- Naufraga il tentativo di salvare l’immagine del Belpaese compromessa dalle scelte scellerate del governo. Il match di Torino con lo stadio vuoto è lo spot globale delle nostre contraddizioni. Caos anche sulle scuole.
- L’Emilia Romagna è la terza Regione italiana più colpita, ma se ne parla pochissimo. Complici i media amici, il governatore dem è riuscito a defilarsi dal tritacarne politico.
Lo speciale contiene due articoli.
Avendo compreso che compromettere l’immagine dell’Italia e sclerotizzarne il centro produttivo costerà economicamente e politicamente, il governicchio ha cambiato linea: si torna alla normalità, il Covid-19 è un’influenza appena più aggressiva, gli infetti non hanno quasi mai bisogno di ricovero e i malati stanno guarendo.
Ma il danno è fatto. E sarà difficile rimettere in moto, con un maquillage sulla conta dei contagi, la metà del Paese che s’è bloccata e l’altra metà che resta terrorizzata. È proprio la gestione dilettantesca dell’emergenza ad aver irritato Sergio Mattarella, che con il suo discorso di ieri sulle «paure irrazionali» ha censurato il caos provocato dall’imperizia di Giuseppe Conte. Tanto più che nonostante gli appelli e le veline antiallarmiste (cui i media ufficiali si sono tendenzialmente adeguati), proseguono i segnali contraddittori, che erodono ulteriormente la già compromessa fiducia dell’opinione pubblica e, comunque, non rendono proprio l’idea di una situazione normale.
L’aspetto più clamoroso riguarda il derby d’Italia, Juventus-Inter. Nei giorni scorsi s’era fatta largo l’ipotesi di rinviarlo a lunedì, aprendo tuttavia l’Allianz Stadium di Torino ai tifosi. Ma, alla fine, Regione, prefetti, sindaci e presidenti delle province piemontesi hanno convenuto di far giocare il match domani sera, a porte chiuse. Sarà uno scenario apocalittico: Cristiano Ronaldo e Romelu Lukaku daranno l’assedio alle reti in un silenzio tombale, rotto soltanto dalle imprecazioni degli allenatori. Il turno d’andata, lo scorso ottobre, era stato la partita più seguita della storia di Sky Italia: una media di 3,2 milioni di spettatori, con picchi sopra i 4 milioni. Considerando che la gara viene trasmessa in oltre 200 Paesi e che ora è una vera sfida scudetto, nel momento più critico per i bianconeri, non è assurdo supporre che a seguirla in tv, nel mondo, sarà un numero di appassionati vicino al miliardo di persone. Quasi un settimo della popolazione del globo vedrà uno stadio deserto, uno scenario postatomico tipo Ken il guerriero. Persino Cr7, intervistato da Sky, ha dovuto ammettere: «Sarà strano giocare senza tifo». Altro che normalità. Altro che l’amministrazione Appendino, che nel capoluogo sta assurdamente preparando la festa di fine epidemia. Se va tutto bene, perché lo Stadium sarà vuoto? Perché i supporter della Juve sono stati ammessi a Lione e non nella loro città?
Nel frattempo, proseguono le precauzioni nelle serie minori e negli altri sport. Non sono una vetrina planetaria, però in Lombardia le attività dilettantistiche sono lungi dall’agognata normalità: saranno riaperti impianti e palestre, ricominceranno le competizioni, ma resteranno senza pubblico. Non era tutto sotto controllo? In Sardegna, per dire, non è stato registrato alcun caso di coronavirus, eppure a Cagliari è stata rinviata la corsa femminile prevista per l’8 marzo. Al contempo, l’assessore regionale alla Sanità, Mario Nieddu, ha annunciato che è pronto un piano per «isolare» fino a 110.000 persone.
Non è soltanto lo sport a presentare uno scenario schizofrenico. L’altro capitolo dolente è quello delle scuole; e cosa c’è di più normale degli alunni che vanno a lezione?
A esclusione delle zone rosse, la pressione per riportare tutti in aula è forte. Su questo si sono esposte in prima persona sia la titolare del Miur, Lucia Azzolina, sia il viceministro, Anna Ascani. Nondimeno, l’orientamento non è univoco. Il Nord Est è orientato per la riapertura. La Lombardia, invece, vuole prorogare l’ordinanza per un’altra settimana, inclusa la chiusura delle scuole. La Liguria decide domani. Nelle Marche, invece, prosegue il braccio di ferro con Roma. Il governatore, Luca Ceriscioli, non molla: dopo l’annullamento della prima ordinanza da parte del Tar, ne ha siglata un’altra, tenendo fino a oggi i ragazzi a casa. Frattanto, il suo esecutivo regionale polemizza aspramente con il compagno di partito, il ministro pd delle Autonomie, Francesco Boccia. A Roseto degli Abruzzi, dove era risultato positivo solo un uomo brianzolo, in villeggiatura con la famiglia, subito isolata, gli istituti d’istruzione sono stati interdetti agli studenti sino a oggi. A suggerire tanta prudenza è anche il timore delle Procure: basti pensare all’amara sorte dei medici di Codogno, praticamente «denunciati» dal premier. È facile invocare il ritorno alla normalità; è ancor più facile immaginare cosa scatenerebbe il contagio di un minore, a scuole regolarmente funzionanti. E così a Messina, a 1.000 chilometri dai focolai del Nord, il sindaco terrà elementari, medie e licei sbarrati fino a martedì.
La città simbolo della reazione al panico da virus dovrebbe essere Milano. Ma anche lì, al netto degli spot di Beppe Sala e sebbene si prepari a riaprire il Duomo, su cinema, teatri e musei è arrivata la frenata del ministro, Dario Franceschini: «Non si può passare dal chiudere tutto a voler riaprire tutto». E i ristoratori sono talmente disperati, da aver provato a rassicurare la clientela annunciando pulizie straordinarie nei locali.
Dagli esperti, d’altro canto, non arrivano rassicurazioni che giustifichino un allentamento delle precauzioni. L’Oms ha innalzato il livello dell’allerta globale. Massimo Galli, del Sacco, ha sentenziato: «Quest’epidemia non sarà rapidamente risolta». Durerà più Conte o il coronavirus?
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