Altro che PNRR. Partenza Non pRoprio Riuscita
  • Impianti per lo smaltimento dei pannolini. Ammodernamento dei frantoi di olive. Piccole isole al 100% green. Foreste urbane resilienti per il benessere cittadino. Viaggi Erasmus all’estero per giovani imprenditori. Finanziamenti per le industrie creative. Fondo per l’e-commerce nazionale. Deviazione di un ramo nel delta del Po. I primi progetti approvati dal governo Draghi sono risibili. È per questo che ci siamo indebitati con Bruxelles?
  • L’economista Leonardo Becchetti: «Si rischia di ripetere ciò che accade con i fondi europei ordinari, inutilizzati o dispersi in mille rivoli inutili».
  • Investimenti per l’irrigazione: nel database nazionale passa solo il 40% delle proposte.

Lo speciale contiene tre articoli.

È stato definito una tavola imbandita, ma a questa tavola affollata manca l’organizzazione del menu. Il menu ci sarebbe ma è difficile servire le pietanze. Il Pnrr, il piano nazionale di ripresa e resilienza, la grande occasione per il rilancio del Paese, è partito con il piede sbagliato. È diventato un contenitore «omnibus» in cui sono stati inseriti progetti avveniristici accanto a piani vecchi di decenni, documenti raffazzonati e cifre ballerine. E come nella migliore tradizione, quando si tratta di tanti soldi, entrano in campo tecnici improvvisati che non riescono a elaborare progetti credibili o rimangono impantanati nei labirinti della burocrazia.

Il Pnrr farà leva su una montagna di risorse: 192 miliardi di euro che arriveranno dal Next generation Ue lanciato dalla Commissione europea ai quali si aggiungeranno i 30 miliardi a valere sul fondo complementare stanziato dal governo nazionale. La cifra totale è di 222 miliardi. Il 40% di queste risorse, per vincolo imposto da Bruxelles recepito da Roma, dovrà essere destinato al Mezzogiorno. A tali risorse si aggiungono quelle dei fondi strutturali europei e quelle del fondo Ue di sviluppo e coesione. L’Italia deve ancora utilizzare 28,7 miliardi di fondi europei relativi al 2014-2020: nel Piano sono previsti 50 miliardi per progetti già finanziati in ritardo di anni.

Su questa mole di risorse pesano incognite legate alla capacità di spesa e al futuro dei progetti. Per realizzarli si richiede di ampliare gli organici della pubblica amministrazione: e in futuro chi li pagherà? Peseranno sul bilancio pubblico, serviranno nuove imposte o si faranno tagli? Economisti come Veronica De Romanis, docente all’università Luiss di Roma, hanno sollevato il problema. Il presidente della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga, ha lanciato l’allarme sulle modalità di spesa, chiedendo al governo chiarimenti su tempi e obiettivi: «Se le Regioni non saranno coinvolte rischiamo un flop e non vorremmo che questa vicenda si trasformasse in un gioco in cui rimane con il cerino in mano quello che si prende le responsabilità».

Quando ci sono tanti soldi in ballo, la fantasia si scatena al servizio degli interessi. Nella lunga lista dei progetti che attingono ai soldi del Pnrr, compaiono anche voci di spesa che non si possono considerare una priorità. Sono previsti «impianti innovativi per il trattamento di pannolini e assorbenti». Il tema era stato affrontato dall’ex ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, a maggio 2019 con un decreto che stabiliva i criteri in base ai quali i materiali derivanti dal riciclo di questi prodotti possono essere trasformati e qualificati come materie da immettere nuovamente nel processo produttivo.

Altri 1,2 miliardi di euro sono destinati ad ammodernare gli impianti di molitura delle olive. Il ministero dell’Ambiente ha partorito il progetto delle «piccole isole 100% green» a cui è destinata una dote di 75 milioni in 5 anni. Nel dettaglio si legge che sono «interventi integrati per la sostenibilità delle isole minori con azioni di adattamento ai cambiamenti climatici, efficientemente energetico, mobilità sostenibile e gestione del ciclo dei rifiuti».

Le foreste entreranno in città con il piano dal titolo «Foreste urbane resilienti per il benessere cittadino» a cui vanno 2,5 miliardi. Consiste in «una serie di azioni rivolte alle 14 città metropolitane per migliorare la qualità della vita e il benessere dei cittadini attraverso lo sviluppo delle foreste urbane e periurbane». Alcuni progetti hanno titoli poetici, come «Aria pulita: re-ispiriamoci», che si propone «il miglioramento della qualità dell’aria attraverso un pacchetto di azioni che intervengano sui principali settori dell’economia che impattano negativamente sull’aria». Praticamente la maggior parte delle attività condizionano la qualità dell’aria.

Il ministero dello Sviluppo economico propone invece l’«Erasmus per giovani imprenditori» con 6,3 milioni in tre anni per ampliare la «ridotta platea che oggi fruisce di un’iniziativa interessante finanziata dalla Ue». Sono destinati 250 milioni a un «Fondo per le industrie creative», con l’obiettivo di sostenere la nascita e lo sviluppo di imprese nei settori creativi e di favorire il loro incontro con le imprese tradizionali del made in Italy. Da parte sua, il ministero per l’Innovazione propone l’«e-commerce nazionale», a cui vanno 2 miliardi in 5 anni per sviluppare piattaforme locali di commercio elettronico. Probabilmente si vuole fare concorrenza a Amazon o ad Alibaba.

Tra i progetti spunta anche lo spostamento di un fiume. Non un corso qualsiasi, ma nientemeno che il Po. Ci sono 357 milioni e un’alleanza insolita tra ambientalisti e cavatori, da sempre su opposte sponde. Il progetto, raccontato dal programma Mediaset Quarta Repubblica, prevede la riapertura di vecchi rami del fiume e delle lanche, i meandri abbandonati un tempo parte del corso d’acqua, ma anche il riforestamento.

Il corso del Po verrebbe deviato di 3 chilometri su un’area privata di proprietà di una società agricola di cui è presidente l’imprenditore Claudio Bassanetti, il numero uno di Anepla che ha firmato il progetto con il Wwf. E che possiede gli impianti di estrazione a ridosso dell’area dell’intervento. Bassanetti ha risposto a Quarta Repubblica che non avrebbe alcun interesse privato in quel progetto, perché «è un’evidenza pubblica, ci saranno gare d’appalto e non sapremo neanche se parteciperemo».

Nel progetto è prevista anche la possibilità di commercializzare la sabbia. E su questo il business è forte. Il Wwf ha ribadito che «i soldi non li gestiamo noi» e che ci saranno le gare d’appalto. Ma il pasticcio è servito.


Da non perdere

Renzi teme l’accordo Vannacci-centrodestra
Governo

Renzi teme l’accordo Vannacci-centrodestra

Mentre il partito del generale continua a crescere (e lui, dopo la Lega, vuole superare anche Forza Italia), tra le opposizioni si fa strada l’incubo della grande alleanza tra le fila degli avversari. Ma toccherà a Giorgia Meloni sciogliere tutti i nodi dell’intesa.