Salvini crede ancora nel governo nonostante le pugnalate dei grillini
  • Il Movimento torna provocare sui rapporti con Fi. Il lumbard Matteo Salvini non ci casca e lascia aperto uno spiraglio. Poi però avverte: «Sono pronto al preincarico». E chiede ai suoi su Facebook se tagliare del tutto i ponti.
  • Luigi Di Maio spara: «Il Carroccio piegato al Cav per poltrone e soldi». In vista delle urne si punta su un proporzionale con doppio turno.
  • Oggi in direzione Pd la conta sul dialogo con i pentastellati. Un documento firmato dai renziani contrari all’apertura spacca il partito. Un sito pubblica i nomi, poi oscurati, dei big favorevoli alla trattativa. Se la mozione di Maurizo Martina andrà sotto, scissione dietro l’angolo.

Lo speciale contiene tre articoli.

Così un bacio appassionato si trasforma in un duello con le lame. Fra Matteo Salvini e Luigi Di Maio è melodramma, a dimostrazione che la ferita del governo bello e impossibile (5 stelle-Lega) non si è rimarginata e il rancore per l’abbraccio mancato diventa bile velenosa. Il leader grillino provoca duro: «Noi vogliamo tornare al voto, altri si oppongono perché, tra prestiti e fideiussioni, hanno qualche problemino con i soldi». Si riferisce alle asfittiche casse della Lega, parla a nuora perché suocera (Silvio Berlusconi) intenda. Ma ottiene il risultato di compattare ancora di più Lega e Forza Italia, e incassa la ruvida replica del segretario del Carroccio. «Non rispondo a insulti e sciocchezze su soldi e poltrone. Per noi lealtà e coerenza valgono più dei ministeri. Voglio dare un governo agli italiani, se i grillini preferiscono litigare come bambini arroganti lo faremo da soli. Bloccare anche la partenza dei lavori delle commissioni parlamentari è da irresponsabili».

Dopo un mese di idillio e tre settimane di stizzite gelosie siamo agli stracci in cortile. Peccato, perché proprio i due vincitori delle elezioni del 4 marzo avevano ottenuto la golden share dagli italiani per provare a cambiare il Paese. Ora i destini degli ex consoli sono divergenti al massimo: mentre Di Maio sogna di tornare al voto per togliersi dal vicolo cieco, Salvini spinge per un preincarico e perché il centrodestra venga designato dal capo dello Stato a cercare in Parlamento la fiducia sul programma. Il rischio è grande, ma il leader della Lega preferisce continuare ad essere la soluzione e non il problema. Un ruolo che ha pagato in Molise, in Friuli e in immagine personale, visto che l’ultimo sondaggio di Nando Pagnoncelli lo indica come il potenziale premier più affidabile. Verso sera, su Facebook, il tono non cambia: «Continuo a voler costruire. Forse coerenza e lealtà sono fuori moda?». Poi la domanda diretta al suo popolo: «Che dite, insisto a cercare un dialogo (evitando Matteo Renzi e la sinistra) o è meglio tornare a votare?»

Prima dell’insinuazione di Di Maio sui soldi e sulle mani legate, l’ultimo invito di Salvini somigliava all’ennesima mano tesa. «Sono umilmente a disposizione quando e dove si vuole, con chi si vuole, a sederci attorno a un tavolo con i 5 stelle partendo dalla riforma delle pensioni, del lavoro, del sistema fiscale, del sistema giudiziario, del sistema scolastico, punto per punto, senza professoroni, per decidere come si fanno queste riforme». E se tutto andasse a rotoli «noi siamo disponibili a prendere l’attuale legge elettorale e a mettere un premio di maggioranza in due righe che garantisca a chi prende un voto in più di governare. Non vogliamo perdere due anni».

Da Euroflora a Genova aveva anche promesso di recapitare a Roma la margherita Itala, dedicata a Italo Calvino. «Un fiore resistente come me, lo porterò a Di Maio così potrà sfogliarlo: si lavora, non si lavora. Farò tutto il possibile fino all’ultimo minuto per dare un governo che duri cinque anni agli italiani e per occuparmi dell’emergenza del Paese che è il lavoro. Certo che questo, più che un governo, è un parto. Se si vuole farlo si fa e si parte. Se invece si vuole continuare a fare i capricci, proviamo a fare tutto da soli perché non ho più voglia di rispondere a insulti e fantasie».

L’idea che il centrodestra vada in Parlamento a chiedere la fiducia al buio non piace a Sergio Mattarella, preoccupato per il contraccolpo sul piano internazionale in caso di fallimento. A quel punto i mercati, fin qui sonnolenti, potrebbero entrare in fibrillazione e far pagare agli italiani l’indecisionismo di chi (non) li governa. Il presidente non desidera neppure tornare alle urne, almeno non prima di avere cambiato la legge elettorale con il premio di maggioranza. Lui spinge per un governo di tregua o di garanzia, quello che sin dal primo giorno aveva segretamente sponsorizzato Berlusconi, con un premier istituzionale come il costituzionalista Sabino Cassese, e un programma che preveda legge elettorale, finanziaria e voto a primavera 2019 in ticket con le Europee. Le consultazioni sono previste venerdì o sabato.

La Lega è contraria, non tanto per la formula che potrebbe anche avere un senso, ma per il rischio di una trappola del Quirinale. Ai vertici tutti ricordano il Ribaltone e il governo del presidente, che allora era Oscar Luigi Scalfaro: «Ci toccò Lamberto Dini che aprì la strada a cinque anni di sinistra a Palazzo Chigi». E poi il tormentone: «Ci deve andare bene il nome, sennò non se ne fa niente». In tutto ciò è singolare il silenzio del Cavaliere, impegnato in queste ore a lanciare la campagna Web per far confluire il 2×1.000 a Forza Italia. Slogan: «La legge vieta di donare più di 100.000 euro ai partiti, per questo Berlusconi non può finanziare FI come prima. Ora serve il tuo aiuto». Cerca alleati piccoli e grandi. In politica ne ha due di ferro: Mattarella e la clessidra, dove la sabbia sta finendo.


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