• Stanotte in Senato la fiducia sul maxi emendamento. Per le pensioni un decreto a gennaio e il via ad aprile, l’assegno di cittadinanza in vigore più in là. Confermata l’aliquota al 15% per le partite Iva entro i 65.000 euro.
  • Se emergono i primi malcontenti degli elettori gialloblù, dai sondaggi escono due certezze. Da un lato, Lega e M5s hanno consensi ampiamente superiori a quelli del 4 marzo. Dall’altro, i disillusi ingrossano il partito degli indecisi: l’unica opposizione rimasta.

Lo speciale contiene due articoli.

Il voto sulla manovra sarà stasera alle 23. Ieri la commissione è stata sospesa: zero voti e relatore senza poteri. D’altronde il testo zeppo di emendamenti (lo stesso visionato dalla Verità) oggi alle 16 confluirà in un unico maxi emendamento al Senato proposto dal governo. Dunque, cambieranno ancora alcuni dettagli, le parti in causa inseriranno modifiche e alla fine è praticamente scontato il ricorso al voti di fiducia. Ciò che non potrà cambiare sono i pilastri di sostegno della finanziaria: dal rapporto tra deficit e Pil fino al grosso delle spese e delle coperture. Purtroppo le tasse sono presenti e non irrilevanti. «In un’ottica di alleggerimento dei saldi», scrive il governo all’Aula, «si intende rafforzare ulteriormente l’attenzione nella gestione delle dotazioni finanziarie di alcuni fondi di bilancio, operando una rimodulazione delle risorse previste per il 2019 e la rifinalizzazione di alcuni stanziamenti già previsti a legislazione vigente», si legge sempre nella lettera. Il riferimento è a spese per le infrastrutture ma anche a nuove imposte. «Clausole di salvaguardia dell’Iva, introduzione di una Web tax, abrogazione del credito d’imposta in favore ai soggetti passivi Irap che non impiegano lavoratori dipendenti».

Alla lista si aggiunge anche l’abrogazione del credito di imposta per chi investe sui beni strumentali e l’abrogazione dell’aliquota ridotta Ires in favore fino allo scorso anno agli enti non commerciali. Infine non poteva mancare un irrigidimento delle imposte sui giochi. Dalle slot machine fino alle lotterie. Un paradosso per la componente grillina del governo che ha fatto di tutto per penalizzare e vietare il gioco, salvo poi spremerlo ai fini del gettito.

«Ancora una volta viene colpito il settore del gioco lecito, già martoriato dal proibizionismo e da una tassazione esasperata (basti pensare che solo negli ultimi 7 mesi il gioco lecito ha subito nelle sue diverse articolazioni tre aumenti del prelievo erariale unico – Preu)», si legge in una nota dell’istituto Friedman. «Nel maxi emendamento è previsto un ulteriore aumento dell’1,25% della tassa sui giochi. Ciò porterà l’imposizione fiscale sul gioco con le slot machine a una tassazione diretta del 73%, che si va a cumulare alle altre tasse che le imprese del settore sono comunque chiamate a pagare come qualsiasi altra azienda. Sono inoltre previsti aumenti della pressione fiscale per tutte le altre tipologie di gioco».

Insomma, l’insieme di tutte le misure sopra elencate potrebbero portare a circa 4 miliardi di deficit in meno. Peccato che sia un sacrificio in più per chi produce o spende. Certo, per fortuna è confermata la flat tax per le partite Iva. Una aliquota al 15% fino ai 65.000 euro di reddito annui. Mentre sale al 20% fino ai 100.000 euro. Lo schema servirà anche alla semplificazione burocratica in vista dell’avvio della fatturazione elettronica. E, da segnalare, la cedolare secca sugli immobili commerciali e la revisione dell’Imu per i capannoni. Poco altro è previsto per le aziende.

Tanto resta invece nella voce quota 100 e reddito di cittadinanza. In manovra per le due misure sono stati previsti rispettivamente 6,7 e circa 7 miliardi di budget. Il che non significa che le due somme coincidano con la spesa effettiva. C’è infatti una clausola che consente di rimodulare il costo effettivo rispetto all’entrata in vigore e alla platea stessa degli aventi diritto. Lo schema consentirà sicuramente di non spendere cinque miliardi di euro circa. Portando il taglio complessivo del perimetro della manovra da circa 37 miliardi a 27. La rimodulazione permette il gioco di riallineamento con l’Europa e al tempo stesso il consolidamento del contratto di governo, quello famoso firmato il primo giugno. Non a caso la manovra non contiene i dettagli.

Il governo ha promesso di portare a casa i primi di gennaio due decreti legge per definire quota 100 e pure il reddito di cittadinanza, spiegando che finché quest’ultimo non entrerà in vigore resterà valido il Rei (reddito di inclusione) targato Paolo Gentiloni. «I provvedimenti partiranno come previsto a fine marzo. Su questo sono stato sempre inflessibile», ha detto ieri il premier Giuseppe Conte. «Non ho mai accettato che rinunciassimo alle riforme così come le abbiamo originariamente concepite». Anche il ministro Giovanni Tria ha detto la sua. Spostando la lancetta dell’orologio in là di un mese.

Ha rassicurato che tutti e due i provvedimenti partiranno ad aprile. O meglio, quota 100 per i privati partirà ad aprile e per la pubblica amministrazione a novembre. Sulla data del reddito di cittadinanza c’è un giallo, collegato alla scelta del veicolo. Se è certo che quota 100 si realizzerà tramite decreto, il reddito grillino (nonostante le dichiarazioni di Luigi Di Maio) potrebbe trovare la luce tramite un disegno di legge. Schema molto più consono alla complessità della misura. Solo che il disegno di legge necessità di tempo e, se ad aprile potrebbe vedere la luce, la sua reale applicazione potrebbe slittare a luglio. Così si comprende come si sia consustanziato il taglio della spesa promessa all’Ue. Sarà infatti legato sia al perimetro (l’Isee restringe fortemente il numero degli aventi diritto) sia alla reale elargizione: da aprile a luglio ci sarà il tempo necessario a riorganizzare i centri per l’impiego e a tracciare l’erogazione degli assegni di cittadinanza tramite tessera telematica. D’altronde la realtà – soprattutto quella della burocrazia statale – è la cosa più lontana da un sogno, sia per i grillini che per qualunque altro partito.


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