Aula l’emendamento al dl elezioni che toglierebbe il limite a due mandati per i presidenti di Regione, ha presentato un’altra proposta di correzione del testo, di impatto forse ancora maggiore. Si tratta infatti dell’abolizione del ballottaggio per l’elezione del sindaco, nei Comuni in cui il candidato più votato prenda almeno il 40% dei voti. In questo modo, la sfida diretta tra i primi due classificati del primo turno avrebbe luogo solo nel caso che nessuno superi la detta soglia.

La proposta ha scatenato immediatamente le ire delle opposizioni, che hanno gridato al blitz antidemocratico: la segretaria del Pd, Elly Schlein, ha parlato di «sfregio alle più basilari regole democratiche», mentre per il capogruppo dem a Palazzo Madama, Francesco Boccia, è «una aberrazione, una provocazione, un colpo di mano inaccettabile contro leggi che hanno dimostrato di funzionare bene». Anche per Avs l’emendamento è inaccettabile e «offensivo non solo nei confronti delle forze politiche ma del lavoro della I Commissione». «Il dl elezioni», ha aggiunto Boccia, «che doveva solo stabilire la data del voto è diventato un golpe al quale ci opporremo». Anche l’Anci, attraverso il suo presidente (anch’esso dem) ha commentato negativamente, a partire dal metodo: «Noi non crediamo», ha affermato, «che uno stravolgimento della legge sull’elezione diretta dei sindaci possa essere ipotizzato senza interpellare i Comuni, come invece è accaduto per altri provvedimenti nella logica della leale collaborazione tra istituzioni. Speriamo», ha aggiunto, «che la proposta venga ritirata, anche perché andrebbe a intaccare alle fondamenta un sistema che fino a oggi ha funzionato nell’interesse dei cittadini”.

Dentro la maggioranza, poi, è arrivato l’invito dal relatore del provvedimento, il meloniano Alberto Balboni, a ritirare l’emendamento e a trasformarlo in un ordine del giorno. «Nel merito», ha affermato Balboni in Aula, «sono d’accordo, non credo sia un attentato alla Costituzione, ma sono d’accordo con quanti sottolineano la circostanza che un tema così importante e delicato andava affrontato con ben altro metodo e in ben altro luogo». Qualche ora dopo, il capogruppo leghista Massimiliano Romeo è intervenuto in Aula, annunciando di aver accolto l’invito di Balboni, ma aggiungendo che il suo partito riproporrà la questione in futuro.

Il tutto, come detto, mentre il Carroccio aveva rimesso in pista l’emendamento sul terzo mandato per i governatori, già presentato in commissione e bocciato per la contrarietà di Fratelli d’Italia e Forza Italia. L’episodio aveva creato delle fibrillazioni all’interno del centrodestra, poiché Matteo Salvini sta da tempo insistendo sull’argomento, sottolineando che, se è un territorio risulta ben amministrato, si dovrebbe dare la possibilità all’elettorato di rinnovare la fiducia a chi è virtuoso. Il pensiero è andato più volte al presidente della Regione Veneto Luca Zaia, che a legislazione vigente non potrebbe ricandidarsi. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è già detta contraria a tale ipotesi e coerentemente a ciò ha fatto anche inserire il tetto di due mandati per il premier nel ddl Casellati sul premierato. A questo argomento, a sua volta, Salvini ha opposto che sarebbe allora coerente introdurre tale tetto anche per i parlamentari.

Detto questo, tra i 44 emendamenti presentati da tutti i gruppi, c’era quello leghista sul terzo mandato, e le cose in Aula sono andate esattamente come in commissione, visto che Fdi e Fi avevano ribadito la propria contrarietà e il governo si era rimesso nuovamente all’Aula per evitare un voto anti-esecutivo del Carroccio. Sul versante dell’opposizione, Italia Viva ha votato a favore, dopo aver rinnovato l’invito ai dem e al M5s a fare altrettanto, ma il «campo largo» è stato categorico per il no. Per tenere buono il partito degli amministratori locali (dopo le polemiche dell’ultima volta), Elly Schlein ha fatto comunque mettere a punto un odg per far «approfondire la questione» con la Conferenze delle Regioni e l’Anci. Netti, seppure garbati, gli argomenti con cui Fdi aveva rinnovato la propria chiusura: «Speravamo che l’emendamento non finisse in Aula», ha detto il senatore Raffaele Speranzon, «c’è la piena comprensione delle ragioni della Lega, che sono legittime, poi il Parlamento è sovrano».

Da non perdere

Renzi teme l’accordo Vannacci-centrodestra
Governo

Renzi teme l’accordo Vannacci-centrodestra

Mentre il partito del generale continua a crescere (e lui, dopo la Lega, vuole superare anche Forza Italia), tra le opposizioni si fa strada l’incubo della grande alleanza tra le fila degli avversari. Ma toccherà a Giorgia Meloni sciogliere tutti i nodi dell’intesa.